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Il prezzo basso che costa troppo: la filiera delle arance e il lavoro invisibile

Su 888 aziende agricole ispezionate, più della metà è irregolare. Oltre 200.000 lavoratori agricoli operano in condizioni illegali. L’agromafia vale 25 miliardi di euro.

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Condanniamo l’immigrazione irregolare, invochiamo controlli più severi, discutiamo di accoglienza come se fosse un problema astratto. Poi entriamo al supermercato e scegliamo le arance al prezzo più basso. Senza farci troppe domande.

Quel prezzo, però, non è neutro. Ha un costo preciso: lo sfruttamento del lavoro agricolo, che in Italia continua a reggersi in larga parte sulla manodopera migrante, regolare e irregolare. È qui che emerge la contraddizione: rifiutiamo i migranti “fuori dalle regole”, ma accettiamo un sistema che può funzionare solo violandole.

Secondo il VII Rapporto Agromafie e Caporalato 2025 della Flai CGIL, il costo reale di produzione di un chilo di arance è di circa 0,26 euro, prima ancora di trasporto, imballaggio e distribuzione. Sugli scaffali dei supermercati italiani, lo stesso chilo viene venduto tra 1,50 e 3 euro. La distanza tra questi numeri non è solo commerciale: indica che una parte del lavoro non viene dichiarata, che salari e contributi vengono compressi o cancellati per mantenere prezzi competitivi e margini di profitto.

Il lavoro migrante è il perno di questo meccanismo. Nel 2025, circa 200.000 lavoratori agricoli risultano irregolari; il 30% della forza lavoro stagionale opera in condizioni di sfruttamento o impiego non conforme. Non si tratta solo di migranti senza permesso di soggiorno, ma anche di lavoratori regolari impiegati in nero. In Sicilia si stimano oltre 140.000 lavoratori irregolari; Calabria e Puglia mostrano numeri simili, con quasi un lavoratore su cinque fuori dalle regole.

Il caporalato è la forma più visibile di questo sistema. Intermediari illegali reclutano manodopera fragile, la smistano nelle aziende agricole e trattengono parte dei salari. Orari massacranti, paghe da fame, alloggi precari. Il rapporto Eurispes–Coldiretti 2025 lega questo fenomeno alle agromafie, che controllano l’intera filiera del lavoro: dal reclutamento al trasporto, fino alla gestione del denaro nero.

Quando un’azienda utilizza lavoro in nero, quei salari non possono essere contabilizzati. Sfuggono al fisco, ai contributi, a ogni tutela. È così che i prezzi restano bassi. Il consumatore risparmia qualche euro, senza vedere che quel risparmio si traduce in sfruttamento umano.

La filiera delle arance in Sicilia, Calabria e Puglia non è solo un sistema produttivo. È il riflesso di una scelta collettiva: pretendere prezzi bassissimi e, allo stesso tempo, voltarsi dall’altra parte rispetto a chi quei prezzi li rende possibili.

 Caporalato, controlli insufficienti, mafie e il silenzio politico

Il lavoro nero in agricoltura non è una deviazione dal sistema: è una delle sue condizioni di funzionamento. Un settore basato su lavoro stagionale, frammentato e poco controllabile continua a produrre irregolarità perché, di fatto, le assorbe.

I dati del 2025 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro lo mostrano con chiarezza. Durante le ispezioni estive, su 888 aziende agricole controllate, 468 sono risultate irregolari. Sono state individuate 196 posizioni di lavoro in nero e diversi casi di lavoratori privi di permesso di soggiorno. Non si tratta di episodi isolati, ma di una costante.

I controlli esistono. I soggetti deputati anche: Ispettorato del Lavoro, Guardia di Finanza, NAS dei Carabinieri. Il problema è l’efficacia. Le irregolarità continuano, le sanzioni non incidono in modo strutturale e la vulnerabilità dei lavoratori resta intatta. Il VII Rapporto Agromafie e Caporalato 2025 indica che oltre il 60% delle aziende agricole ispezionate presenta violazioni contrattuali o retributive.

Dentro questo spazio di illegalità si inseriscono le organizzazioni criminali. Secondo il report Eurispes–Coldiretti 2025, il business dell’agromafia vale circa 25 miliardi di euro. Un sistema che integra sfruttamento della manodopera, controllo delle filiere, gestione logistica e riciclaggio di denaro. I caporali non sono figure marginali, ma nodi operativi di una rete che trattiene parte dei salari e alimenta flussi economici completamente sommersi.

Gli strumenti normativi non mancano. La legge 199/2016 contro il caporalato esiste, così come i piani triennali di contrasto al lavoro irregolare. Nella pratica, però, restano deboli: ispezioni discontinue, risorse insufficienti, interventi più annunciati che realizzati. Il sistema continua a funzionare perché nessuno lo interrompe davvero.

Alla fine, il prezzo di un chilo di arance racconta tutto questo meglio di qualsiasi slogan. Non è solo una cifra sullo scontrino, ma l’indicatore di quanto sfruttamento siamo disposti a considerare accettabile. Finché il mercato premierà prezzi artificialmente bassi e la politica si limiterà ai proclami, il lavoro nero resterà una componente stabile dell’agricoltura italiana.

Fivedabliu.it

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