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Sanità ligure 2025: tra disavanzi, liste d’attesa, pazienti e cervelli “in fuga”

La sanità italiana non è perfetta, ma garantisce a tutti il diritto di essere curati, indipendentemente dal reddito o dal luogo di nascita. È un sistema con molti difetti, certo, ma resta uno dei pochi in grado di assicurare un’assistenza universale.

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Partiamo da qui:

Ben lontana dall’efficentismo del modello americano — dove l’assistenza si paga a caro costo e chi non può permettersela resta ai margini —, la nostra sanità pubblica riesce ancora a tenere insieme equità e accesso, pur tra mille difficoltà. E se la Francia, che spesso prendiamo a esempio, sta scoprendo oggi le crepe del proprio sistema sanitario, l’Italia continua almeno a reggere la sfida quotidiana di garantire un servizio a tutti.
Forse la vera riforma necessaria non è tanto quella dei confini amministrativi o delle sigle, quanto quella della mentalità: imparare a ridurre gli sprechi, limitare la burocrazia, e ricordare che gli ospedali, anche se trasformati in aziende, non sono — e non dovrebbero mai essere — imprese orientate al profitto. Sono, o dovrebbero essere, un servizio pubblico. E quando questa prospettiva si perde, a pagarne il prezzo non sono i bilanci, ma le persone.

Genova — La sanità della Liguria attraversa una fase di transizione profonda. A fronte di un quadro demografico che la vede tra le regioni più anziane d’Italia, il sistema sanitario regionale deve affrontare un equilibrio delicato tra risultati positivi e criticità strutturali ancora aperte. Da un lato si registrano progressi concreti, secondo i dati diffusi dalla Regione, nella riduzione dei tempi di attesa per le prestazioni mediche, dall’altro permangono problemi legati ai bilanci in rosso, alla carenza di personale e alla mobilità sanitaria in uscita, cioè ai pazienti liguri che scelgono di curarsi altrove.

Secondo Regione Liguria, nei primi mesi del 2025 la percentuale di cittadini che non riescono a ottenere prestazioni urgenti nei tempi previsti è scesa drasticamente, passando da un intervallo compreso tra il 40 e il 63 per cento registrato nel novembre 2024 a circa il 14,5 per cento. Anche per le prestazioni con priorità “D”, cioè da erogare entro 30-60 giorni, i ritardi si sono ridotti sensibilmente, mentre le prestazioni programmabili hanno visto un calo della quota di ritardi dal 28 al 15 per cento. Si tratta di un risultato significativo, frutto di un’azione coordinata di monitoraggio e di un incremento dell’offerta, sia nelle strutture pubbliche sia in quelle accreditate.

Il Piano Operativo

A sostenere questo miglioramento contribuisce anche la progressiva digitalizzazione del sistema. Oltre il 65 per cento dei cittadini liguri oggi dispone di un Fascicolo Sanitario Elettronico attivo, mentre la rete oncologica regionale è ormai operativa su tutto il territorio. La costruzione delle Case e degli Ospedali di Comunità rappresenta un altro tassello della strategia di prossimità sanitaria: il 72 per cento dei distretti liguri ne dispone, anche se molte strutture risultano ancora incomplete o carenti di personale.

Sul fronte politico e amministrativo, la Regione ha approvato un piano operativo per il biennio 2025-2026 volto a ridurre la mobilità sanitaria fuori regione, con stanziamenti di 24 milioni di euro per quest’anno e oltre 44 milioni a partire dal 2026.
Secondo i dati forniti da Gimbe, la mobilità sanitaria in fuga, cioè i pazienti liguri che si recano altrove per cure ospedaliere o specialistiche, resta infatti un nodo critico: nel 2025 i costi stimati sono di circa 158 milioni di euro, a fronte di entrate dalla mobilità attiva di 78,5 milioni, con un saldo negativo di circa 79 milioni.
Le specialità più colpite — ortopedia, cardiologia e malattie del sistema nervoso — soffrono sia di liste d’attesa lunghe sia di carenze di medici e anestesisti.

