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Dodici anni per il crollo del Morandi, quasi quindici per Roggero: il paradosso delle pene che divide l’Italia

Quarantatré vittime innocenti sul ponte Morandi, due rapinatori uccisi dopo una fuga. Due sentenze diverse, due pesi emotivi opposti: il confronto tra Castellucci e Roggero racconta il difficile rapporto tra giustizia, responsabilità e percezione dei cittadini.

C’è un confronto che in questi giorni attraversa il dibattito pubblico e che, a prima vista, sembra quasi impossibile da accettare: 12 anni di condanna per Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade, nell’ambito del processo per il crollo del ponte Morandi, e quasi 15 anni per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato per aver ucciso due rapinatori in fuga.

Due vicende lontanissime tra loro, due storie giudiziarie che nascono da presupposti completamente diversi, ma che vengono accostate perché pongono una domanda istintiva: come può una responsabilità legata alla morte di 43 persone tradursi in una pena simile, o addirittura inferiore, rispetto a quella inflitta a chi ha ucciso due persone?

È una domanda emotiva, ma anche profondamente politica. Perché dietro il confronto tra gli anni di carcere c’è un interrogativo più grande: quanto vale una vita nel sistema della giustizia penale italiana e come vengono pesate le responsabilità?

Il numero delle vittime non è la misura della pena

Il primo errore, però, è pensare che la giustizia funzioni attraverso una semplice proporzione matematica: più morti uguale più anni di carcere.

Il diritto penale non ragiona così.

Una delle differenze fondamentali riguarda il tipo di responsabilità contestata.

Nel caso del ponte Morandi, la contestazione ruota intorno a una responsabilità colposa: secondo l’accusa e le ricostruzioni giudiziarie, il crollo sarebbe stato il risultato di una lunga catena di omissioni, sottovalutazioni dei rischi, mancati interventi e decisioni gestionali che avrebbero compromesso la sicurezza di un’infrastruttura fondamentale.

La domanda dei giudici non è stata: “chi ha voluto uccidere quelle persone?”, ma: chi aveva il dovere di impedire che quella tragedia potesse accadere e non lo ha fatto?

È una forma di responsabilità diversa da quella di chi decide consapevolmente di togliere la vita a qualcuno.

Nel caso di Mario Roggero, invece, il cuore della condanna riguarda il momento in cui la reazione alla rapina avrebbe superato il limite della legittima difesa. I giudici hanno ritenuto che gli spari siano stati esplosi quando i rapinatori erano ormai in fuga e quindi non rappresentavano più un pericolo immediato.

La questione centrale non è stata soltanto il fatto che due persone siano morte, ma la valutazione secondo cui ci sarebbe stata una scelta volontaria di esercitare una violenza letale fuori dal contesto della necessità di difendersi.

Due forme diverse di potere

Il motivo per cui il parallelo continua a fare discutere è però un altro.

Le due vicende raccontano due modi diversi di esercitare il potere.

Da una parte c’è il potere di un singolo cittadino che impugna un’arma e decide di farsi giustizia da solo.

Dall’altra c’è il potere di una grande organizzazione economica chiamata a gestire un bene pubblico: una rete autostradale utilizzata ogni giorno da milioni di persone.

Nel secondo caso il tema è quello della responsabilità di chi occupa una posizione di comando. Chi guida una grande struttura non gestisce soltanto bilanci, investimenti e strategie aziendali: gestisce anche rischi che possono ricadere sulla collettività.

Ed è proprio questo il punto che alimenta la rabbia di molti cittadini: la sensazione che una decisione sbagliata presa ai vertici di un sistema possa avere conseguenze enormi, ma produrre una risposta penale percepita come insufficiente.

La responsabilità diffusa e il problema dei vertici

Il caso Morandi ha riportato al centro una questione che riguarda molti grandi disastri contemporanei: come si attribuisce la responsabilità quando non c’è un singolo gesto, ma una sequenza di decisioni?

Un ponte non crolla per una scelta fatta in un secondo. Dietro una tragedia di questo tipo ci sono anni di manutenzioni, controlli, segnalazioni, priorità economiche, valutazioni tecniche.

