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Decreto Sicurezza 2026: ordine pubblico o compressione delle libertà?

Il nuovo Decreto Sicurezza arriva oggi, 5 febbraio 2026, sul tavolo del Consiglio dei Ministri per l’approvazione finale. È un passaggio politicamente delicato, non solo per il contenuto del provvedimento ma per il metodo che lo ha accompagnato: una revisione dell’ultimo minuto dopo il confronto al Quirinale tra il sottosegretario Alfredo Mantovano e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiamato ancora una volta a esercitare un ruolo di garanzia costituzionale.

Un decreto “ritoccato” al Colle

Il colloquio con il Capo dello Stato non è un dettaglio procedurale. I rilievi del Quirinale hanno imposto una limatura del testo, segno che alcune norme, così come erano state concepite, presentavano profili di possibile contrasto con la Costituzione. Un copione già visto: il Governo rivendica l’urgenza della sicurezza, il Colle richiama l’equilibrio tra poteri dello Stato e diritti fondamentali.

Il risultato è un decreto formalmente corretto, ma politicamente ancora molto divisivo.

Cosa prevede il nuovo Decreto Sicurezza

Il provvedimento rafforza in modo significativo gli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine e amplia l’area dell’intervento penale e amministrativo in materia di ordine pubblico. Il fermo preventivo fino a 12 ore è una delle misure più controverse: la possibilità di trattenere fino a 12 ore – con comunicazione al pubblico ministero – persone coinvolte in manifestazioni con il volto coperto o in possesso di oggetti considerati “atti a offendere”. Il Governo la presenta come uno strumento di prevenzione, ma il confine con una limitazione preventiva della libertà personale resta sottile.

Con il potenziamento del daspo urbano si amplia l’uso dei provvedimenti di allontanamento dalle aree urbane considerate “sensibili”. Una misura amministrativa che, di fatto, incide sulla libertà di movimento e che rischia di colpire soprattutto le fasce sociali più fragili.

“Scudo penale” per le forze dell’ordine

Viene introdotta una tutela rafforzata per agenti di polizia e militari impiegati nei servizi di ordine pubblico. L’obiettivo dichiarato è proteggere chi opera in contesti ad alta tensione. I critici, però, temono un indebolimento del principio di responsabilità individuale e una maggiore difficoltà nell’accertare eventuali abusi.

Stretta sulle armi da taglio

Nuove limitazioni e pene più severe per il possesso di armi bianche, con un focus specifico sui minorenni. È una misura che incontra un consenso più ampio, soprattutto alla luce di recenti fatti di cronaca, ma che solleva interrogativi sull’effettiva capacità repressiva rispetto alla prevenzione sociale.

Un tassello di una strategia più ampia

Il Decreto Sicurezza 2026 non è un atto isolato. Si inserisce in una strategia normativa avviata con il pacchetto sicurezza convertito nel giugno 2025 (L. 80/2025) e con il decreto sulla sicurezza sul lavoro (L. 198/2025).

Le norme già in vigore parlano chiaro.

Pene per le occupazioni abusive

Il pacchetto del 2025 ha introdotto pene severe per le occupazioni abusive di immobili, con reclusione fino a sette anni.

Blocco stradale e ferroviario

È stato introdotto il reato di blocco stradale o ferroviario durante le manifestazioni, con un chiaro intento deterrente verso le proteste.

Aggravanti per le opere strategiche

Sono state previste aggravanti specifiche per violenza o minaccia a pubblico ufficiale finalizzate a impedire la realizzazione di opere pubbliche strategiche, norma spesso definita “anti No-Tav / Ponte”.

Borseggi e truffe agli anziani

Il quadro normativo è completato da misure più dure contro borseggi e truffe agli anziani.

Nel loro insieme, questi interventi delineano una visione della sicurezza fortemente incentrata sulla repressione e sull’inasprimento delle pe

È sul piano internazionale che il decreto assume un peso politico ancora maggiore.

ONU e Consiglio d’Europa

Diversi relatori speciali delle Nazioni Unite hanno espresso “forte preoccupazione” per il rischio di limitazioni arbitrarie alla libertà di espressione e di riunione pacifica. In particolare, vengono contestate le definizioni ritenute troppo vaghe, che potrebbero consentire un uso discrezionale degli strumenti repressivi.

Il Consiglio d’Europa, attraverso il Commissario per i diritti umani, ha richiamato il possibile contrasto con gli articoli 10 e 11 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, quelli che tutelano la libertà di espressione e di protesta.

Media e ONG

Testate come The Guardian parlano apertamente di un attacco al diritto al dissenso, mentre organizzazioni come Human Rights Watch e CIVICUS segnalano un deterioramento del clima delle libertà civili. L’inserimento dell’Italia in una “watchlist” internazionale rappresenta un segnale simbolico pesante per un Paese fondatore dell’Unione Europea.

I paragoni con modelli come l’Ungheria di Orbán, spesso evocati dalla stampa estera, sono respinti dal Governo come strumentali, ma contribuiscono a isolare l’Italia nel dibattito europeo sui diritti.

La militarizzazione della sicurezza

Sul decreto pesa anche il contesto delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, che rappresentano un banco di prova decisivo per l’immagine internazionale dell’Italia. Le indiscrezioni sulla possibile collaborazione con agenzie di sicurezza straniere, come l’ICE statunitense, hanno alimentato polemiche e timori, costringendo il Governo a precisare che l’ordine pubblico resterà competenza esclusiva delle forze italiane.

