Vannacci, Gruber e la domanda che nessuno vuole più porsi: quando è finita la sinistra?
Ogni epoca ha le sue immagini simboliche, istantanee capaci di riassumere le faglie tettoniche di una società. La nostra potrebbe essere quella di Roberto Vannacci e Lilli Gruber che si confrontano in televisione. Da una parte il generale, che ha costruito il proprio successo politico sulla critica al politicamente corretto, sulla difesa dell’identità nazionale e sulla contestazione delle élite culturali. Dall’altra una delle figure più rappresentative del giornalismo italiano, interprete di una visione europeista, liberal e cosmopolita. Il punto, tuttavia, non è stabilire chi abbia ragione, né trasformare l’ennesimo talk show in una guerra tra tifoserie. La vera domanda è un’altra, ed è squisitamente politica: se questo scontro viene percepito come l’archetipo del dualismo tra destra e sinistra, allora cosa è diventata la sinistra?
Certamente la politica italiana è un terreno talmente fluido che ogni analisi rischia di essere smentita nel giro di pochi mesi. Le appartenenze ideologiche si sono indebolite, i partiti cambiano pelle, i leader si rincorrono e il passaggio da uno schieramento all’altro avviene con una naturalezza un tempo impensabile. Eppure, al di sotto di questa volatilità superficiale, emergono tendenze di lungo periodo che è impossibile ignorare.
La grande inversione di classe: dalla fabbrica ai centri storici
Per gran parte del Novecento, la sinistra italiana aveva una collocazione geografica, sociale e sentimentale ben precisa. Era il mondo delle fabbriche, delle lotte operaie, delle cooperative, delle case del popolo, delle campagne e delle periferie urbane. Era il luogo politico in cui trovavano rappresentanza i lavoratori dipendenti, i braccianti, gli emarginati, gli esclusi.
Il suo lessico era fatto di salario, redistribuzione della ricchezza, contrattazione collettiva, sanità pubblica e mobilità sociale. Oggi quel linguaggio e quella geografia sembrano essersi dissolti, sostituiti da una clamorosa inversione di classe. Quella che i sociologi definiscono la nascita della Brahmin Left, ovvero la sinistra dei colti e dei diplomati, ha ridefinito i confini del consenso, portando i partiti progressisti ad arretrare nei quartieri popolari e ad avanzare nelle aree urbane benestanti, tra le classi dirigenti riflessive e i professionisti dell’informazione.
L’abbraccio tecnocratico e il distacco dal Paese reale
Questa mutazione genetica non è avvenuta da un giorno all’altro, ma ha radici profonde. Il crollo del Muro di Berlino, la svolta della Bolognina e la successiva dissoluzione del PCI hanno avviato una lunga transizione identitaria, passata per il PDS e i Democratici di Sinistra fino alla nascita del Partito Democratico.
Parallelamente, l’abbraccio tecnocratico degli anni Novanta, caratterizzato dall’accettazione acritica delle logiche della globalizzazione, dalle privatizzazioni e dall’adesione ai rigidi vincoli di bilancio europei, ha trasformato la sinistra parlamentare nella forza della competenza, del buon governo e della responsabilità istituzionale.
Cercando la legittimazione da parte dei mercati e delle istituzioni globali, i rappresentanti progressisti nelle aule del potere hanno smesso di guardare il sistema dall’esterno per contestarlo, diventando, agli occhi di chi è rimasto indietro, parte integrante di quegli stessi circuiti decisionali. Non servono teorie del complotto per spiegare l’irritazione popolare di fronte alla partecipazione di esponenti politici a contesti esclusivi come il Bilderberg; basta la realtà di un profondo distacco sentimentale tra il Palazzo e la strada.
Il primato dei diritti civili sul vuoto dei diritti sociali
Mentre il capitalismo diventava finanziario e il lavoro si precarizzava, la questione sociale ha smesso progressivamente di occupare il centro del discorso pubblico progressista. Lo scontro politico si è così spostato dall’asse economico del conflitto tra capitale e lavoro all’asse culturale che contrappone apertura e chiusura.
