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Armi e silenzi: Italia, Egitto e il nodo dei diritti umani

La nostra Costituzione predica pace e diritti, ma l’export di armi all’Egitto mostra un’Italia che razzola male

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Nel maggio 2023, a pochi metri dai banchi del Parlamento italiano, un dossier fu presentato con un titolo pungente: “Made in Italy to suppress in Egypt”, che si traduce in italiano come «Made in Italy per reprimere in Egitto». Quel rapporto non era una denuncia generica, ma una mappatura dettagliata, basata su dati ufficiali e fonti indipendenti, dell’export italiano di armi leggere e sistemi militari verso l’Egitto tra il 2013 e il 2021, e del loro possibile impiego in violazioni dei diritti umani da parte di attori statali egiziani.

Dietro numeri apparentemente aridi emergono fatti concreti: le armi prodotte in Italia non sono simboli astratti, ma strumenti concreti che entrano nella dinamica sociale e politica di un paese, con effetti reali sulla vita dei cittadini.

Egitto, diritti sistematicamente compromessi

L’Egitto, sotto la guida del Presidente Abdel Fattah al‑Sisi, è ampiamente considerato un paese in cui i diritti fondamentali sono sistematicamente compromessi. Polizia e forze di sicurezza sono state accusate di detenzioni arbitrarie, torture, processi irregolari e uso eccessivo della forza contro manifestanti e oppositori politici. Organismi delle Nazioni Unite e ONG come Amnesty International documentano che questi abusi sono ricorrenti e persistenti, rendendo il paese uno dei principali osservati speciali per violazioni dei diritti civili, politici e umani.

Formalmente, la legge italiana che disciplina l’export di armamenti è tra le più vincolanti in Europa: la Legge n. 185 del 1990, resa più stringente attraverso la Legge 135 del 2012, limita la vendita di armi ai paesi che violano i diritti umani o sono impegnati in conflitti armati. La norma stabilisce che le esportazioni verso governi “responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea o del Consiglio d’Europa”, dovrebbero essere vietate.

Tuttavia, nella pratica, per negare una licenza non è sufficiente che le violazioni siano ampiamente documentate da rapporti indipendenti: occorre un accertamento formale da parte di organismi internazionali ufficiali, cosa che raramente avviene in relazione all’Egitto. Ciò consente al governo italiano di rilasciare licenze anche verso paesi con gravi problemi di diritti umani.

Siamo dei bravissimi venditori di morte

Nel 2024, l’Italia ha autorizzato licenze di esportazione di armamenti per un valore complessivo di circa 8,69 miliardi di euro, con esportazioni verso circa 90 paesi, tra cui Stati UE/NATO e diversi regimi autoritari o con problematiche note in materia di diritti umani. I dati disponibili per l’Egitto mostrano che, tra le categorie esportate, figurano parti di armi e accessori militari per circa 80.000 USD, secondo i dati COMTRADE, mentre rapporti indipendenti indicano che le esportazioni autorizzate comprendono un mix molto più ampio, inclusi sistemi complessi e materiali pesanti.

L’Italia vende armi all’Egitto attraverso contratti di esportazione autorizzati dal governo italiano, con il Cairo tra i principali acquirenti di materiali d’armamento italiani, anche se i dati precisi variano di anno in anno in base alle licenze e alle consegne.

Freghiamo la legge 185 con le fregate

Negli ultimi anni, queste esportazioni hanno incluso sia materiale bellico pesante e sistemi d’arma di alto costo, come fregate multi‑ruolo (FREMM) e aerei da combattimento o da addestramento come l’Eurofighter Typhoon e l’M‑346, sia missili e sistemi di difesa navale collegati alle fregate, sia armi leggere e piccole armi da fuoco, tra cui pistole, revolver, fucili d’assalto, mitragliatrici leggere e pesanti, munizioni e componenti associati.

Ma anche con software per sistemi d’arma

Le esportazioni comprendono inoltre tecnologie militari, software per sistemi d’arma e pezzi di ricambio per apparati militari. Secondo organizzazioni indipendenti di monitoraggio dei diritti umani, alcune di queste armi leggere sono state impiegate dalle forze egiziane in contesti di repressione interna, sebbene i dati sui contratti specifici e sulle consegne reali non siano sempre completamente trasparenti. In sintesi, l’Italia fornisce all’Egitto un mix di armamenti che va dalle piccole armi da fuoco e munizioni a sistemi complessi e costosi, incluse piattaforme come fregate e velivoli da combattimento o addestramento, oltre a tecnologie di supporto per uso militare.

Il rapporto “Fabbricanti di impunità”

Il rapporto “Impunity Manufacturers / I fabbricanti di impunità”, pubblicato da EgyptWide il 2 ottobre 2024, aggiorna e approfondisce l’analisi delle esportazioni italiane verso l’Egitto, confermando il continuo rilascio di licenze nonostante le violazioni dei diritti umani. Nel 2023, il governo italiano ha autorizzato sette nuove licenze di esportazione verso il Cairo per un valore complessivo di oltre 37 milioni di euro, comprendenti armi leggere, munizioni, bombe, siluri, razzi, missili, software e tecnologie correlate ai sistemi d’arma, oltre a componenti e pezzi di ricambio.

Il rapporto evidenzia che alcune di queste armi potrebbero essere state impiegate in contesti repressivi contro manifestanti o oppositori politici e segnala come, nel luglio 2024, il Parlamento italiano abbia respinto una risoluzione che chiedeva la sospensione delle esportazioni di armi leggere verso l’Egitto. Il documento mette così in luce la persistente discrepanza tra le dichiarazioni ufficiali sulla tutela dei diritti umani e la realtà operativa delle licenze di esportazione italiane.

Trattato sul Commercio delle Armi

Questa dinamica ha sollevato forti critiche. Amnesty International e reti per il disarmo hanno più volte chiesto un embargo totale, evidenziando che le licenze correnti rischiano di violare le posizioni comuni dell’UE e il Trattato sul Commercio delle Armi, che impongono valutazioni rigorose sui rischi di utilizzo per violazioni dei diritti umani. Nel contesto comunitario, molti Stati membri hanno continuato a fornire armamenti nonostante già nel 2013 il Consiglio UE avesse invitato a sospendere le esportazioni verso l’Egitto a causa delle evidenti violazioni dei diritti umani.

Non è una questione tecnica ma etica

Dietro ogni pistola, ogni fucile, ci sono nomi di aziende italiane rinomate nel settore della difesa. La mancanza di trasparenza e di monitoraggio efficace facilita un mercato in cui Stato, industria e interessi strategici prevalgono spesso sulle normative e sulle implicazioni umanitarie. La legge, che doveva fungere da barriera contro l’uso improprio degli strumenti militari, finisce per diventare un criterio interpretativo caso per caso che consente licenze anche verso paesi dove il rischio di abusi è documentato ma non “formalmente accertato”.

L’Italia rispetta davvero i diritti umani?

La vicenda Italia‑Egitto non è un capitolo secondario della cronaca strategica. È una questione che mette a confronto la coerenza delle politiche estere, il significato reale di norme che dovrebbero proteggere diritti fondamentali e il ruolo dello Stato nel bilanciare interessi commerciali, relazioni geopolitiche e responsabilità etica. Se le armi italiane vengono usate per reprimere la libertà di manifestare o intimidire oppositori, la domanda non è più solo di ordine normativo, ma di natura politica e morale: può uno Stato democratico davvero rispettare i diritti umani mentre autorizza la vendita di strumenti di violazione degli stessi?

Fivedabliu.it

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