Il piano punta ad aumentare la capacità produttiva delle strutture, potenziare l’attività chirurgica nei settori più critici — ortopedia, cardiologia e cardiochirurgia — e rafforzare i servizi territoriali. Parallelamente, è in discussione un disegno di legge che prevede la cancellazione delle ASL provinciali per creare un’unica azienda sanitaria regionale affiancata da un’azienda ospedaliera genovese, come riportato da Il Secolo XIX.

Ma il sistema resta in rosso

Nonostante questi sforzi, il bilancio della sanità ligure resta in rosso. Il sistema registra un disavanzo stimato in centinaia di milioni di euro, secondo quanto denunciato da lineacondivisa.it. Le opposizioni in Consiglio Regionale parlano di un deficit certificato di oltre 100 milioni, come riportato da IVG.it, per il 2025, mentre l’assessorato alla sanità sostiene che gli stanziamenti aggiuntivi di 35 milioni rispetto all’anno precedente permetteranno di mantenere i servizi senza aumentare la pressione fiscale

Un sistema finanziario fragile

Il quadro che emerge è quindi complesso: una rete ospedaliera sotto pressione, una sanità territoriale in costruzione e un sistema economico-finanziario fragile. Tuttavia, la percezione dei cittadini resta mediamente positiva. Secondo i dati di uilliguria.it, l’indice di performance del sistema supera il 50 per cento, con un grado di soddisfazione medio di 7,7 su 10, uno dei più alti in Italia.

Il punto di vista di Matteo Bassetti, Coordinatore del Consiglio Superiore della Sanità di Regione Liguria

Per avere una visione completa della sanità ligure, abbiamo intervistato Matteo Bassetti, Coordinatore del Consiglio Superiore della Sanità della Regione Liguria. L’intervista offre uno sguardo diretto sui punti di forza e sulle criticità del sistema, dalla gestione delle liste d’attesa alla carenza di personale alla distribuzione dei servizi sul territorio, fino alle prospettive future per migliorare l’efficienza e la qualità delle cure.

Bassetti: “Serve una nuova cultura sanitaria.

«Abbiamo detto a Bucci: visto che ci avete nominato, ascoltateci».

Matteo Bassetti, infettivologo, direttore della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova e coordinatore del Consiglio Superiore di Sanità Ligure, parla con la consueta franchezza del lavoro svolto dal gruppo di esperti istituito dalla Regione per affiancare le politiche sanitarie.

«Il gruppo ha lavorato molto — spiega — e abbiamo avuto un incontro molto produttivo con il Presidente e l’Assessore. Buona parte delle cose messe in pratica seguono le nostre indicazioni, dalle liste d’attesa alla riorganizzazione dell’emergenza».

Per Bassetti, il Consiglio Superiore della Sanità «potrebbe diventare un vero organo tecnico-consultivo di grande valore, perché riunisce professionisti diversi che conoscono i problemi sul campo». E aggiunge: «In realtà il libro bianco lo stiamo già scrivendo. Tutto quello che facciamo è messo nero su bianco. È un organismo indipendente, non politico: non faremo sconti a nessuno».

«In Liguria un problema culturale: troppa gente al pronto soccorso»

Sul fronte dell’emergenza, Bassetti individua il nodo principale: «In Liguria c’è un problema culturale: chi ha la febbre o un disturbo lieve tende ad andare in ospedale. Il pronto soccorso non deve essere un posto dove uno si presenta, ma dove viene portato in urgenza».Alla base c’è anche una questione demografica: «Siamo la regione più anziana d’Italia e il sistema andrebbe parametrato di conseguenza. Non si può dare la stessa assegnazione economica a chi ha una popolazione con dieci anni di età media in meno».

Il ruolo dei medici di famiglia

Il coordinatore del Consiglio Superiore della Sanità Ligure punta il dito su una delle principali criticità del sistema: la carenza di medici di medicina generale.
«Oggi — spiega — i medici di famiglia rappresentano la prima linea di contatto tra cittadini e sistema sanitario. Sono loro che dovrebbero filtrare, educare, indirizzare le persone. Ma in molti casi questo ruolo è stato svuotato, sia per la mancanza di professionisti sia per la mole di burocrazia che li soffoca».

