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Rapporto Censis: la crisi della cura familiare in Italia

In Italia la domanda di assistenza cresce, ma il sistema pubblico non regge: famiglie sovraccariche e uno Stato che predica sostegno senza garantirlo.

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L’Italia sta invecchiando: gli anziani vivono più a lungo, e con loro invecchiano anche le persone che li assistono. Badanti, infermieri, caregiver, tutti affrontano "le ingiurie" del tempo mentre cresce il bisogno di supporto quotidiano. Per chi non dispone di grandi risorse economiche, la prospettiva di una vecchiaia serena diventa un miraggio. Non si tratta solo di numeri, è una questione sociale, di equità, di dignità. Altro che serena vecchiaia… per molti è una lotta quotidiana.

Il Rapporto Family Net Work 2025 offre un’immagine nitida di un Paese che invecchia, si isola e affida la propria tenuta sociale a un sistema di cura che si sta indebolendo proprio mentre la domanda cresce. Le famiglie diventano più piccole, le reti di vicinato si assottigliano e i bisogni aumentano in modo strutturale, senza che lo Stato intervenga in maniera adeguata.

Uno dei dati più significativi riguarda le persone che vivono sole: sono 8,8 milioni, e più della metà ha oltre 60 anni. Vivere soli non significa necessariamente essere fragili, ma espone a rischi molto concreti sul piano della salute e della sicurezza. La preoccupazione maggiore riguarda l’impossibilità di ricevere aiuto immediato in caso di emergenza, un timore espresso dal 50,5% degli intervistati e che arriva al 52% tra gli ultra-settantenni. Colpisce che siano soprattutto gli under 50 a percepire la solitudine come un pericolo: quasi la metà la considera la principale criticità del vivere da soli. È il segno di un cambiamento culturale profondo, in cui la mancanza di reti sociali rende la vulnerabilità più evidente nelle generazioni giovani.

A questa solitudine crescente si affianca la crisi del lavoro domestico, colonna portante dell’assistenza familiare in Italia. Dopo la parentesi della pandemia, che aveva momentaneamente spinto verso la regolarizzazione, il settore è tornato ai suoi livelli storici, segnati da irregolarità e contrazione. Nel 2023 gli addetti regolari erano 833.874, con una perdita di circa 117 mila lavoratori rispetto al 2020. Le badanti sono aumentate nel corso degli anni, ma le colf e i collaboratori domestici sono diminuiti del 23%, riducendo così la capacità delle famiglie di trovare un aiuto stabile.

Il problema, però, non è solo numerico. Quasi la metà delle badanti ha più di 55 anni, mentre gli under 40 rappresentano appena il 16,3% del totale. È un settore che invecchia e che non vede ricambio generazionale. Eppure, tra il 2026 e il 2028 il fabbisogno stimato è di 86 mila lavoratori stranieri in più, in gran parte non comunitari. Sono numeri che dovrebbero orientare le politiche migratorie, ma che raramente trovano una risposta strutturata. La conseguenza è che la cura degli anziani italiani viene sorretta da un esercito di lavoratrici straniere, spesso senza tutele, spesso anziane a loro volta, e troppo spesso irregolari.

Il peso dell’assistenza ricade quasi interamente sulle famiglie e, dentro le famiglie, sulle donne. Quando il lavoratore domestico non copre tutte le necessità – una situazione che riguarda quasi quattro nuclei su dieci – sono soprattutto le donne a occuparsi di ciò che resta: più del 54% se ne fa carico personalmente, mentre tra gli uomini la percentuale scende al 17%. Questo squilibrio si riflette sull’intero sistema dei caregiver: nel 64,3% dei casi sono l’unico punto di riferimento della persona fragile. L’89,2% dichiara che il ruolo di cura riduce drasticamente tempo e possibilità lavorative, e l’88,3% vive livelli di stress elevati. È un lavoro invisibile che tiene in piedi il welfare reale del Paese.

Soluzioni alternative sarebbero possibili, ma restano marginali. Co-housing e co-living, modelli che favoriscono la condivisione degli spazi e dei servizi, sono considerati utili da oltre l’83% degli intervistati, ma vengono utilizzati da appena l’1,8% della popolazione. Il 36,8% ammette di non sapere nemmeno che esistano. È il segnale di un paradosso: ciò che potrebbe alleggerire i costi, ridurre la solitudine e distribuire meglio la cura resta fuori dalle politiche pubbliche e dalle strategie nazionali.

Eppure, il Rapporto mostra un dato che dovrebbe orientare ogni governo: ogni euro investito nell’assistenza regolare produce 1,14 euro di ritorni economici e sociali. Non si tratta quindi di beneficenza o di spesa improduttiva, ma di un investimento, oltre che di una necessità sociale. Eppure, il settore continua a essere trattato come una questione privata, lasciata sulle spalle delle famiglie e delle lavoratrici straniere, senza un vero piano nazionale.

Il risultato è un Paese in cui l’assistenza diventa un lusso. Chi è abbiente può garantire badanti regolari e continuità; chi non lo è, si arrangia, ritarda le scelte o ricorre al lavoro nero. Non per cattiva volontà, ma perché il sistema non offre alternative sostenibili. Così si produce un’ingiustizia doppia: mancano tutele per i lavoratori e sicurezza per gli anziani, e lo Stato perde controllo, qualità e trasparenza.

In questo scenario emerge l’ipocrisia delle istituzioni: si continua a celebrare la “centralità della famiglia”, ma la si abbandona quando ha più bisogno. Si invocano natalità, inclusione, invecchiamento attivo, ma non si interviene nel punto in cui tutto si decide davvero: la cura quotidiana, fatta di tempo, presenza, competenze e risorse economiche. Finché l’assistenza resterà un affare privato, sostenibile solo da chi ha mezzi adeguati, l’Italia continuerà a produrre disuguaglianze mentre proclama equità.

Il futuro della cura non può essere affidato alla sola generosità delle famiglie. Serve un sistema pubblico credibile, capace di garantire diritti, tutele e dignità. Perché senza un cambiamento radicale, la crisi della cura non sarà un’emergenza passeggera, ma una frattura permanente del nostro tessuto sociale.

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