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Sicurezza: chi la invoca deve sapere chi deve garantirla

La sicurezza non si conquista trasformando la paura in consenso. Un sindaco non è un ministro dell’Interno e chi alimenta odio e tensione per raccogliere voti deve assumersi la responsabilità del clima che contribuisce a creare.

La sicurezza è diventata la parola più usata, e forse più abusata, del nostro tempo. Compare nelle campagne elettorali, nelle manifestazioni di piazza, nei programmi politici e nei social, dove spesso la paura corre più veloce dei fatti.

Ma prima di chiedersi chi deve risolvere il problema, bisognerebbe partire da una domanda semplice: chi ha davvero il compito di garantire la sicurezza dei cittadini?

La risposta è nella Costituzione. L’articolo 117 stabilisce che lo Stato ha competenza esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza, mentre ai Comuni spetta la gestione della polizia amministrativa locale.

Tradotto: la prevenzione e la repressione dei reati, il contrasto alla criminalità e la gestione dell’ordine pubblico sono responsabilità dello Stato, attraverso il Ministero dell’Interno, i Prefetti, i Questori e le forze di polizia: Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza.

Il Comune ha invece un ruolo diverso. La Polizia Locale, secondo la legge quadro del 1986, si occupa soprattutto di controllo del territorio, rispetto dei regolamenti, commercio, viabilità, occupazione degli spazi pubblici e decoro urbano. Può svolgere funzioni di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza nei limiti previsti dalla legge, ma non può sostituire le forze dello Stato.

Negli ultimi anni si è parlato molto di “sicurezza urbana”, un concetto introdotto dal decreto sicurezza urbana del 2017, che attribuisce ai sindaci strumenti per intervenire sul degrado, sulla vivibilità delle città e sulla qualità degli spazi pubblici. Ma anche qui è fondamentale non confondere i piani.

Un sindaco può rendere una città più ordinata, controllata e vivibile. Può intervenire sul commercio, sulla pulizia, sull’illuminazione, sulla manutenzione, sul rispetto delle regole amministrative. Non può però diventare il responsabile dell’ordine pubblico. Per questo eliminerei l’assessorato alla Sicurezza dai Comuni e ripristinerei una delega all’Annona, al commercio e alla pulizia urbana: un settore con compiti chiari, affidati alla Polizia Locale, senza attribuirle funzioni che spettano allo Stato.

La sicurezza vera richiede infatti investimenti, formazione, addestramento e organizzazione delle forze dell’ordine. È il Governo che deve decidere come rafforzare gli organici, come preparare gli operatori e quali strumenti mettere a disposizione di chi ogni giorno lavora sul territorio.

Il problema nasce quando la sicurezza diventa soprattutto uno strumento politico, una parola buona per raccogliere consenso. Perché se un tema così delicato viene trasformato in una permanente campagna elettorale, il rischio è che la paura venga alimentata invece di essere affrontata.

Chiedere a un sindaco di risolvere problemi che la legge attribuisce allo Stato significa creare un cortocircuito. Significa confondere le responsabilità e offrire ai cittadini risposte semplici a problemi complessi.

Ma c’è un aspetto ancora più delicato: il modo in cui si parla di sicurezza.

La violenza raramente nasce all’improvviso. Prima arrivano le parole. Poi la costruzione del nemico. Poi la trasformazione della paura in rabbia. Chi alimenta consapevolmente un linguaggio esasperato, chi trasforma ogni problema in uno scontro, deve sapere che non sta soltanto facendo propaganda: contribuisce a creare un clima.

Questo non è un gioco. Non è una gara a chi urla più forte sui social. Non è un modo per conquistare qualche voto in più. Una società più sicura non nasce dalla paura alimentata ogni giorno, ma dalla capacità di distinguere i ruoli, assumersi le responsabilità e leggere i segnali prima che diventino emergenze.

A volte, invece di continuare a rimestare nella palude delle informazioni distorte e delle tensioni costruite, sarebbe meglio fermarsi. E andare al mare.

Fivedabliu.it

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