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Zohran Mamdani: l’outsider che ha scalato New York

Figlio di intellettuali, cresciuto a Queens, Zohran Mamdani incarna il volto nuovo e cosmopolita della politica newyorkese.

Tempo di lettura 8 minuti

New York non ama le sorprese, ma a volte le subisce con entusiasmo. L’elezione di Zohran Kwame Mamdani a sindaco ha il sapore di una rivoluzione gentile, il segno di un cambio d’epoca che pochi, solo pochi mesi fa, avrebbero ritenuto possibile. È la storia di un uomo arrivato dal Sud del mondo, cresciuto nella periferia di Queens, capace di convincere la città più complessa d’America che la politica può ancora parlare ai cittadini senza intermediari.

Mamdani è nato a Kampala, in Uganda, nel 1991, da una famiglia di origine indiana. Quando aveva sette anni, i genitori — un padre professore di scienze politiche e una madre regista, la celebre Mira Nair — si trasferirono negli Stati Uniti. Crescere a New York, frequentare la Bronx High School of Science e poi laurearsi in studi africani al Bowdoin College nel Maine lo ha collocato in una traiettoria particolare: cosmopolita ma radicata, intellettuale ma anche visceralmente urbana. Il padre, Mahmood Mamdani, è un accademico noto per le sue analisi del post-colonialismo africano; la madre, invece, ha raccontato l’India e l’Africa attraverso film che mescolano realtà e poesia. In quel crocevia di discipline, Zohran ha imparato presto che ogni identità è una negoziazione, non una certezza.

Prima di entrare in politica, Mamdani ha lavorato come consulente per la prevenzione degli sfratti a Queens. In uffici piccoli e con risorse minime, cercava di evitare che famiglie in difficoltà perdessero la casa. Chi lo ha conosciuto in quegli anni ricorda la sua pazienza e la capacità di ascolto, una qualità rara in un politico americano. Era un attivista, ma senza toni da predicatore. Quando nel 2020 si è candidato all’Assemblea dello Stato di New York, ha sconfitto un’esponente democratica di lungo corso. Quel successo non fu un incidente: fu l’inizio di un movimento.

La sua campagna per la carica di sindaco nel 2024 è stata costruita come un’opera di artigianato politico. Nessun grande finanziatore, pochi endorsement ufficiali, ma una marea di volontari, donazioni di 10 o 20 dollari, e una rete capillare di giovani, immigrati, attivisti. Ogni porta bussata era un investimento, ogni conversazione un seme piantato. In un’epoca in cui le campagne sembrano diventare show mediatici, la sua aveva il profumo di un ritorno all’antico: parole, mani, strade, fatica.

Le sue promesse, tuttavia, non erano timide. Congelamento degli affitti, trasporti pubblici gratuiti, salario minimo a trenta dollari l’ora, assistenza universale all’infanzia. In una città dove un affitto medio supera i 4.000 dollari al mese, il messaggio era chiaro: rendere di nuovo vivibile New York per chi la tiene in piedi, non solo per chi la compra. Eppure, la domanda che serpeggia tra i corridoi di Wall Street e gli uffici dei real estate developer è semplice e tagliente: come si paga tutto questo?

Gli economisti più moderati ricordano che New York, da sola, non può imporre certe politiche. Molte delle sue proposte richiedono l’approvazione dello Stato di New York o interventi federali. Congelare gli affitti, per esempio, significa entrare in un campo minato di leggi e interessi. I proprietari di immobili e i grandi fondi immobiliari, che rappresentano uno dei motori economici della città, sono già in allerta. “Le sue idee sono romantiche, ma non praticabili”, ha dichiarato un analista al Financial Times. Altri, però, ribattono che anche i sogni servono: se nessuno osa pronunciarli, la città finisce per somigliare a chi la teme più che a chi la ama.

L’etichetta di “comunista” lanciata da Donald Trump, ripresa da vari media conservatori, ha avuto un effetto boomerang. In una New York ormai lontana dai tempi di Giuliani, essere chiamato comunista da Trump è quasi un complimento. E infatti Mamdani non si è mai definito tale: è un liberal di sinistra, progressista, convinto che la città debba ripensare il suo rapporto con la ricchezza. “Per essere progressisti negli Stati Uniti di oggi basta essere moderati con coerenza”, ha detto ironicamente in un’intervista a Vanity Fair.

Il suo percorso personale lo vede anche impegnato in qualità di artista rap. In Uganda, dove tornava spesso con la madre, aveva persino tentato una breve carriera come rapper con il nome d’arte Mr. Cardamom, mescolando testi politici e suoni africani. Il video è ancora visibile online: un giovane elegante, microfono in mano, voce ferma e un sorriso timido. Oggi, quella parentesi è diventata un piccolo cult tra i suoi sostenitori, una prova di autenticità. “È una cosa che mi ha insegnato a non avere paura del giudizio”, ha detto in una vecchia intervista, “perché ogni messaggio, anche se imperfetto, deve essere lanciato.”

