Quinto, la politica litiga mentre i problemi restano in strada
Dalle tensioni ai giardini di via Gianelli alla polemica politica: il caso riapre i nodi di integrazione, minori non accompagnati e fiducia nelle istituzioni. Ma ridurre tutto a un solo colpevole significa lasciare campo alla violenza e alla semplificazione.
La cosa più interessante della vicenda di Quinto forse non è accaduta ai giardini di via Gianelli. È accaduta dopo.
È accaduta nei comunicati stampa, nei post sui social, nelle dichiarazioni dei politici, nelle discussioni online. È accaduta nel modo in cui un fatto complesso è stato immediatamente trasformato in teatrino di accuse reciproche.
Da una parte chi vede nell’episodio la prova definitiva del fallimento dell’accoglienza e dell’integrazione. Dall’altra chi teme che qualsiasi riflessione sul tema sicurezza possa diventare automaticamente una concessione alla propaganda della destra.
Nel mezzo, come spesso accade, scompare la realtà.
E la realtà è complicata. Molto più complicata di quanto permettano i social network, i titoli urlati o le dichiarazioni a effetto.
Prendiamo il tema dei minori stranieri non accompagnati.
Per una parte del dibattito pubblico sono quasi esclusivamente un problema di ordine pubblico. Per un’altra sono soltanto vittime da proteggere. La verità è che possono essere entrambe le cose.
Sono ragazzi che spesso arrivano da percorsi che la maggior parte degli italiani non riuscirebbe neppure a immaginare. Attraversano il mare da soli, deserti, guerre, violenze e sfruttamento. Molti provengono da Paesi segnati da conflitti, instabilità e povertà strutturale: territori nei quali anche l’Europa, Italia compresa, ha talvolta responsabilità indirette, attraverso la vendita di armi, rapporti economici squilibrati e politiche che hanno finito per rafforzare élite locali corrotte o autoritarie.
Prima ancora di diventare maggiorenni, molti hanno già conosciuto esperienze traumatiche che lasciano segni profondi.
In una società, la nostra, che accompagna il figlio diciottenne fino al cancello della scuola e ne controlla ogni spostamento attraverso il cellulare, ci troviamo davanti a ragazzi che hanno affrontato il Mediterraneo senza genitori, senza tutele e senza alcuna certezza di arrivare vivi.
Pensare che questo non lasci conseguenze psicologiche sarebbe ingenuo.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che queste esperienze possano trasformarsi automaticamente in integrazione.
Molti arrivano da contesti in cui i diritti praticamente non esistono. Arrivano in Europa immaginando spesso una terra dove tutto è possibile e tutto è dovuto. Si scontrano con una realtà diversa. A volte con la marginalità. A volte con la criminalità. A volte con l’abbandono.
Ignorare questo problema non è inclusione. È irresponsabilità.
Ed è qui che emerge la seconda grande rimozione del dibattito pubblico.
Per anni il centrosinistra ha spesso rinunciato a presidiare il tema della sicurezza, lasciandolo nelle mani di una destra che lo ha trasformato in una bandiera identitaria. Senza, peraltro, trovare soluzioni di qualche tipo.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Chi segnala problemi reali rischia di essere etichettato come xenofobo. Chi utilizza quei problemi per costruire consenso politico viene accusato di alimentare paure.
Su questo terreno la politica, che non può sottrarsi alle proprie responsabilità di mandante, per scelte compiute, omissioni e politiche che hanno contribuito a rendere croniche le crisi da cui molti fuggono, preferisce spesso riempire il dibattito di frasi fatte e slogan a buon mercato.
Accade a destra e a sinistra. Da una parte la retorica della “remigrazione”, del “mandiamoli a casa”, delle soluzioni immediate affidate all’espulsione o alla repressione. Dall’altra, formule speculari come “no alle ronde razziste”, “nessuno spazio alle squadracce”.
Slogan stanchi quanto inutili , ma sufficienti a smuovere gli animi se ridotti a parole d’ordine. Perché gli slogan mobilitano e raccolgono consenso; raramente, però, amministrano la stratificazione dei problemi. E quando la politica rinuncia a farlo, lascia cittadini e quartieri soli davanti alle criticità, mentre la distanza tra linguaggio pubblico e realtà quotidiana continua ad allargarsi.
Molti degli esponenti che oggi denunciano degrado, violenza e insicurezza hanno governato la città per anni, hanno avuto la piena collaborazione di amministrazione comunale e regionale dello stesso colore politico, ma peccano di una forma grave di memoria corta.
Le risse di Quinto non sono nate con l’attuale amministrazione. I problemi dei minori stranieri non accompagnati non sono comparsi dopo le ultime elezioni. Le tensioni sociali erano già evidenti.
Per questo la polemica politica appare spesso come una gigantesca operazione di rimozione delle responsabilità condivise.
La vera domanda, però, è un’altra.
Chi sono gli incappucciati?
Chi sono le persone che decidono di organizzarsi, armarsi di spranghe e andare a cercare qualcuno da colpire?
Perché se davvero siamo davanti a spedizioni punitive, allora il problema supera la cronaca e diventa culturale. Significa che qualcuno ha smesso di credere nella capacità delle istituzioni di garantire sicurezza e ha deciso di sostituirsi ad esse.
È esattamente il punto in cui una democrazia inizia a indebolirsi.
La cosa paradossale è che molti di coloro che invocano ordine e legalità finiscono per tollerare comportamenti che rappresentano la negazione stessa della legalità.
L’incappucciato non difende la sicurezza. L’incappucciato è il fallimento della sicurezza. E qui torniamo alla società dell’incomprensione.
Perché affrontare seriamente questa vicenda richiederebbe di accettare contemporaneamente diverse verità.
C’è una questione di sicurezza. C’è una questione di integrazione. C’è un nodo educativo e uno sociale. C’è il tema, delicato e spesso trascurato, della gestione dei minori stranieri non accompagnati. E poi c’è il linguaggio politico, sempre più esasperato, insieme al meccanismo dell’emulazione che i social possono amplificare.
Sono tutte dimensioni reali del problema.
Ma nell’epoca della semplificazione permanente, una lettura articolata viene spesso scambiata per esitazione, se non per debolezza. È più facile individuare un solo responsabile: l’immigrato, la sinistra, la destra, i giovani, i social, le istituzioni.
Qualunque bersaglio, purché consenta di ammettere che siamo di fronte a una materia difficile da ridurre a una sola chiave di lettura.
Perché quando una società smette di comprendere i fenomeni, smette anche di governarli
E quando i fenomeni non vengono governati dalla politica e dalle istituzioni, finiscono inevitabilmente nelle mani di chi urla più forte, o, nel peggiore dei casi, di chi indossa un cappuccio e decide di sostituire la legge con una spranga.