BoomerPunti di Vista

Quando il silenzio non faceva paura

Sempre connessi, sempre più superficiali

C’era un tempo in cui arrivava agosto e accadeva qualcosa che oggi sembra quasi inconcepibile: i politici sparivano. Non perché fuggissero dalle responsabilità, ma semplicemente perché andavano in vacanza. Chi al mare, chi in montagna, chi nella casa di famiglia. I giornali li fotografavano, raramente in costume, più spesso con un libro o un quotidiano in mano, mentre giocavano a carte o passeggiavano sul lungomare. Mai eccessivi, mai fuoriposto.

Per qualche settimana il dibattito pubblico abbassava il volume. E faceva bene. Faceva bene a loro, che tornavano con idee più lucide e nervi meno logorati, ma faceva bene anche ai cittadini, finalmente liberi dall’ennesima conferenza stampa, dall’ennesimo botta e risposta, dall’ennesima polemica costruita per conquistare un titolo.

Quella pausa aveva un significato che oggi sembra essersi perso. Ricordava che esiste un tempo per parlare e uno per tacere, un tempo per lavorare e uno per fermarsi, un tempo per informarsi e uno per riflettere. Era un equilibrio naturale che riguardava anche il modo in cui consumavamo le notizie.

Si usciva di casa con un giornale sotto il braccio. Al bar, sul treno, in fabbrica, nelle piazze. C’era chi leggeva L’Unità, chi il Corriere della Sera, chi Il Secolo XIX, chi il Lavoro o il Corriere Mercantile. Erano giornali diversi, spesso schierati, perfino faziosi, ma condividevano un’ambizione comune: non limitarsi a raccontare i fatti, bensì offrire strumenti per interpretarli. Prima ancora di informare, cercavano di formare.

Poi è arrivato Internet, una rivoluzione straordinaria che ha reso accessibile a chiunque la più grande biblioteca mai esistita nella storia dell’umanità. Il problema, però, non è mai stato la tecnologia. Il problema è ciò che abbiamo deciso di farne.

Oggi la politica non va più in vacanza perché la comunicazione non va più in vacanza. Ogni fatto, grande o piccolo, pretende un commento immediato: un incendio, una partita di calcio, una sentenza, il meteo, una fotografia, una polemica televisiva. Ogni giorno deve produrre una dichiarazione, una diretta, un video, un selfie. Il silenzio è diventato sospetto. Se non pubblichi sembri assente, e se sei assente sembri inutile.

Questa logica, però, non riguarda soltanto chi governa. Riguarda tutti noi. Abbiamo sostituito il giornale con il social network e, nel giro di pochi minuti, scorrono davanti ai nostri occhi guerre, ricette, tragedie, consigli medici, complotti, pubblicità mascherata da informazione, influencer, gattini e improvvisate analisi geopolitiche. Tutto sullo stesso piano.

Così un’inchiesta giornalistica che ha richiesto mesi di lavoro occupa lo stesso spazio di un video registrato in cucina da qualcuno che non ha verificato una sola fonte. Non perché abbiano lo stesso valore, ma perché l’algoritmo non premia ciò che è vero: premia ciò che riesce a trattenere la nostra attenzione.

Ed è qui che il problema smette di essere tecnologico e diventa culturale. Nel flusso continuo di immagini e contenuti non stiamo perdendo soltanto la capacità di distinguere il vero dal falso; stiamo smarrendo anche il senso della reputazione. Galeotti trasformati in eroi mediatici, pregiudicati che fanno del proprio passato un marchio commerciale, l’arroganza elevata a carattere, l’insulto scambiato per sincerità, la volgarità celebrata come autenticità. Non è il reato a essere diventato accettabile: è la notorietà ad aver preso il posto della reputazione.

Dare a tutti la possibilità di esprimersi è stato un progresso. Credere che tutte le opinioni abbiano la stessa autorevolezza, invece, è stato un errore. Così la parola di uno studioso, o di un professionista o di un operaio specializzato, occupa lo stesso spazio di quella di uno sconosciuto che parla davanti allo smartphone, non perché abbiano la stessa competenza, ma perché l’algoritmo non distingue il sapere dal rumore.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La politica è diventata una campagna elettorale permanente, l’informazione una competizione per conquistare attenzione. Parlano tutti, ascolta quasi nessuno e il livello di comprensione del dibattito pubblico continua ad abbassarsi.

Forse il vero progresso non consiste nell’avere uno smartphone in tasca invece di un giornale sotto il braccio. Consiste nel conservare quello spirito critico che quei giornali, con tutti i loro limiti, cercavano comunque di alimentare. E forse dovremmo rivalutare anche il valore del silenzio.

Un Paese non ha bisogno di rappresentanti costantemente connessi, ha bisogno di persone capaci di pensare prima di parlare. Per questo il vero scandalo, oggi, sarebbe vedere un politico che per due settimane non pubblica nulla: nessuna diretta, nessun selfie, nessun video registrato dal sedile posteriore di un’auto, nessun commento su qualunque fatto accada nel mondo.

Paradossalmente, potrebbe essere il gesto più rivoluzionario della sua estate. Perché governare non significa occupare ogni minuto dello spazio pubblico. Significa avere qualcosa da dire quando arriva davvero il momento di parlare.

Fivedabliu.it

Redazione del quotidiano digitale di libera informazione, cronaca e notizie in diretta

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