Il pino di Nervi e la città del “prima” e “dopo” Piazza Paolo da Novi
Sul caso interviene Giorgio Scarfì, amministratore del gruppo “Genova contro il degrado”: “Non c’era urgenza tale da impedire una seconda perizia.”
C’è un prima e un dopo nella gestione del verde urbano a Genova.
Lo spartiacque è il 12 marzo 2025: il crollo della palma in Piazza Paolo da Novi, la morte di una donna, l’apertura di un’inchiesta per omicidio colposo, i funzionari indagati, i sequestri di documenti e dispositivi.
Da quel momento il tema degli alberi cittadini non è più soltanto una questione agronomica o paesaggistica. È diventato un terreno dove si incrociano sicurezza pubblica, responsabilità penale e pressione amministrativa.
È dentro questo contesto che si inserisce il caso del pino della Passeggiata Anita Garibaldi, a Nervi, un albero di particolare pregio paesaggistico affacciato su uno dei tratti più iconici del litorale genovese e destinato all’abbattimento perché ritenuto “pericoloso”.
La notizia circola dal 21 gennaio. Il 26 gennaio, durante una riunione urgente della Consulta del Verde, vengono fornite alcune spiegazioni tecniche e, per la prima volta, si apre alla possibilità di una seconda valutazione indipendente sullo stato della pianta.
Una possibilità che, secondo quanto riferito, non era mai stata concessa negli anni precedenti, nonostante in altre città sia prevista la facoltà per cittadini o associazioni di incaricare tecnici propri per controperizie su alberature di particolare valore.
Scarfì ricostruisce i passaggi: per arrivare a una seconda perizia sarebbero state necessarie due condizioni , disporre delle relazioni pregresse realizzate da Aster e definire una procedura per consentire l’accesso all’albero agli esperti indicati dai cittadini.
L’11 febbraio, dopo formale richiesta di accesso agli atti, la documentazione viene visionata. A una prima lettura, sostiene, emergerebbero difformità rispetto a quanto illustrato alla Consulta, in particolare sulla sequenza delle prove e sui tempi intercorsi tra una verifica e l’altra.
Un elemento centrale riguarda proprio la tempistica: le prove tecniche risalirebbero a fine ottobre e la classificazione assegnata alla pianta (C/D), insieme ai tempi di trasmissione della relazione, non avrebbero fatto emergere — secondo i comitati — un’urgenza tale da impedire ulteriori approfondimenti.
Eppure, nello stesso pomeriggio dell’11 febbraio, mentre si stava seguendo il percorso per arrivare a una controvalutazione, arriva la comunicazione del Comune: si deve procedere con il taglio, senza ulteriori verifiche preventive.
È a questo punto che il “prima” lascia spazio al “durante”. L’abbattimento prende avvio giovedì 12, ma procede lentamente, condizionato dal meteo e da complessità logistiche. Venuta meno la possibilità di una valutazione alternativa prima dell’intervento, l’attenzione dei cittadini si sposta su ciò che potrà essere verificato dopo, direttamente sul materiale dell’albero.
L’obiettivo dichiarato è controllare l’esattezza della diagnosi attraverso l’analisi delle sezioni del tronco, soprattutto nella zona basale, al colletto, quasi come in un’autopsia vegetale capace di confermare o smentire il quadro di pericolosità. Viene così ottenuta la possibilità di esaminare sul posto le porzioni tagliate man mano che i lavori procedono.
Il sopralluogo, inizialmente previsto per lunedì 16, slitta a mercoledì 18. I cittadini più attivi nella preservazione del verde urbano chiedono di assistere in diretta alle fasi del taglio, con la garanzia che le parti rimosse non vengano allontanate dal cantiere prima delle verifiche, nonostante l’area resti interdetta per ragioni di sicurezza. Si attende la conferma definitiva delle modalità, ma l’ispezione dovrebbe svolgersi nell’arco della giornata.
Il nodo, a questo punto, non è più soltanto tecnico. È politico-amministrativo. Dopo Piazza Paolo da Novi ogni decisione sul verde urbano si muove in un contesto diverso, in cui il principio di precauzione tende a prevalere e in cui la responsabilità individuale dei funzionari pesa in modo concreto sulle scelte.
Il Comune rivendica la necessità dell’intervento per ragioni di sicurezza. I cittadini chiedono trasparenza, tempi coerenti e la possibilità di verifiche indipendenti, anche quando ormai resta solo il “dopo”.
Il caso del pino di Nervi diventa così qualcosa di più di una controversia locale: è la cartina di tornasole di una città che, dopo un evento traumatico, sta ridefinendo il proprio equilibrio tra rischio, tutela del paesaggio e fiducia nelle decisioni pubbliche.