La sua vita privata è rimasta sorprendentemente sobria per una figura così esposta. Nel 2025 si è sposato con un’illustratrice, Rama Duwaji, in una cerimonia doppia: una civile a New York, una più intima e tradizionale in Uganda. Amici comuni raccontano che i due vivono in un appartamento modesto a Queens, lontano dai quartieri più glamour, e che si muovono spesso in metropolitana. Ama l’Arsenal, segue i Knicks, parla cinque lingue — inglese, urdu, bengalese, luganda e spagnolo — e ogni tanto risponde ai messaggi dei suoi volontari personalmente. È un dettaglio minimo, ma in politica dice molto.

Oggi Mamdani affronta il momento più delicato. Da sindaco, dovrà dimostrare che la purezza dell’intenzione non basta. Dovrà negoziare con lo Stato, con il settore privato, con la burocrazia e con le inevitabili resistenze interne al Partito Democratico. Le sue prime settimane a City Hall sono state scandite da incontri serrati con sindacati, sviluppatori e gruppi civici. Molti lo rispettano, ma pochi ancora lo considerano “uno di loro”.

Eppure, il motivo per cui New York lo ha scelto sta proprio lì: nel desiderio di qualcuno che non fosse “uno di loro”. Dopo anni di amministrazioni tecniche e compromessi, la città cercava un volto nuovo, qualcuno capace di ridare senso a parole come uguaglianza e giustizia senza renderle slogan vuoti. Le persone che lo hanno votato non sono necessariamente povere, ma condividono un sentimento comune: la fatica di vivere in una città che premia il successo e punisce la normalità.

Il paradosso è evidente. Il potere economico di New York — quello che finanzia le campagne, sostiene le lobby, mantiene in vita l’equilibrio fragile tra lusso e miseria — resta nelle mani di chi vota Trump o dei moderati. Mamdani ne è consapevole. “Non puoi cambiare un sistema in una notte,” ha detto in un comizio recente, “ma puoi cambiare il modo in cui la gente lo guarda.”

Mamdani sembrerebbe avere la capacità di essere un simbolo senza trasformarsi in icona. In lui convivono la visione radicale e il pragmatismo necessario a sopravvivere nel meccanismo politico americano. Se riuscirà a coniugare idealismo e concretezza, potrà davvero riscrivere le regole di una città che da secoli sa reinventarsi. Se fallirà, rimarrà comunque il segno di una stagione in cui New York, ancora una volta, ha scelto di credere a qualcuno che parlava con la voce delle sue strade.

Le reazioni della comunità ebraica

L’elezione di Zohran Mamdani ha suscitato reazioni contrastanti all’interno della comunità ebraica di New York e degli Stati Uniti. Le principali organizzazioni — dalla UJA-Federation of New York alla Anti-Defamation League, fino al New York Board of Rabbis — hanno espresso preoccupazione per alcune sue posizioni considerate critiche nei confronti dello Stato di Israele. In un comunicato congiunto, diversi leader ebrei hanno definito “in conflitto con i valori fondamentali della comunità” la visione del nuovo sindaco sul Medio Oriente, in particolare la sua riluttanza a definire Israele uno “Stato ebraico”, come scritto dal Times of Israel.

Al tempo stesso, non sono mancate voci più aperte al dialogo. Gruppi ebrei progressisti e figure accademiche hanno invitato a osservare l’operato di Mamdani prima di giudicarlo, sottolineando come molte delle sue proposte — sul diritto alla casa, sui trasporti pubblici, sulle politiche di equità — rispondano anche ai principi di giustizia sociale cari a una parte del mondo ebraico newyorkese.

Il nuovo sindaco ha condannato apertamente episodi di antisemitismo avvenuti in città, dichiarando che “l’odio, in qualunque forma, non troverà spazio a New York”. Nelle sue prime dichiarazioni ufficiali, ha ribadito di voler essere “il sindaco di tutti i newyorkesi”, compresi coloro che oggi lo guardano con diffidenza.

Per molti osservatori, la sfida sarà proprio questa: mantenere un equilibrio tra la difesa dei diritti civili e la sensibilità delle diverse comunità religiose e culturali della città. Un banco di prova che, come sempre a New York, non riguarda solo la politica, ma il modo in cui una metropoli costruisce — e ridefinisce — la propria identità.

Copertina: Credits NBC News

Fivedabliu.it

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