Vivere a Fegino, tra alluvioni, inerzia politica e l’ombra ingombrante di Iplom
Le piogge intense riportano il rio Fegino a esondare e riaccendono la rabbia dei residenti. Tra opere idrauliche mai completate, condotte della raffineria che frenano gli interventi e una periferia che le istituzioni continuano a ignorare, Fegino resta uno dei punti più fragili di Genova.
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Ovunque in Italia un quartiere lontano dal centro si chiama semplicemente “periferia”. A Genova, invece, guai a usare quella parola. Qui si preferisce dire che la città è “policentrica”, una comoda foglia di fico per ricordare che un secolo fa Genova era davvero un insieme di tanti poli urbani.
Ma oggi, se cerchi una massicciata di cemento costruita per far passare la ferrovia, un ponte di ferro arancione, un depuratore esposto senza nemmeno il pudore di qualche giardinetto o una vecchia centrale elettrica piena di amianto in mezzo al nulla… be’, devi per forza “andare in periferia”. Con buona pace di tutti, puristi compresi.
Quella che vi raccontiamo oggi è una storia umidiccia, fatta di tensioni, timori, rivendicazioni, ingiustizie e abbandono ma anche di tentativi di riscatto. È il racconto di un quartiere, che ha anche una massicciata di RFI, dove un rio, ogni volta che piove in maniera intensa, devasta tutto.
Fegino, acqua e paura
Nel quartiere di Fegino, in Val Polcevera, l’acqua torna a essere fonte di paura ogni volta che il cielo si appesantisce. Il rio Fegino, un corso d’acqua apparentemente modesto ma da sempre insidioso, scorre tra argini fragili e sponde inglobate dall’urbanizzazione.
Ogni esondazione non è solo un episodio emergenziale: è il riflesso di una vulnerabilità strutturale e sociale che da anni affligge questa periferia genovese.
Le piogge intense degli ultimi giorni hanno riportato il rio ad allagare e travolgere tutto ciò che incontra, riaccendendo timori e rabbia tra i residenti, costretti ancora una volta a proteggere le proprie case da acqua, detriti e nuovi danni.
«Dopo i danni del 2024 – spiega Antonella Marras – è l’ennesima conferma che i lavori di messa in sicurezza idraulica non sono sufficienti né tempestivi».
Il Comitato Spontaneo Cittadini Borzoli e Fegino denuncia da anni l’assenza di risposte chiare dall’amministrazione, nonostante assemblee pubbliche autogestite, raccolte firme e richieste di confronto.
Il progetto del terzo lotto e i suoi limiti
Sul fronte tecnico, il Comune di Genova ha elaborato il progetto CDS 6/2024, dedicato al terzo lotto di sistemazione idraulica del rio. Il piano comprende relazioni idrauliche e geologiche, modellazioni, planimetrie e interventi mirati ad abbassare il letto del torrente, rinforzare gli argini e uniformare la larghezza dell’alveo.
Lo sbancamento previsto interessa il tratto dal primo tornante di via Borzoli a circa settanta metri oltre il ponte carrabile di Iplom, includendo anche i rami “rio Fegino di monte” e “rio Burlo”. Sono previsti oltre ventimila metri cubi di terreno da rimuovere, con un costo stimato di 5,4 milioni di euro.
Le relazioni geologiche mettono in evidenza vincoli strutturali e caratteristiche del suolo, elementi fondamentali per garantire che il rio possa reggere portate di piena anche in condizioni estreme. Un progetto importante, dunque. Ma fermo.
L’ostacolo dei tubi di Iplom
Non si può parlare di sicurezza idraulica a Fegino senza affrontare il nodo del deposito Iplom e dei suoi oleodotti, che attraversano o costeggiano l’alveo. Nel 2016 una tubatura cedette, riversando decine di migliaia di litri di greggio nei torrenti Pianego e Fegino: un disastro ambientale ancora vivo nella memoria del quartiere.
Da allora, lo spostamento delle condotte fuori dal torrente è diventato il prerequisito per qualsiasi intervento strutturale serio. Senza questa operazione, abbassare l’alveo, alzare gli argini o ampliare le sezioni diventa impossibile. Tuttavia, tra iter burocratici, costi elevati e complessità di espropri e autorizzazioni, il processo è rimasto bloccato per anni.