La difficoltà del diritto penale moderno è proprio questa: individuare il momento in cui una scelta gestionale, apparentemente amministrativa o tecnica, diventa una condotta penalmente rilevante.

È più facile individuare chi preme un grilletto. È molto più complesso individuare chi, attraverso una serie di decisioni, contribuisce alla creazione di una situazione di pericolo.

Il rischio di una giustizia percepita come distante

Il confronto tra Castellucci e Roggero nasce anche da una crisi di fiducia.

Molti cittadini percepiscono una disparità tra la gravità sociale di alcuni eventi e la risposta giudiziaria. Vedono 43 persone morte in una tragedia nazionale e faticano a comprendere una pena che appare vicina a quella inflitta per un omicidio individuale.

Dall’altra parte, chi difende il principio della legalità sottolinea un altro rischio: trasformare la rabbia per un torto subito in una giustificazione per la violenza privata significa mettere in discussione uno dei principi fondamentali dello Stato moderno, cioè il monopolio pubblico dell’uso della forza.

Se ogni vittima di un reato potesse trasformarsi in giudice e carnefice, il confine tra difesa e vendetta diventerebbe estremamente pericoloso.

La vera domanda non è “chi ha preso più anni?”

Forse il confronto tra i 12 anni del caso Morandi e i quasi 15 anni del caso Roggero è destinato a rimanere perché mette in luce una contraddizione solo apparente.

Il diritto penale non misura soltanto il dolore prodotto, ma il modo in cui quel dolore è stato causato.

Una cosa è la morte provocata da una scelta volontaria e immediata. Un’altra è una tragedia provocata, secondo l’accusa e le sentenze, dalla mancata prevenzione di un rischio.

Ma resta una domanda che la politica e la società devono affrontare:

il nostro sistema riesce davvero a trasmettere il valore della responsabilità quando chi ha grandi poteri economici e decisionali contribuisce a creare rischi collettivi?

Perché forse il vero problema non sono i numeri delle condanne. È la percezione che, troppo spesso, nella società contemporanea sia più facile vedere la responsabilità di chi agisce con una pistola in mano rispetto a quella di chi prende decisioni dietro una scrivania.

Ed è proprio su questa distanza tra responsabilità percepita e responsabilità giudiziaria che si gioca una parte importante della fiducia dei cittadini nella giustizia.

Le vittime: il peso morale che cambia la percezione

C’è poi un elemento che, al di là delle categorie giuridiche, pesa enormemente sul giudizio dell’opinione pubblica: la natura delle vittime.

Nel caso del ponte Morandi, le 43 persone morte il 14 agosto 2018 erano cittadini che stavano semplicemente viaggiando: famiglie in partenza per le vacanze, lavoratori, persone che percorrevano un tratto di strada affidandosi a un’infrastruttura che doveva garantire sicurezza. Erano, nella percezione collettiva, vittime totalmente innocenti, colpite da un rischio che non avevano scelto e che non potevano prevedere.

Nel caso Roggero, invece, le due persone uccise erano rapinatori che avevano appena commesso un reato. Questo elemento non elimina il principio giuridico secondo cui anche chi delinque mantiene il diritto alla vita e non può essere punito da un privato cittadino oltre i limiti della legge. Ma è innegabile che, sul piano emotivo e sociale, la percezione sia diversa.

Molti cittadini leggono le due vicende attraverso una lente morale prima ancora che giuridica: da una parte 43 persone senza alcuna responsabilità, dall’altra due persone che avevano scelto di commettere una rapina e che sono morte durante la fuga.

È proprio qui che nasce una parte della frattura nel dibattito pubblico. La giustizia penale deve giudicare il comportamento dell’imputato, non il valore morale della vittima. Ma la società, inevitabilmente, tende a valutare anche il contesto umano delle vittime.

Ed è per questo che il confronto tra le due sentenze continua a suscitare reazioni così forti: non riguarda soltanto gli anni di carcere, ma il modo in cui le persone percepiscono il rapporto tra colpa, innocenza, responsabilità e conseguenze.

Fivedabliu.it

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