Il chiarimento, però, non scioglie il nodo più profondo: il progressivo slittamento verso una militarizzazione della sicurezza interna. L’impiego dei militari in compiti di ordine pubblico, formalmente legittimo solo come supporto alle forze di polizia, rischia di trasformarsi in una prassi strutturale. Un’eccezione che diventa normalità.

Le Forze armate, per mandato costituzionale, non nascono per gestire il conflitto sociale, le proteste o il dissenso. Il loro utilizzo in contesti di ordine pubblico avviene attraverso deroghe legislative e sotto il coordinamento dell’autorità civile, ma resta una forzatura dell’impianto democratico. Quando soldati armati presidiano stazioni, piazze e grandi eventi, il messaggio che passa non è solo di sicurezza, ma di controllo.

In questo quadro, lo “scudo penale” previsto dal decreto solleva interrogativi ancora più seri se applicato a personale militare impiegato in funzioni improprie. Il rischio è quello di un doppio arretramento: da un lato l’abbassamento della soglia di responsabilità, dall’altro l’abitudine dell’opinione pubblica a una presenza armata permanente nello spazio civile.

È qui che la questione smette di essere tecnica e diventa politica. La sicurezza degli eventi internazionali non può giustificare una torsione duratura dello Stato di diritto. Altrimenti il prezzo da pagare non sarà solo in termini di reputazione internazionale, ma nella ridefinizione silenziosa del rapporto tra cittadini e Stato.

Protestare oggi: un diritto che resta, ma sotto stretta sorveglianza

La domanda che attraversa il dibattito sul nuovo Decreto Sicurezza è semplice solo in apparenza: quali spazi restano oggi per protestare in Italia? Formalmente, il diritto di manifestare continua a essere garantito dalla Costituzione. L’articolo 17 non è stato toccato, né potrebbe esserlo con un decreto. Eppure la sensazione diffusa è che il perimetro del dissenso si sia ristretto drasticamente. Non per via di un divieto esplicito, ma attraverso una ridefinizione delle condizioni materiali in cui la protesta può esistere.

Il diritto resta intatto sul piano formale, ma viene progressivamente svuotato sul piano sostanziale. Si può protestare, a patto che la protesta sia prevedibile, autorizzata, non invasiva, non conflittuale. In altre parole, a patto che non disturbi l’ordine delle cose. È questo il paradosso che il decreto porta con sé: la protesta è ammessa solo se perde gran parte della sua efficacia politica.

Il nuovo impianto normativo non colpisce tanto l’atto finale della protesta, quanto tutto ciò che lo precede. L’introduzione del fermo preventivo fino a dodici ore, l’estensione delle misure amministrative come il Daspo urbano, l’inasprimento delle fattispecie penali legate alle manifestazioni spostano l’asse dalla repressione ex post alla prevenzione ex ante. Non si interviene più soltanto su ciò che accade, ma su ciò che potrebbe accadere. Il dissenso viene trattato come una condizione potenzialmente pericolosa, non come un’espressione fisiologica della democrazia.

In questo contesto, molte forme storicamente centrali della protesta sociale diventano giuridicamente rischiose. Bloccare una strada, occupare uno spazio, presidiare un cantiere, rendere visibile il conflitto significa esporsi a conseguenze penali e amministrative sproporzionate. Anche il semplice travisamento del volto, spesso legato a ragioni simboliche o di tutela personale, può giustificare un intervento preventivo. Il risultato è un clima di incertezza che spinge verso l’autocensura prima ancora che verso la repressione.

Il potenziamento del Daspo urbano è emblematico di questa trasformazione. Si tratta di uno strumento che non passa dal vaglio di un giudice, ma viene applicato per via amministrativa, incidendo direttamente sulla libertà di movimento e sulla possibilità di presidiare luoghi simbolici. È una misura che non vieta formalmente la protesta, ma ne sottrae lo spazio fisico, frammenta l’azione collettiva e colpisce soprattutto chi è già più esposto, più visibile, più vulnerabile.

L’effetto complessivo non è tanto quello di vietare le manifestazioni, quanto di renderle più costose sul piano personale. Partecipare a una protesta oggi può significare esporsi a un fermo, a una sanzione immediata, a un allontanamento, a una segnalazione che pesa nel tempo. In questo modo il dissenso viene ridotto senza essere formalmente negato. È una logica sottile, ma efficace, perché agisce prima ancora che il conflitto si manifesti.

È per questo che il decreto appare così restrittivo. Non nasce per gestire un’emergenza temporanea, ma per normalizzare una visione della sicurezza in cui il conflitto sociale è trattato come una minaccia da prevenire, non come un elemento fisiologico della vita democratica. La piazza diventa un problema di ordine pubblico, non uno spazio politico. La protesta viene tollerata solo se non incide, se non blocca, se non costringe il potere a fare i conti con il dissenso.

Gli spazi per protestare, dunque, esistono ancora, ma sono più stretti, più sorvegliati, più condizionati. Resta possibile manifestare, ma a patto di accettare regole che ne riducono l’impatto e ne aumentano il rischio. È una trasformazione che non riguarda solo chi scende in piazza, ma l’idea stessa di democrazia: perché, storicamente, le proteste che hanno cambiato le cose non sono mai state comode, né silenziose.

Fivedabliu.it

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