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Sudan, la guerra dei droni: chi li produce, chi li vende e come arrivano al fronte

Dalla Turchia all’Iran, passando per Cina, Russia e Bielorussia. Le indagini internazionali ricostruiscono la presenza di velivoli stranieri nel conflitto sudanese, pur evidenziando la difficoltà nell’identificare con certezza intermediari e responsabili delle singole consegne.

Sudan, 80 civili uccisi da un drone vicino a un mercato

Ottanta persone sono morte nell’attacco con un drone che domenica 18 ottobre ha colpito un’area di trasporto nei pressi di un mercato ad al-Dibab, nello Stato del Kordofan occidentale, in Sudan. Le vittime si erano radunate per trovare un mezzo con cui rientrare nei propri villaggi al termine della giornata di mercato. Un secondo attacco nella capitale Khartoum ha provocato altre quattro vittime, tra cui tre bambini di età compresa tra i due e i sei anni. Il bilancio dei due episodi è di almeno 84 civili uccisi, secondo Vatican News.

Le responsabilità del raid di al-Dibab sono al centro di accuse contrapposte. L’amministrazione legata alle Forze di supporto rapido (RSF), formazione paramilitare in guerra contro l’esercito regolare dal 2023, e l’organizzazione sudanese Emergency Lawyers hanno attribuito l’attacco alle forze armate sudanesi. L’esercito non aveva fornito nell’immediato una propria ricostruzione.

La strage si inserisce in un’escalation di attacchi con droni che sta colpendo mercati, abitazioni e infrastrutture civili, aggravando una delle più gravi emergenze umanitarie al mondo. Il conflitto, iniziato nell’aprile 2023, ha costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case e ha compromesso l’accesso a cibo, cure mediche e servizi essenziali. Le Nazioni Unite hanno denunciato il crescente impiego di velivoli senza pilota contro aree abitate e chiesto alle parti di proteggere la popolazione civile.

La guerra in Sudan si combatte sempre di più nei cieli. Dal 15 aprile 2023, data d’inizio del conflitto tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF), i droni sono diventati uno strumento centrale nelle operazioni militari, con conseguenze devastanti per la popolazione civile.

Un rapporto pubblicato da Sudan Witness (progetto del Centre for Information Resilience) ha identificato 21 modelli di velivoli senza pilota utilizzati nel conflitto. I mezzi individuati risultano prodotti in sei Paesi: Bielorussia, Iran, Cina, Russia, Sudan e Turchia. L’analisi si basa sulla verifica open source di immagini satellitari, fotografie e filmati di pubblico dominio.

Tra i sistemi tracciati figurano i droni Bayraktar TB2 e Akıncı, prodotti dalla turca Baykar e associati alle forze armate regolari (SAF); il Mohajer-6 di fabbricazione iraniana, anch’esso attribuito alle SAF; e il Wing Loong II cinese, legato invece alle RSF. Tali attribuzioni indicano la presenza e l’uso operativo di questi modelli sul campo, ma non costituiscono una prova automatica del loro impiego in ogni singolo attacco ai danni dei civili.

Le rotte delle forniture

Ricostruire chi progetta o fabbrica un drone è relativamente semplice una volta identificato il modello. Molto più complesso, invece, è stabilire chi gestisca la vendita, chi ne organizzi la logistica e chi ne garantisca la consegna finale.

Un’inchiesta condotta da Reuters nell’aprile 2024 ha individuato sei voli di un aereo cargo iraniano diretti a Port Sudan tra dicembre 2023 e gennaio 2024. Le immagini satellitari dell’epoca mostravano la presenza di un Mohajer-6 nella base militare di Wadi Sayidna. Nonostante le fonti dell’agenzia indicassero possibili forniture dirette da Teheran, l’esercito sudanese ha smentito di aver ricevuto armi dall’Iran, e la stessa Reuters ha precisato di non aver potuto verificare in modo indipendente tutti i dettagli dei trasferimenti.

Un’altra inchiesta, pubblicata dal Washington Post nel marzo 2025, ha ricostruito la fornitura alle SAF di droni TB2 e relative munizioni prodotte da Baykar. Sulla base di documenti di volo, tracciamenti commerciali e comunicazioni interne, il quotidiano ha documentato il trasferimento di almeno otto velivoli e centinaia di testate, descrivendo anche la presenza di personale tecnico dell’azienda in Sudan durante le fasi di consegna e integrazione operativa.

Le reti di approvvigionamento si confermano dunque articolate e internazionali, spaziando tra trasporti aerei, rotte marittime, società intermediarie e Paesi di transito. La semplice presenza di un velivolo su un teatro di guerra non consente di attribuire automaticamente la responsabilità della vendita a un singolo vettore o Stato: per ogni fornitura rimane indispensabile distinguere tra prove documentali certe, inchieste giornalistiche e ipotesi d’indagine ancora aperte.

Una responsabilità oltre i confini

Il mercato dei droni militari solleva questioni etiche e legali che coinvolgono l’intera filiera: non riguarda solo chi premie il grilletto sul campo, ma chi produce le armi, autorizza le licenze d’esportazione, organizza i trasferimenti e dovrebbe controllare la destinazione finale.

Seguire queste rotte impone di interrogarsi sull’efficacia dei sistemi di controllo internazionali, sulla trasparenza del commercio d’armi e sulle responsabilità dei soggetti sia pubblici che privati. In Sudan, come in qualsiasi altro conflitto moderno, la distanza geografica tra chi fabbrica un velivolo e chi ne subisce i raid non elimina l’obbligo di chiarire come e perché quell’arma sia arrivata al fronte.

fp

Fonte immagine copertina: Sito istituzionale Baykar

Fivedabliu.it

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