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La violenza si costruisce. Una parola alla volta

Le parole non sono mai innocue: possono costruire il confronto democratico oppure preparare il terreno alla violenza. E questo sta succedendo a Genova

La violenza politica raramente esplode all’improvviso. Prima cambia il linguaggio. Poi cambia il modo in cui guardiamo chi la pensa diversamente. Infine cambia il confine tra ciò che riteniamo accettabile e ciò che fino al giorno prima ci avrebbe indignato.

La storia del Novecento insegna che nessun regime avrebbe potuto esercitare una violenza così vasta contando soltanto su pochi fanatici. Aveva bisogno di milioni di persone comuni. Non necessariamente crudeli. Ma convinte di agire per una causa superiore.

Nelle grandi dittature del secolo scorso la responsabilità individuale veniva assorbita dallo Stato, dal partito, dalla rivoluzione, dalla razza o dalla nazione. Non era più il singolo a scegliere. Era il sistema che decideva. L’individuo diventava un ingranaggio e, proprio per questo, poteva convincersi di non essere moralmente responsabile delle proprie azioni.

La filosofa Hannah Arendt, seguendo il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, descrisse questo meccanismo con una delle espressioni più celebri del pensiero politico contemporaneo: la “banalità del male”. Non intendeva dire che il male fosse banale, ma che persone apparentemente normali possono compiere atrocità quando rinunciano al giudizio critico e si limitano a obbedire.

Negli stessi anni, lo psicologo Stanley Milgram cercò di capire fino a che punto una persona fosse disposta a obbedire a un’autorità. I suoi esperimenti, condotti all’Università di Yale all’inizio degli anni Sessanta, mostrarono che una quota sorprendentemente elevata di partecipanti era pronta a infliggere quelle che ritenevano scosse elettriche molto dolorose a un’altra persona semplicemente perché un ricercatore glielo chiedeva.

Gli studi di Milgram sono stati oggetto di dibattito metodologico ed etico, ma una conclusione rimane largamente condivisa: il senso di responsabilità personale diminuisce quando viene trasferito a un’autorità percepita come legittima.

Un altro tassello fondamentale arriva dagli studi dello psicologo Albert Bandura sul “disimpegno morale”. Bandura spiegò come gli esseri umani possano sospendere temporaneamente i propri principi morali attraverso alcuni meccanismi psicologici: giustificare moralmente le proprie azioni, minimizzarne le conseguenze, diffondere la responsabilità all’interno del gruppo oppure disumanizzare chi viene percepito come avversario. Quando il nemico smette di essere visto come una persona e diventa un simbolo, un pericolo o un ostacolo, la violenza appare più facilmente giustificabile.

Tutto questo appartiene solo al passato?

Non del tutto.

Le democrazie contemporanee sono profondamente diverse dai regimi totalitari del Novecento. Esistono istituzioni indipendenti, pluralismo dell’informazione, magistrature autonome e strumenti di controllo che rendono improprio qualsiasi paragone diretto. Tuttavia, alcuni meccanismi psicologici e comunicativi sono gli stessi, perché appartengono al funzionamento della mente umana, non a un particolare sistema politico.

Oggi il terreno di scontro è soprattutto quello delle parole.

La ricerca sulla comunicazione politica mostra che il linguaggio utilizzato dai leader contribuisce a definire ciò che una comunità considera normale o accettabile. Quando il confronto democratico lascia spazio alla rappresentazione dell’avversario come “nemico”, “traditore”, “parassita”, “invasore” o “cancro”, non cambia soltanto il tono della discussione. Cambia la percezione morale dell’altro.

Gli studiosi di psicologia sociale parlano di “norme sociali percepite”: gli individui tendono ad adattare il proprio comportamento a ciò che credono essere socialmente legittimo. Se figure autorevoli normalizzano un linguaggio aggressivo, aumenta la probabilità che anche i sostenitori lo considerino accettabile.

Naturalmente sarebbe scorretto affermare che un leader sia automaticamente responsabile delle azioni violente compiute da un suo sostenitore. Le persone conservano sempre una responsabilità individuale.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che le parole siano prive di conseguenze.

Chi ricopre ruoli pubblici sa perfettamente che il linguaggio non descrive soltanto la realtà: la costruisce. La comunicazione politica moderna è supportata da consulenti, analisti, psicologi cognitivi, esperti di marketing e di profilazione dell’elettorato. Nessun leader ignora il fatto che rabbia, paura e indignazione siano tra le emozioni più efficaci per mobilitare il consenso.

La domanda, allora, non è se le parole producano effetti. La ricerca dice chiaramente che li producono.

La domanda è quale responsabilità abbiano coloro che scelgono deliberatamente di alimentare un clima di ostilità permanente.

Perché la violenza non inizia necessariamente con un pugno o con uno sparo.

Comincia quando qualcuno smette di vedere nell’altro un cittadino con cui dissentire e inizia a considerarlo un nemico da eliminare, almeno simbolicamente.

Ed è proprio in quel momento che la responsabilità personale rischia di dissolversi dentro la forza rassicurante del gruppo.

La storia insegna che è un passaggio sul quale vale sempre la pena mantenere alta l’attenzione e ieri a Genova abbiamo passato il segno.

FONTI:

  • Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, di Hannah Arendt (1963). 
  • “Behavioral Study of Obedience”, di Stanley Milgram, pubblicato sul Journal of Abnormal and Social Psychology nel 1963.
  • Obedience to Authority: An Experimental View (1974).
  • Moral Disengagement: How People Do Harm and Live with Themselves, di Albert Bandura (2016).
  • The Righteous Mind, di Jonathan Haidt (2012).
  • The Authoritarian Dynamic, di Karen Stenner (2005).

Fivedabliu.it

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