La sinistra parlamentare si è fatta paladina di battaglie sacrosante ma parziali, legate ai diritti civili, all’europeismo, alla transizione ecologica radicale e al cosmopolitismo. Il paradosso, tuttavia, è che in assenza di una forte base di diritti sociali, questa agenda culturale viene percepita dalle periferie come un lusso per ceti abbienti.
Quando la priorità quotidiana è arrivare alla fine del mese o sopravvivere alla crisi abitativa, il linguaggio della fluidità e della transizione green rischia di suonare astratto o, peggio, colpevolizzante, quasi a suggerire che chi non si adegua al cambiamento sia culturalmente arretrato.
La destra come sindacato psicologico degli esclusi
Una certa politica, che nel suo manifesto elettorale si definisce interprete degli ultimi, ha finito così per parlare sempre meno con gli ultimi reali. Li ha osservati con paternalismo, li ha ignorati, o li ha liquidati come retrogradi ogni volta che esprimevano disagio, paura o rabbia per l’insicurezza economica e territoriale delle loro vite.
Nel vuoto lasciato da chi avrebbe dovuto rappresentare i ceti popolari, la destra ha compreso che esisteva uno spazio politico enorme. Molti quartieri popolari, molte periferie degradate e territori segnati dalla deindustrializzazione hanno abbandonato i progressisti per rivolgersi a forze conservatrici, sovraniste o identitarie.
Non lo hanno fatto necessariamente perché abbiano trovato risposte economiche convincenti, dato che le ricette della destra rimangono spesso liberiste e sbilanciate sulle sanatorie o sulle flat tax, ma perché hanno trovato una forma di riscatto psicologico.
Laddove l’opposizione e il governo di centrosinistra proponevano meritocrazia e adattamento globale, la destra ha offerto la moneta dell’identità e della protezione nazionale, mostrandosi disposta, se non altro, ad ascoltare le loro domande.
Il tramonto del ceto medio e l’illusione ottica del dibattito politico
In questo quadro, figure come Vannacci diventano il sintomo, non la causa. Il successo di certe retoriche è direttamente proporzionale al deserto politico creato dall’altra parte. Il nodo più difficile riguarda la trasformazione materiale del Paese.
Per decenni l’Italia si è raccontata come la grande patria del ceto medio, una nazione di piccoli proprietari, artigiani e lavoratori capaci di costruirsi una vita dignitosa. Oggi quella fotografia è sbiadita. L’inflazione, la stagnazione salariale trentennale, la precarietà cronica e l’aumento del costo della vita hanno eroso le vecchie sicurezze.
Non siamo un Paese di poveri, ma siamo certamente un Paese più fragile, impoverito e insicuro. Eppure il dibattito politico mainstream continua a muoversi come se quella struttura sociale novecentesca fosse ancora intatta.
Una lenta fine e un’eredità senza casa
Quando è finita, dunque, la sinistra? Forse non esiste una data precisa sul calendario. Non è morta a Maastricht o la notte della Bolognina. La sua fine è stata un processo lento, quasi impercettibile. È finita quando la sua espressione istituzionale ha smesso di frequentare le periferie per abitare prevalentemente i centri storici, quando ha sostituito il conflitto sociale con la gestione dell’esistente e quando ha smesso di interrogarsi sulle condizioni materiali delle persone per concentrarsi quasi esclusivamente sulle dimensioni culturali della politica.
Il problema profondo non è Vannacci, non è la Gruber e non è l’ennesimo scontro televisivo. Il problema è la crisi di rappresentanza di un intero mondo sociale, fatto di lavoratori precari, giovani senza prospettive, anziani con pensioni minime e abitanti delle periferie dimenticate, che un tempo trovava nella sinistra la propria casa politica e che oggi, semplicemente, non sa più dove abitare.