Tra gli abitanti è diffusa la percezione che la politica locale sia in una forma di sudditanza rispetto a Iplom. Il peso economico della raffineria e la sua influenza sulle scelte amministrative vengono indicati come uno dei principali fattori che rallentano sia la bonifica ambientale sia gli interventi di riduzione del rischio idrogeologico. «Siamo schiavi di Iplom», ripetono molti residenti.
Abbiamo chiesto a Antonella Marras, storica Presidente del Comitato, che da sempre si occupa delle sorti del quartiere, a che punto sono i lavori: “Lo spostamento delle condotte è in corso già da qualche tempo e sta creando diverse criticità. In particolare, alcuni versanti hanno mostrato problemi di tenuta perché, per permettere il passaggio delle condotte, sono stati effettuati tagli di alberature e scavi. Come abbiamo potuto osservare, questi interventi favoriscono la formazione di numerosi ruscellamenti che si riversano su via Borzoli, trascinando con sé fango e detriti e trasformando la strada principale in un vero e proprio fiume di fango. Segnalo inoltre che i lavori risultano attualmente sospesi all’altezza del rio Pianego a causa di ritrovamenti archeologici. È curioso notare come anche in questo quartiere emergano testimonianze della sua storia”.
Una paratia che avrebbe dovuto fermare la piena
E Antonella Marras interviene anche sul tema dello spreco delle risorse: “A pesare sul quartiere c’è anche la sua storica condizione: Fegino sembra ricevere attenzione soltanto durante le emergenze, mentre la messa in sicurezza procede con estrema lentezza.
E quando arrivano, le risorse sono spesso destinate a interventi marginali, manutenzioni di muri, piccoli consolidamenti, opere tampone che non affrontano il problema alla radice. Emblematico è il caso della paratia inaugurata in grande stile e ribattezzata dai residenti il “nostro Mose”: mai entrata davvero in funzione, rivelatasi inutile e realizzata con fondi pubblici”.
Il futuro tra tecnica, politica e partecipazione
Il progetto del terzo lotto rimane un segnale importante. Se realizzato in modo completo e soprattutto se accompagnato dallo spostamento delle condotte Iplom, potrebbe ridurre in modo significativo il rischio di esondazioni.
Ma perché ciò accada servono impegni chiari da parte dell’azienda, finanziamenti stabili e un dialogo reale con i cittadini. Il Comitato Borzoli–Fegino chiede non solo interventi di messa in sicurezza, ma anche la possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano il territorio.
“Dopo aver richiesto e ottenuto un’assemblea pubblica, che però la precedente amministrazione non ha mai calendarizzato, c’è stato un confronto tra noi cittadini, senza le istituzioni, che ha evidenziato criticità note e la necessità di individuare soluzioni ai problemi che da anni gravano sulla valle
Chi abita il territorio conosce bene quali interventi sarebbero necessari: opere orientate alla riduzione del danno, alla messa in sicurezza dei versanti, alla manutenzione e al ripristino di un ambiente ormai abbandonato”.
Un territorio che un tempo ospitava quattro laghi richiede una progettazione seria e complessiva della gestione delle acque. Il progetto attualmente noto – complicato anche da espropri temporanei o mai realizzati – avrebbe un impatto significativo sulla vita sociale, economica e ambientale del quartiere.
È per questo che da decenni i residenti seguono con attenzione le varie proposte, chiedendo un confronto reale e continuo, indispensabile per trovare soluzioni condivise e sostenibili.
A Fegino, ogni allerta meteo è una questione concreta. E finché la politica non riuscirà a coniugare interventi tecnici, volontà amministrativa e indipendenza dagli interessi industriali, ogni pioggia intensa rischierà di riportare il quartiere nel limbo dell’emergenza.
La speranza del quartiere è che il terzo lotto non resti soltanto un progetto, ma diventi finalmente realtà. Fino a quel momento, basterà un temporale più forte per far tornare la paura.