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Quando la soluzione è l’esercito, vuol dire che abbiamo un problema grosso


Dalla retorica del “dual use” alla nostalgia della leva, la militarizzazione del dibattito pubblico copre tagli, fallimenti e responsabilità che nessuno vuole assumersi.

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In Italia sta passando un’idea tossica: che ogni fragilità sociale, ogni emergenza, ogni mancanza dello Stato possa essere tamponata con una mimetica. È la narrazione perfetta per chi non vuole investire in servizi, competenze e prevenzione: sposta lo sguardo dalle cause ai muscoli, dalla politica ai plotoni.

Così, mentre scuole e welfare si sgretolano, si fingono soluzioni nuove riesumando vecchie ricette militari, come se bastasse agitare lo spettro dell’invasione o evocare il “sapere difensivo” per nascondere anni di abbandono civile. Il risultato? Un paese che chiede sicurezza e riceve scenografie belliche al posto di risposte reali.

E si continua a ripetere che “dove arriva l’esercito la criminalità crolla”, come se la soluzione ai problemi sociali, economici e strutturali delle città fosse piazzare giovani armati agli angoli delle strade. In realtà, la delinquenza è mobile, si sposta e continua a fare affari.

È una scorciatoia narrativa comoda, che evita di nominare ciò che davvero serve: organici adeguati nelle forze dell’ordine, servizi sociali funzionanti, scuole che siano presìdi educativi veri, non edifici lasciati a metà tra l’emergenza e l’abbandono.

La criminalità non diminuisce perché un plotone occupa un quartiere: diminuisce quando le persone non sono costrette a vivere di espedienti, quando c’è lavoro, quando c’è un welfare che supporta chi è in difficoltà, e quando polizia e carabinieri – che per mestiere fanno sicurezza – hanno uomini, mezzi, formazione e continuità operativa per farla davvero. Il resto è propaganda.

Lo stesso vale per il cosiddetto “dual use”: un’etichetta che ormai serve più a giustificare l’espansione del comparto militare che a rispondere alle esigenze reali del paese. Per fare protezione civile non servono fucili, servono competenze, attrezzature, mezzi, formazione specifica.

Semplificando: per spalare fango serve una pala, non un’arma. Spacciare il “dual use” come una soluzione universale è un inganno concettuale che vale soprattutto a far lievitare le spese militari, non certo a migliorare la gestione delle emergenze.

C’è poi il tema dell’invasione. Si continua a evocare la minaccia russa come se fosse un presupposto inevitabile per rafforzare gli eserciti. “Possibilità improbabile, ma non impossibile. E quindi mettiamoci al vento e investiamo qualche miliardo di euro in armi”.

Immaginare scenari apocalittici per giustificare un riarmo massiccio è un esercizio politico, non una valutazione strategica. Le minacce reali per il nostro territorio – e lo vediamo ogni anno – sono frane, alluvioni, siccità, terremoti. E su questi fronti, incredibilmente, non si trovano le stesse montagne di miliardi.

Quanto alla leva obbligatoria: rispunta ciclicamente ogni volta che la politica non sa più dove prendere personale per compensare anni di tagli al settore pubblico. Ma ripristinare la naja non risolve nulla. I militari in città non servono a creare sicurezza: servono a mostrare che gli organici di polizia sono stati ridotti all’osso. Servono a coprire responsabilità politiche, non buchi operativi.

Siamo arrivati al punto di presentare l’esercito come protagonista in tutto: scuole, emergenze climatiche, ordine pubblico, educazione civica. Una militarizzazione strisciante del discorso pubblico, accompagnata da un aumento vorticoso della spesa per la difesa, mentre la protezione civile fatica con mezzi vetusti e personale insufficiente. Si parla di “sapere difensivo diffuso” come se fosse la nuova ricetta per la coesione nazionale, ma la verità è semplice: si sta sostituendo la politica sociale con quella militare.

La sicurezza – quella vera, quella quotidiana – non si costruisce con un fucile in più, ma con uno Stato che funziona. Con un territorio messo in sicurezza, non con un campo addestrativo nuovo di zecca. Con organici civili e forze dell’ordine adeguate, non con eserciti di leva trasformati in “angeli del fango” armati. E soprattutto con una politica che smette di usare la paura come leva per spingere un riarmo senza visione e senza necessità.

E vale la pena ricordarlo: quando in Italia abbiamo davvero sfiorato un colpo di Stato negli anni Settanta, non fu certo per le fantasie polverose di quattro nostalgici in soffitta.A muoversi erano pezzi di apparati, reti parallele, complicità internazionali: minacce strutturate, non dilettantismi da dopolavoro. Ed è proprio questa memoria storica a rendere ancora più evidente quanto oggi si evochi il “nemico alle porte” per giustificare un riarmo permanente che non ha nulla a che vedere con la realtà delle sfide che il Paese deve affrontare.

Fivedabliu.it

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