Oltre la notiziaTOP STORIES

 “Dual-use”, il grande inganno

Droni, chip, IA e biotecnologie sfumano il confine tra pace e guerra: il “dual use” diventa l’alibi perfetto per una corsa agli armamenti high-tech.

Tempo di lettura 5 minuti

L’Europa aggiorna le regole sull’export delle tecnologie a duplice uso

Nel settembre 2021 l’Unione Europea ha riscritto le sue regole sul dual use, promettendo più trasparenza e maggiore attenzione ai diritti umani. Ma dietro la riforma resta un nodo irrisolto: come controllare tecnologie che, a seconda di chi le usa, possono salvare vite o contribuire a distruggerle?

L’Allegato I – il catalogo dei prodotti sensibili – è il cuore del sistema. Qui finiscono materiali nucleari, chip avanzati, software di sorveglianza. Eppure, mentre Bruxelles aggiorna le liste, l’industria corre più veloce.
Le nuove norme includono anche gli strumenti di cyber sorveglianza, ma non bastano a seguire il ritmo di un settore che vive di aggiornamenti continui, trasferimenti immateriali e catene di approvvigionamento impossibili da tracciare.

Gli Stati membri, nel frattempo, mantengono ampi margini discrezionali: possono bloccare transiti sospetti, introdurre filtri aggiuntivi o autorizzare esportazioni che altri considererebbero rischiose. Un mosaico regolatorio che, più che proteggere, spesso genera zone d’ombra.

Dual use come cornice etica che deresponsabilizza

Presentare una tecnologia come “dual-use” è la strategia perfetta per sfumare le responsabilità.
La narrativa ufficiale insiste sui benefici civili – ricerca, sicurezza, efficienza – lasciando sullo sfondo il vero problema: molte di queste tecnologie sono indispensabili alla modernizzazione degli eserciti.
Il risultato è un ambito in cui nessuno è davvero responsabile. Non i ricercatori, che parlano di innovazione. Non le aziende, che vendono prodotti “neutrali”. Non i governi, che finanziano progetti civili sapendo che avranno ricadute militari.

Un modello di finanziamento che incentiva l’ambiguità

Nei documenti ufficiali si parla di “sinergie civili e militari”. In pratica significa che una parte crescente dei fondi destinati alla ricerca civile finisce per alimentare, direttamente o indirettamente, programmi militari.

Progetti presentati come innocui – robot per le emergenze, materiali leggeri per l’aeronautica, algoritmi per la mobilità urbana – diventano incubatori perfetti per armi autonome, droni tattici e sistemi di sorveglianza.
L’etichetta dual use neutralizza ogni sospetto: tutto è civile, finché non serve a qualcos’altro.

Neutralità tecnologica come mito conveniente

La neutralità tecnologica è l’alibi più efficace. “Dipende da come la usiamo”, si ripete. Ma nei fatti molte tecnologie nascono già predisposte per esigenze militari.

L’IA per la navigazione autonoma, per esempio, non è solo una promessa per le consegne commerciali: incorpora capacità di riconoscimento, resistenza al jamming, robustezza operativa. Caratteristiche che interessano molto più a generali che a logisti civili.

Le leggi provano a inseguire, ma restano sempre un passo indietro. Le definizioni sono troppo generiche, i confini troppo labili. E mentre le istituzioni discutono, le aziende più sofisticate continuano a operare nelle pieghe del sistema.

Narrazione geopolitica che legittima la corsa agli armamenti

Il dual use oggi è una forma di comunicazione politica. Consente ai governi di investire miliardi in tecnologie strategiche senza parlare apertamente di riarmo.
Basta citare la “deterrenza tecnologica” o la “resilienza digitale” per giustificare sistemi che cambiano radicalmente il modo di combattere: armi autonome, sorveglianza di massa, capacità cyber offensive.

È una strategia che funziona: maschera la militarizzazione, la rende accettabile, quasi inevitabile.

Il rischio: normalizzare l’eccezione

Quando ogni tecnologia avanzata può essere considerata dual use, la differenza tra pace e guerra si assottiglia fino a scomparire.
Il risultato è una società che vive in uno stato di mobilitazione permanente, spesso senza rendersene conto.
La domanda che nessuno affronta apertamente è semplice e inquietante: per chi, e per cosa, stiamo davvero innovando?

Droni, chip e software: come le tecnologie civili sono entrate nelle guerre moderne

La guerra in Ucraina ha reso evidente ciò che gli analisti sospettavano da anni: la linea tra civile e militare non tiene più.
Droni venduti per mappare terreni agricoli sono diventati strumenti tattici. Le restrizioni geografiche (geofencing) vengono aggirate facilmente, trasformando un dispositivo da hobby in un’arma improvvisata ma efficace.

Nei missili russi e iraniani, come nei droni kamikaze, sono stati ritrovati microchip per smartphone prodotti da giganti come TSMC, Samsung, Intel o STMicroelectronics.
Perché? Perché la produzione civile è più avanzata, più vasta, più anonima. E, soprattutto, impossibile da tracciare fino all’ultimo componente.

Nel digitale la situazione è ancora più critica. Lo spyware Pegasus, venduto per fini di sicurezza, è finito a spiare giornalisti e oppositori in mezzo mondo. Tecnologie di riconoscimento facciale nate per il mercato privato alimentano oggi operazioni militari e apparati di intelligence.

Poi c’è l’intelligenza artificiale: algoritmi sviluppati per la logistica diventano strumenti di targeting; modelli di computer vision pensati per l’industria vengono incorporati in sciami di droni; infrastrutture cloud civili vengono “arruolate” per applicazioni militari.
Le biotecnologie non fanno eccezione: ciò che serve alla medicina può servire anche a chi cerca di aggirare i trattati internazionali sulle armi biologiche.

I governi inseguono un’innovazione che viaggia troppo veloce. Le norme internazionali arrancano, e l’industria opera in un ecosistema globale in cui un componente può attraversare cinque Paesi prima di diventare parte di un’arma.

Nel frattempo le aziende si rifugiano nella formula più comoda: “noi vendiamo per scopi civili”. Ma quando un firmware può essere modificato online o un chip può finire dentro un missile, questa giustificazione perde credibilità.

La verità è che il dual use non è più un’eccezione: è diventato la regola. Una condizione strutturale del nostro tempo che cambia la natura dei conflitti, il rapporto tra cittadini e tecnologia, e il potere reale degli Stati.
Capire chi alimenta questa ambiguità – e perché – è oggi una delle sfide più importanti per chi prova a raccontare la sicurezza, l’innovazione e la geopolitica del XXI secolo.

Fonti:

https://eur-lex.europa.eu/EN/legal-content/summary/dual-use-export-controls.html

https://www.hrw.org/news/2021/03/25/eu-robustly-carry-out-new-surveillance-tech-rules

https://policy.trade.ec.europa.eu/news/commission-publishes-guidelines-cyber-surveillance-exporters-2024-10-16_en

https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2023/754439/EXPO_BRI%282023%29754439_EN.pdf

https://www.wired.it/internet/web/2021/07/19/spyware-pegasus-spiato-giornalisti-attivisti-mondo

https://www.taylorwessing.com/en/insights-and-events/insights/2025/06/dual-use-technologies-in-biotech-and-their-regulation-in-the-eu-and-germany

Fivedabliu.it

Redazione del quotidiano digitale di libera informazione, cronaca e notizie in diretta

Share via
Copy link