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Il treno del sole

Tra la fine degli anni Cinquanta e il boom economico, il Treno del Sole diventa il simbolo di un’Italia spaccata: milioni di persone lasciano il Mezzogiorno per alimentare l’industria del Nord, attraversando povertà, discriminazione e sfruttamento in nome di una modernizzazione che non è mai stata per tutti.

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Il “Treno del Sole” è diventato nel tempo una delle immagini più potenti della grande migrazione interna che, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Settanta, ha spinto milioni di italiani dal Sud verso il Nord industriale. Non era soltanto un convoglio ferroviario, ma una linea di confine simbolica tra due Italie: una che prometteva lavoro, salario e modernità; l’altra che restava ancorata a un’economia agricola povera, immobile, spesso senza alternative.

Nel 1958 il documentario Viaggio nel Sud di Virginio Sabel racconta questa frattura con uno sguardo che oggi appare tanto lucido quanto spietato. Il Mezzogiorno è descritto come un mondo fermo nel tempo, dove l’agricoltura è ancora il principale settore di occupazione e dove la riforma agraria non è riuscita a incidere realmente sulle condizioni di vita. I contadini e i braccianti vivono come hanno vissuto i loro padri: in paesi senza strade, senza acquedotti, senza scuole. Basta un cattivo raccolto per trasformare la povertà in disperazione.

È in questo contesto che emerge uno dei momenti più emblematici del documentario. A parlare è Arnoldo Foà, una delle voci più autorevoli della televisione pubblica, una voce che in quegli anni rappresenta lo Stato, la cultura ufficiale, l’idea stessa di un’Italia che si racconta a se stessa. Foà ricorda che la televisione la guardano tutti e suggerisce alla donna intervistata che, chiedendo qualcosa davanti alle telecamere, qualcuno potrebbe mandargliela. La frase è pronunciata con naturalezza, quasi fosse un dettaglio tecnico, ma rivela il potere del mezzo: la televisione non è più soltanto racconto, diventa spazio pubblico, luogo in cui la miseria può essere esposta e forse alleviata.

La contadina comprende immediatamente. Non si sottrae, non esita. Non chiede lavoro, non chiede diritti, non chiede giustizia. Chiede una cosa sola, elementare, spogliata di ogni retorica: «Una cosa buona. Un po’ di carne». Lo fa senza enfasi, senza apparente vergogna. In quel momento la povertà diventa spettacolo necessario, ultima possibilità di essere visti. La televisione, che dovrebbe unire il Paese, certifica invece la distanza tra chi può guardare e chi deve chiedere.

Da questo mondo contadino, immobile e privo di prospettive, chi può fugge. Prima verso le pianure e i capoluoghi, poi verso i grandi poli industriali del Nord. La televisione del bar del paese trasmette immagini di Torino, Milano, Genova: fabbriche, salari giornalieri, scooter, elettrodomestici, vestiti in serie. È il miraggio di una modernità possibile. Alla fine degli anni Cinquanta, nelle piazze del Mezzogiorno non si parla d’altro.

Comincia così la grande migrazione. Un flusso ininterrotto di persone sale su quello che le stesse Ferrovie dello Stato chiamano il Treno del Sole. Ventitré ore da Siracusa a Torino, raccogliendo uomini dalla Calabria, dalla Puglia, dall’Abruzzo. Al binario 13 di Porta Susa arrivano ogni mattina centinaia di nuovi immigrati. Chi può trova ospitalità da parenti e conoscenti; gli altri finiscono in locande sovraffollate, quattro, dieci, quindici per stanza.

Ma il viaggio non finisce all’arrivo. L’impatto con il Nord è duro. I meridionali vengono percepiti come un corpo estraneo, trattati come se fossero “oriundi”, non pienamente italiani. Il linguaggio raccolto dal documentario è esplicito: fanno paura, spaventano, vengono giudicati invadenti, violenti, culturalmente inferiori. È una discriminazione quotidiana, normalizzata, che passa attraverso il rifiuto di una casa, di un matrimonio, di un riconoscimento sociale.

Eppure, proprio su quella manodopera si regge il miracolo economico. Il documentario lo dice chiaramente: i viaggi della speranza e del dolore continuano ininterrotti, anche se la legge non lo consentirebbe. Alla fine degli anni Cinquanta il reclutamento illecito di manodopera è già formalmente vietato. Esistono norme che dovrebbero impedire l’intermediazione privata, il trasporto organizzato dei lavoratori, lo sfruttamento sistematico.

Ma la legge resta sulla carta. A Torino e in altre città industriali, molti emigranti del Sud trovano il primo impiego attraverso cooperative che forniscono alle fabbriche manodopera a basso costo in cambio di tangenti. I contributi assicurativi vengono spesso intascati dai capi. Quando queste cooperative vengono messe fuori legge, nel 1961, il sistema non scompare: si riorganizza. Nascono le cosiddette carovane, strutture informali che aggirano ancora una volta le norme.

Il meccanismo è sempre lo stesso: bisogno, ricatto, assenza di alternative. Ragazzi giovanissimi vengono reclutati senza tutele, senza assicurazione, senza diritti. Come Pasquale Raso, tredici anni, dieci ore di lavoro al giorno per settanta lire, ustionato gravemente in un’officina. Alla domanda se fosse assicurato, la risposta è netta: no. La legge esiste, ma non protegge.

Questo passaggio parla direttamente all’oggi. Perché il principio giuridico è rimasto invariato. Anche oggi il reclutamento illecito di manodopera è vietato ed è al centro delle norme contro il caporalato. Cambiano i contesti, cambiano le provenienze, ma la logica resta la stessa: garantire manodopera a basso costo, flessibile, ricattabile. Negli anni Cinquanta erano contadini del Mezzogiorno; oggi sono spesso migranti stranieri, ma anche lavoratori italiani marginalizzati. I settori sono gli stessi: agricoltura, edilizia, logistica, industria povera.

Nel 1961 il censimento sancisce il passaggio definitivo dell’Italia da Paese agricolo a Paese industriale. Ma quella modernizzazione avviene sulle spalle di cittadini che continuano a essere trattati come stranieri in patria. Il Treno del Sole diventa così il simbolo di un’Italia che cresce, ma non insieme: un Paese che promette futuro mentre costringe una parte di sé a chiedere davanti a una telecamera perfino un po’ di carne, e a lavorare in violazione della legge pur di sopravvivere.

Fivedabliu.it

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