Rapporto Caritas 2025: il volto profondo della povertà
Disuguaglianze economiche, povertà multidimensionale, violenza di genere e povertà energetica: il nuovo Rapporto Caritas 2025 fotografa un’Italia in crisi profonda, dove la povertà è ormai parte strutturale del tessuto sociale.
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A quasi trent’anni dal primo Rapporto sulla povertà di Caritas Italiana, l’edizione 2025 restituisce un’immagine dell’Italia inquieta e frammentata, in cui le disuguaglianze economiche, sociali e culturali si sono consolidate fino a diventare strutturali. Il titolo scelto, Fuori campo, è un invito a spostare lo sguardo, a uscire dai confini dell’abitudine per osservare le vite che restano ai margini del racconto pubblico. È lì che si manifesta la parte più fragile del Paese, fatta di milioni di persone e famiglie che vivono tra precarietà economica, isolamento, violenza e povertà energetica.
Salari in calo
Il primo dato che emerge dal Rapporto è quello di un’Italia in cui la disuguaglianza non è soltanto economica, ma riguarda anche il riconoscimento sociale, le opportunità e la libertà sostanziale delle persone. Tuttavia, proprio sul piano economico si osservano gli squilibri più drammatici. Tra il 1990 e il 2020 il nostro Paese è stato l’unico dell’area OCSE a registrare una variazione negativa dei salari reali medi, con un calo del 2,9 per cento. Nello stesso periodo la quota dei lavoratori a basso salario è cresciuta dal 25,9 al 32,2 per cento, segno di un mercato del lavoro sempre più polarizzato, incapace di garantire ascensori sociali e, anzi, sempre più propenso a generare esclusione. Le categorie più penalizzate restano le donne, i giovani tra i 16 e i 34 anni e i residenti del Mezzogiorno, dove il lavoro part-time e precario è spesso l’unica prospettiva.
Attenti agli imprevisti
La disuguaglianza patrimoniale mostra divari ancora più impressionanti. Ogni cittadino italiano possiede in media 190 mila euro di patrimonio, ma la media inganna. I cinquantamila adulti più ricchi del Paese hanno più che raddoppiato la loro ricchezza rispetto agli anni Novanta, mentre i venticinque milioni di italiani più poveri hanno visto la propria ricchezza media ridursi di oltre tre volte, fino a circa settemila euro pro capite. Si calcola che almeno dieci milioni di adulti dispongano di risparmi inferiori ai duemila euro, una cifra che non consentirebbe di far fronte a un imprevisto, come una malattia o la perdita del lavoro. È il segno di una polarizzazione estrema che blocca la mobilità sociale e trasmette le disuguaglianze da una generazione all’altra.
Oltre due milioni di famiglie in povertà assoluta
Sul fronte della povertà, i numeri sono altrettanto inquietanti. Oggi in Italia vivono in povertà assoluta 5,7 milioni di persone, pari al 9,8 per cento della popolazione, distribuite in 2,2 milioni di famiglie. Negli ultimi dieci anni il fenomeno è aumentato del 43,3 per cento, trasformandosi da emergenza in componente strutturale del tessuto sociale. Le analisi condotte dalla rete Caritas rivelano che alla povertà economica si accompagna quasi sempre una condizione di vulnerabilità più ampia, fatta di fragilità sociali e relazionali. Nel 2024 i Centri di Ascolto Caritas hanno sostenuto 277.775 famiglie, pari al 12 per cento di quelle in povertà assoluta, con un incremento del tre per cento rispetto all’anno precedente e del 62,6 per cento rispetto al 2014. Oltre la metà di queste famiglie presenta almeno due forme di disagio e una su tre ne manifesta tre o più, a conferma di quanto la povertà sia ormai un fenomeno multidimensionale, dove le diverse deprivazioni si intrecciano e si rafforzano a vicenda.
Mancanza di un reddito stabile, insicurezza abitativa e disoccupazione
I principali fattori di fragilità restano la mancanza di un reddito stabile, l’insicurezza abitativa, la disoccupazione, la bassa scolarizzazione e l’isolamento sociale. Nei casi più gravi, queste condizioni si combinano con disturbi psichici, dipendenze o situazioni di violenza, generando percorsi di esclusione quasi irreversibile. Per questo il Rapporto invita a superare una logica di intervento puramente assistenziale, promuovendo un cambio di paradigma basato su un approccio “capacitante” e sistemico, capace di restituire alle persone autonomia, dignità e futuro.
Gioco d’azzardo
Un’intera sezione del documento è dedicata alla crescita esponenziale del gioco d’azzardo, definita una “deriva industriale di massa”. Dalla fine degli anni Novanta, l’offerta di gioco si è moltiplicata, sia online che nei luoghi fisici, fino a raggiungere oltre 150 mila locali distribuiti in tutte le province italiane. Nel 2006 gli italiani avevano speso complessivamente 35 miliardi di euro; nel 2024 la cifra è salita a 157 miliardi, con un incremento del 349 per cento. Nello stesso periodo l’incasso dell’erario è aumentato solo da 6 a 11 miliardi, un incremento dell’83 per cento, mentre il grosso dei profitti è andato alle grandi società del settore. Ma l’impatto economico è solo una parte del problema.
