Genova, verso un Osservatorio permanente sul traffico di armamenti in porto
Passo dopo passo, corteo dopo corteo, il dibattito dai varchi dei porti alle istituzioni
Al varco Albertazzi è iniziato il presidio. Poi il corteo si è mosso verso la Stazione Marittima. Millecinquecento persone con bandiere, striscioni, passi decisi. Il messaggio è uno: “I portuali non lavorano per la guerra”.
E non solo a Genova.
Oggi, 21 porti hanno scioperato insieme: da Tangeri a Mersin, da Bilbao a Trieste, fino al Pireo ed Elefsina. Sindacati di Grecia, Turchia, Marocco, Paesi Baschi e Italia hanno coordinato una protesta che non si vedeva da tempo.
Le ragioni sono concrete. Fermare le spedizioni e il transito di armi, chiedere un embargo commerciale su Israele, opporsi ai piani di riarmo dell’Unione Europea.
A Genova, tra la folla, Riccardo Rudino del Calp ha aperto la protesta leggendo la proposta di delibera depositata dai capigruppo di maggioranza a Tursi per un osservatorio consiliare permanente sul traffico di armamenti in porto. Si chiamerà “Genova Porto di Pace”. Un organismo che nasce per portare trasparenza e rendere pubblico ciò che viaggia nell’ombra.
Un tentativo di trasformare la protesta in uno strumento concreto.
L’idea dell’osservatorio non nasce oggi.
Il 4 dicembre scorso, nella sala del Cap di via Albertazzi, The Weapon Watch aveva ufficializzato la proposta di un organismo condiviso, partecipato, pensato per collegare lavoratori, cittadini e istituzioni.
L’idea è semplice ma netta: seguire le navi.
Niente slogan. Ma una giornata internazionale che misura responsabilità e fatti, portando il dibattito dai varchi dei porti alle istituzioni.
Passo dopo passo, corteo dopo corteo.
st