Quando la politica non è in grado di risolvere, comincia a dividere
I social hanno svelato il limite di una politica che spesso confonde consenso con competenza. Dietro la propaganda e lo scontro continuo resta la domanda: quanti sanno davvero usare gli strumenti del proprio tempo?
Giochereste una partita di calcio con un pallone di pezza? O vi presentereste al via di una gara con un’auto che fatica perfino a partire? E ancora. Andreste a una riunione aziendale in pantaloncini e maschera da sub?
La risposta è ovvia. Nessuno affronta una sfida importante con strumenti sbagliati.
Eppure è esattamente quello che fa una parte della politica italiana con la comunicazione.
Viviamo nell’epoca in cui i social network rappresentano il principale spazio pubblico. È lì che si formano opinioni, si confrontano idee, si costruisce consenso. O almeno si dovrebbe.
Invece assistiamo ogni giorno a un gigantesco spreco.
Profili istituzionali trasformati in album fotografici, video improvvisati, slogan scritti per raccogliere applausi facili, polemiche costruite a tavolino, post pubblicati senza alcuna strategia. Non comunicazione, ma rumore.
Il punto, però, non è la qualità delle fotografie o dei video.
Il punto è molto più profondo.
Per anni l’incompetenza comunicativa di una parte della classe politica è stata nascosta da un meccanismo tanto semplice quanto efficace: trasformare i cittadini in tifoserie.
Perché quando non sei capace di convincere, puoi sempre dividere.
Quando non riesci a spiegare una scelta amministrativa, basta individuare un nemico.
Quando non hai una visione, puoi alimentare una guerra permanente.
Quando non hai argomenti, ti resta soltanto l’appartenenza.
È una scorciatoia straordinariamente efficace. E tremendamente pericolosa.
Chi appartiene a una tifoseria non valuta più i fatti. Difende il proprio simbolo. Perdona ciò che condannerebbe negli avversari. Condivide contenuti senza verificarli. Attacca persone che non conosce. Scambia il dissenso per tradimento.
È il sogno di ogni politica mediocre.
Perché una tifoseria non pretende competenza. Chiede soltanto fedeltà.
Così il dibattito pubblico si impoverisce. Le idee vengono sostituite dagli slogan, l’approfondimento dagli insulti, il confronto dalla delegittimazione personale.
Nel frattempo la politica può continuare a evitare la domanda più scomoda: è davvero all’altezza del compito che le è stato affidato?
Perché governare è difficile.
Comunicare bene è difficile.
Amministrare una città, una regione o un paese richiede studio continuo, aggiornamento, metodo, conoscenza dei linguaggi contemporanei. Richiede la capacità di spiegare anche decisioni impopolari senza trasformare ogni discussione in una guerra civile digitale.
Invece troppo spesso assistiamo all’esatto contrario.
Si improvvisa. Si pubblica qualsiasi cosa. Si rincorre l’algoritmo senza nemmeno capirne il funzionamento.
Si affida la comunicazione all’amico, al volontario, al militante, come se bastasse saper usare uno smartphone per costruire un rapporto di fiducia con migliaia di persone.
È la stessa superficialità con cui qualcuno pretenderebbe di progettare un ponte dopo aver visto qualche video su YouTube.
Nessuno lo accetterebbe.
Sulla comunicazione politica, invece, sembra tutto concesso.
La parte più amara di questa storia, però, riguarda i cittadini.
Sono loro a pagare il prezzo più alto.
Diventano soldati inconsapevoli di guerre che non migliorano la loro vita di un millimetro. Difendono leader che magari domani cambieranno alleanze, slogan o posizione. Trascorrono ore a combattersi sui social mentre chi li ha spinti in quella trincea continua la propria attività come se nulla fosse.
La politica dovrebbe formare cittadini.
Troppo spesso preferisce allevare tifosi.
Perché un cittadino informato fa domande.
Un tifoso, invece, applaude. Ed è proprio qui che si misura la qualità di una democrazia.
Non dal numero dei follower. Non dalle visualizzazioni.
Ma dalla capacità di una classe dirigente di convincere con le idee invece che con la paura, con i risultati invece che con il nemico di turno.
Quando una politica ha bisogno di ultras per sopravvivere, forse il problema non sono gli ultras.
Forse è la politica.