La prova definitiva che a Gaza va tutto bene: c’è gente in spiaggia
Bisogna avere smarrito ogni senso dell’umanità per trasformare persone in cerca di refrigerio nella prova che a Gaza non stia accadendo nulla. È il cinismo di chi, pur di non riconoscere la tragedia, pretende che le vittime soffrano in silenzio, senza vivere, senza sorridere, senza respirare. Perché quando perfino la sopravvivenza diventa un argomento contro chi subisce la guerra, il problema non è più la propaganda: è la bancarotta morale di chi la diffonde.

C’è una nuova scuola di pensiero che meriterebbe di essere studiata nei manuali di logica al contrario ma anche in quelli di psichiatria. Funziona più o meno così: se in una fotografia si vedono persone che fanno il bagno, allora non può esserci una guerra. Se qualcuno sorride, non può soffrire. Se un bambino gioca, non può essere affamato. E se una spiaggia è affollata, allora il genocidio è evidentemente una trovata della propaganda.
L’ultima “prova” portata dai professionisti della negazione è infatti questa immagine: una spiaggia di Gaza piena di persone. Guardateli. Sono vivi. Alcuni entrano in acqua. Altri passeggiano. Qualcuno addirittura sembra parlare con un amico. Caso chiuso. Tutti a casa. Decine di migliaia di morti, città rase al suolo, ospedali distrutti, scuole bombardate, intere famiglie cancellate dagli archivi anagrafici devono essere stati un gigantesco malinteso.
D’altronde, se davvero fossi sotto le bombe, che cosa dovresti fare? Restare immobile in una tenda, possibilmente sotto la pioggia o sotto il sole cocente, con un’espressione di dolore permanente, ventiquattr’ore su ventiquattro. Magari aspettando che qualche commentatore occidentale certifichi la tua sofferenza con il timbro dell’autenticità.
Perché pare che la vittima perfetta, per essere creduta, debba smettere di vivere. Non può cercare un momento di sollievo. Non può provare a far giocare i figli. Non può cercare un po’ di fresco vicino al mare. Non può nemmeno avere l’istinto elementare di sopravvivere psicologicamente.
È una forma di crudeltà che va oltre la politica. È la pretesa che chi soffre debba esibire continuamente la propria sofferenza per meritare compassione.
Le immagini della spiaggia di Gaza raccontano semmai l’esatto contrario di ciò che sostengono i negazionisti. Raccontano esseri umani che, in mezzo all’inferno, cercano disperatamente frammenti di normalità. Persone che vivono stipate in tende, spesso senza acqua potabile, senza elettricità, senza la certezza di arrivare vive al giorno successivo, e che per qualche ora cercano refrigerio sul tratto di costa che ancora esiste.
Ma per alcuni osservatori da tastiera questa sarebbe la prova che non sta accadendo nulla di grave. Come se gli ebrei rinchiusi nei ghetti non avessero mai giocato a calcio, come se durante l’assedio di Sarajevo nessuno fosse mai andato a prendere un caffè, come se nelle città europee bombardate durante la Seconda guerra mondiale la vita non avesse continuato ostinatamente a manifestarsi tra le macerie.
L’argomento è talmente assurdo da sfiorare il grottesco. Equivale a dire che un malato non è malato perché ogni tanto ride. O che un povero non è povero perché possiede un paio di scarpe.
Eppure questo ragionamento trova spazio, viene condiviso, applaudito e rilanciato. Non perché sia credibile, ma perché permette di non guardare in faccia la realtà. Trasforma una tragedia umana in una disputa semantica e offre una scorciatoia morale: se le vittime sembrano troppo vive, allora forse non sono davvero vittime.
È qui che emerge la parte più inquietante della vicenda. Non la propaganda, non la disinformazione, ma l’impoverimento dell’empatia. La capacità di osservare una popolazione devastata da mesi di guerra e indignarsi non per le bombe, non per i morti, non per la fame, ma per il fatto che qualcuno abbia ancora la forza di entrare in acqua.
Forse è questo che fa perdere speranza in un mondo migliore: non soltanto la violenza dei conflitti, ma la facilità con cui una parte dell’umanità riesce a disumanizzare l’altra. Fino al punto di considerare sospetta perfino la sopravvivenza.
Perché a quanto pare, secondo questa logica perversa, i gazawi commettono un errore imperdonabile: continuano a vivere. E continuano a vivere nonostante tutto. Una colpa che alcuni sembrano non riuscire a perdonare.
crediti copertina: arte.tv