La “contabilità del tempo di vita” consumato nel gioco restituisce un quadro ancora più grave: oltre 104 milioni di giornate lavorative vengono assorbite ogni anno da attività d’azzardo. Solo per le slot machine si stimano 38 milioni di ore di gioco, mentre le modalità tradizionali, come lotto e scommesse, impegnano la popolazione per circa 388 milioni di ore. Nel 2024 le perdite totali sono state pari a 20 miliardi di euro. Le regioni più povere e con redditi medi più bassi, soprattutto al Sud, registrano le perdite più alte in proporzione al reddito familiare. L’azzardo, osserva il Rapporto, costa di più a chi ha meno, perché ogni euro perso pesa enormemente sul bilancio di chi vive in condizioni di precarietà. È un fenomeno che amplifica la povertà e consuma relazioni, tempo, energie, senso di sé.
Violenza contro le donne
Altro capitolo cruciale riguarda la violenza contro le donne, un fenomeno che in Italia assume proporzioni strutturali e trasversali. Secondo Eurostat, una donna su tre ha subito violenza almeno una volta nella vita. La Convenzione di Istanbul definisce la violenza di genere una violazione dei diritti umani, legata alla disuguaglianza storica tra i sessi, e i dati italiani confermano questa dimensione. Le forme di violenza più diffuse sono quella psicologica, fisica, sessuale, economica e, sempre più spesso, digitale.
Nel 76 per cento dei casi le donne che si rivolgono ai Centri Antiviolenza non sono economicamente autonome, e nel 77,6 per cento dei casi i figli sono testimoni diretti delle violenze. In Italia sono attivi 404 centri, che ogni anno accolgono oltre 61 mila donne, offrendo supporto legale, psicologico e percorsi di autonomia.
Le storie raccolte da Caritas mostrano come la violenza si intrecci quasi sempre con la povertà. Molte donne vivono situazioni di violenza economica o relazionale, prive di indipendenza finanziaria e spesso coinvolte in contesti di precarietà lavorativa. Solo il 18 per cento di loro ha un impiego stabile, mentre la metà è disoccupata o in cerca della prima occupazione. Oltre il 77 per cento è madre, con figli che, in molti casi, subiscono o assistono alla violenza. I percorsi di fuoriuscita sono difficili: isolamento, mancanza di sostegni familiari, difficoltà abitative e scarso accesso a risorse previdenziali o lavorative rendono la ripartenza complessa.
Per questo, progetti come il programma nazionale “Ruth” puntano a un accompagnamento integrato, sociale, legale e finanziario. Ma Caritas avverte: senza un cambio culturale profondo, che investa nella prevenzione e nella rete territoriale, non sarà possibile scardinare gli stereotipi che alimentano la violenza di genere e la povertà femminile.
Povertà energetica
Il Rapporto affronta anche un’altra emergenza crescente: la povertà energetica. Si tratta della condizione di chi non può permettersi un livello adeguato di riscaldamento, energia elettrica o gas, connessa non solo alle difficoltà economiche ma anche alle disuguaglianze ambientali e climatiche. Secondo l’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica, nel 2023 le famiglie colpite sono state 2,36 milioni, pari al 9 per cento del totale nazionale, con un incremento di 340 mila unità in un solo anno, il valore più alto dall’inizio della serie storica.
Le famiglie più povere spendono in media l’8,7 per cento della loro spesa complessiva per beni e servizi energetici, contro il 3,3 per cento delle famiglie più ricche. La situazione si è aggravata anche per la riduzione dei fondi pubblici: tra il 2022 e il 2023 le risorse destinate ai bonus energetici sono diminuite di un miliardo di euro.
Caritas propone di interpretare questa emergenza come una nuova frontiera di giustizia sociale, parlando di “welfare energetico climatico”: un modello che unisca sostenibilità ambientale e inclusione, garantendo a tutti l’accesso a energia rinnovabile e a prezzi equi. La povertà energetica, infatti, non è solo un problema economico, ma una forma di esclusione che impedisce alle persone di vivere in modo dignitoso, di studiare, di curarsi e di partecipare alla vita collettiva.
Nonostante la durezza dei dati, il Rapporto non si limita a denunciare. Tra le pagine dedicate agli approfondimenti, emergono venti esperienze locali e nazionali che dimostrano come, in molti territori, si stiano sperimentando risposte innovative: progetti di economia solidale, percorsi di formazione e inserimento lavorativo, reti di sostegno abitativo e iniziative di accompagnamento personalizzato. Sono frammenti di una società civile viva, capace di inventare nuove forme di prossimità e solidarietà anche in un contesto di crescente frammentazione.
Come ricorda don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, il cambiamento non può essere misurato solo attraverso gli indicatori economici, ma deve essere valutato in base alla capacità di promuovere l’umano, di ridare fiducia, di generare relazioni. È questa la prospettiva che attraversa tutto il Rapporto: la convinzione che ogni persona, anche la più fragile, porti in sé un germe di riscatto, e che la giustizia sociale non sia una questione di assistenza ma di dignità.
L’Italia del 2025 appare dunque come un Paese ferito ma non immobile. Le disuguaglianze si sono ampliate, la povertà è diventata più profonda e complessa, l’azzardo e la violenza erodono silenziosamente capitale umano e relazioni, mentre la transizione energetica rischia di lasciare indietro i più deboli. Ma al tempo stesso, nelle periferie sociali e culturali, si intravedono energie nuove, esperienze che ricuciono legami e offrono visioni alternative di futuro.
Una sfida collettiva
Il Rapporto Caritas non si limita a descrivere il disagio: propone una sfida collettiva. Invita istituzioni, cittadini e comunità a riconoscere la povertà non come un destino individuale, ma come una responsabilità condivisa. Perché, come sottolinea il documento, la misura reale dello sviluppo non è solo nella crescita del Pil, ma nella capacità di un Paese di non lasciare nessuno indietro.