Miliardi per le armi, briciole per i servizi: oggi scende in piazza il Paese dimenticato
Sciopero generale del 30 ottobre: un Paese che investe nella difesa e lascia indifesi i suoi cittadini.
C’è qualcosa di straordinariamente italiano nel riuscire a trovare miliardi per comprare armi e, contemporaneamente, spiegare a un insegnante che per aumentargli lo stipendio non ci sono soldi. È una specie di miracolo contabile, una moltiplicazione dei pani e dei pesci al contrario: i pani spariscono, i pesci pure, ma i carri armati, quelli, arrivano.
Lo sciopero generale del 30 ottobre racconta anche questo. Racconta un Paese in cui lavorare non significa necessariamente riuscire a vivere dignitosamente, in cui ammalarsi può voler dire mettersi in fila per mesi oppure mettere mano al portafoglio, in cui la scuola pubblica viene celebrata a ogni inaugurazione dell’anno scolastico e dimenticata il giorno dopo, quando si tratta di finanziare ciò che serve davvero.
Il governo, naturalmente, ha le sue priorità. E le priorità, si sa, sono una questione di prospettiva.
La sicurezza nazionale è una priorità assoluta. Quella di trovare un medico quando ci si ammala, evidentemente, un po’ meno. Del resto, un missile non ha liste d’attesa.
Ci spiegano che dobbiamo essere pronti a difenderci. Ma sarebbe interessante capire da cosa, esattamente, ci stiamo difendendo, quando un anziano rinuncia a curarsi, una famiglia fatica a pagare l’affitto e un giovane scopre che può accedere al lavoro ma da precario perenne.
La sicurezza è diventata la parola magica della politica. Basta pronunciarla e qualunque spesa sembra giustificata. Peccato che esista anche la sicurezza di poter chiamare un’ambulanza, di trovare un medico, di mandare i figli in una scuola che non cada a pezzi, di arrivare alla fine del mese senza dover scegliere quale bolletta pagare.

Ma questa sicurezza non sfila nelle parate militari, non luccica nelle fotografie ufficiali e soprattutto non consente a nessun ministro di farsi immortalare davanti a un caccia di ultima generazione.
Un’infermiera che corre da un reparto all’altro, diciamolo, fa molta meno scena.
Eppure tiene in piedi il Paese molto più di tanti discorsi sulla grandezza della nazione.
C’è poi la questione dei salari. Quelli che, a sentire certi racconti, dovrebbero crescere grazie alla fiducia, alla competitività, alla produttività e a qualche altra parola sufficientemente astratta da non dover essere convertita in euro. Intanto il costo della vita presenta il conto, puntuale come un esattore, mentre gli stipendi sembrano aver sottoscritto un patto di immobilità con la storia.
Il paradosso è che a chi protesta viene spesso chiesto senso di responsabilità. Responsabilità verso il Paese, verso l’economia, verso i conti pubblici.
Sarebbe bello che, almeno una volta, il senso di responsabilità facesse il percorso inverso: dal Palazzo verso chi ogni mattina si alza per andare a lavorare.
Perché uno sciopero non è una gita fuori porta. È una giornata di salario persa da persone che, molto spesso, di soldi da perdere non ne hanno affatto. E quando chi fatica ad arrivare alla fine del mese decide di rinunciare anche a una giornata di paga per farsi ascoltare, forse sarebbe il caso di ascoltarlo davvero, anziché limitarsi a contare i disagi provocati dai treni fermi.
Naturalmente, non è così semplice. Ci sono gli equilibri internazionali, gli impegni con gli alleati, le esigenze della difesa, le compatibilità economiche. Tutto vero. Ma governare significa scegliere. E ogni scelta racconta, meglio di qualsiasi conferenza stampa, quale idea di società si ha in mente.
Non è necessario sostenere che ogni euro destinato alla difesa sia un euro sottratto alla sanità per comprendere che la distribuzione delle risorse è una questione profondamente politica.
E allora il problema non è soltanto quanto si spende. È ciò che si considera indispensabile e ciò che, invece, può aspettare.
Può aspettare il malato. Può aspettare l’insegnante. Può aspettare il lavoratore povero. Può aspettare il ragazzo che vorrebbe costruirsi una vita senza doverla cercare altrove.
Il 30 ottobre, dunque, non è soltanto una giornata di sciopero. È una domanda rivolta a chi governa: che cosa significa difendere un Paese?
Perché un Paese non è fatto soltanto di confini da proteggere. È fatto di persone che dentro quei confini devono poter vivere. Con dignità.