Bassetti propone una rivoluzione organizzativa: «Aumentare i medici di base avrebbe senso, ma il problema è trovarli. Bisogna rendere questa professione più attrattiva, più moderna, e garantire percorsi formativi rapidi e stabili».
Secondo lui, occorre anche «cambiare la mentalità del paziente, che deve capire che non tutto passa dall’ospedale».

E aggiunge: «La gente ha diritto di ammalarsi anche di sabato e domenica. Le case di comunità potranno essere una risposta, ma solo se funzioneranno davvero sette giorni su sette e se saranno integrate con i medici di famiglia e gli infermieri di territorio».

Poi entra nel merito delle criticità quotidiane:
«Ma chiaramente qua si vede di più quell’effetto sabato e domenica: i nostri pronto soccorsi quando è che vanno in tilt? Quasi sempre nelle festività e quasi sempre di lunedì o di martedì, quando non si riesce in qualche modo a rispondere alla domanda che arriva evidentemente dal weekend. Su questo le case di comunità potranno aiutare molto, perché dovranno naturalmente lavorare 7 giorni su 7».

Per Bassetti, la chiave è la rete: «Non si può pensare a un sistema sanitario che funziona solo negli ospedali. Serve un modello che parta dal territorio, che ascolti e accompagni le persone nel percorso di cura».

Bassetti: “Il test di medicina era diventato un disastro”

«Il test di medicina ha fatto danni in due modi: nella modalità di selezione e nei numeri». Bassetti, non usa giri di parole per descrivere un sistema che, a suo dire, «dopo trent’anni si era attorcigliato su se stesso».

«Per complicare una materia già complessa – spiega – si sono inventate domande imbarazzanti, come chi ha inventato la Viennetta Algida o quanto vola la gazza ladra. Abbiamo perso ragazzi che avevano davvero voglia di fare i medici».

Il problema, aggiunge, non era solo qualitativo ma anche quantitativo: «Abbiamo continuato per decenni a stabilire numeri astratti, senza mai verificare quanti studenti arrivassero davvero alla laurea o in quali settori si specializzassero».

Per Bassetti, la riforma voluta dalla ministra Bernini rappresenta una svolta necessaria: «Il semestre aperto è un ottimo strumento. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di cambiare. Se non funzionerà, si migliorerà, ma quello di prima non andava più bene».

Liste d’attesa, il nodo irrisolto della sanità pubblica

Tra i problemi che più colpiscono i cittadini, le liste d’attesa continuano a rappresentare una delle criticità più sentite del sistema sanitario. Per effettuare esami diagnostici o visite specialistiche, anche urgenti, si può arrivare ad attendere sei, sette, otto, persino nove mesi. Un tempo infinito, soprattutto quando in gioco c’è la salute. Le esperienze personali sono molteplici e diverse, ma il quadro generale è chiaro: la situazione è diventata insostenibile.

Eppure, mettere in discussione il sistema sanitario italiano oggi è legittimo ma anche complesso. Le carenze sono evidenti, tuttavia basta confrontarsi con altre realtà europee per comprendere che non si tratta di un problema solo nostro.

«Io non guardo gli Stati Uniti – ma la Francia. Ho amici francesi che mi raccontano di una situazione altrettanto devastante. I sistemi universalistici, come quello italiano o francese, stanno soffrendo perché oggi la domanda di salute è molto più alta rispetto a trent’anni fa.

Viviamo più a lungo – in media 84 – 85 anni – e quindi servono più cure, più esami, più controlli. Ma il sistema ha bisogno di fondi costantemente crescenti per reggere l’urto».

Appropriatezza: la chiave per ridurre le attese

Il primo nodo, secondo molti operatori, è quello dell’appropriatezza delle prestazioni. Quante delle visite o degli esami richiesti sono realmente necessari? «Se non andiamo a monte del problema, non risolveremo mai la coda a valle. È come versare benzina in un serbatoio bucato», spiega il medico. «Serve un ragionamento condiviso su quante delle prestazioni prescritte siano davvero indispensabili. Non tutto ciò che viene chiesto è urgente o necessario».

Un esempio concreto: «Chi ha un tumore deve poter fare una TAC in una settimana, senza discussioni. Ma chi va al pronto soccorso per una caduta in bicicletta o chi scopre di avere un po’ di colesterolo alto non può avere la stessa priorità. Occorre una collaborazione strutturata tra Regioni e medici di medicina generale per definire parametri precisi: non puoi richiedere una risonanza al ginocchio se non ci sono segni di una patologia importante».

Secondo le stime più attendibili, il 20-25% delle prestazioni richieste è inappropriato: visite ed esami che intasano il sistema senza portare reali benefici ai pazienti. Ridurre questa quota significherebbe liberare risorse e accorciare sensibilmente i tempi d’attesa per chi ha davvero bisogno.

La medicina difensiva: un paradosso costoso

Ma c’è un altro problema, meno visibile ma altrettanto pesante: la medicina difensiva. È quella tendenza dei medici a prescrivere più esami del necessario per tutelarsi da possibili denunce o contestazioni.

«Serve una legge nazionale che depenalizzi il reato medico nei casi di errore non doloso», propone. «Finché non lo faremo, continueremo a vedere milioni di prestazioni prescritte solo per precauzione, per “pararsi” da eventuali cause. È un fenomeno che assorbe tempo, denaro e personale, sottraendoli alle vere urgenze».

L’effetto è un circolo vizioso: più esami si prescrivono, più le liste si allungano, e più cresce la frustrazione dei cittadini. Intanto, chi ha bisogno urgente rischia di restare indietro.

Una sfida di equilibrio e responsabilità

Ridurre le liste d’attesa, dunque, non è solo una questione di fondi o di organizzazione. È una sfida di equilibrio tra appropriatezza, responsabilità professionale e tutela dei cittadini. Significa costruire un sistema in cui le prestazioni sanitarie non siano solo accessibili a tutti, ma anche realmente necessarie, evitando sprechi e duplicazioni.

Perché la sanità pubblica, nonostante le sue fatiche, resta ancora uno dei pilastri più preziosi del nostro Paese. Ma per continuare a esserlo, ha bisogno di riforme coraggiose, di fiducia e soprattutto di buon senso nella gestione delle risorse.

Le parole di Bassetti riassumono bene la sfida che la sanità ligure (ma anche italiana) si trova oggi ad affrontare. Ma al di là delle opinioni, resta un dato di fatto: nell’immediato futuro, la sanità ligure sembra muoversi lungo una linea sottile tra speranza e rischio.

La popolazione anziana e la crescente domanda di cure croniche pongono sfide che richiedono una pianificazione di lungo periodo, ma anche la capacità di attrarre e trattenere personale sanitario qualificato, oggi sempre più scarso.

Le riforme in corso potrebbero segnare un punto di svolta, a condizione che la nuova azienda unica riesca a semplificare la governance, eliminare sovrapposizioni e garantire una distribuzione più equilibrata delle risorse sul territorio.

La vera prova sarà quella di ridurre le disuguaglianze tra costa e aree interne, dove l’accesso alle cure è ancora più difficoltoso, e di contrastare il fenomeno, in crescita, della rinuncia alle cure per motivi economici o logistici. Se i piani annunciati verranno attuati con coerenza e continuità, la Liguria potrà forse passare da un sistema segnato dall’emergenza a uno più stabile, capace di rispondere in modo equo ed efficiente ai bisogni di una popolazione sempre più fragile e longeva.

In caso contrario, il rischio è quello di vedere aumentare le distanze tra chi può permettersi di curarsi privatamente e chi resta ai margini del servizio pubblico, in attesa non solo di una visita, ma di una reale riforma strutturale.

Fivedabliu.it

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