Genova, assemblea del CALP : verso lo sciopero internazionale dei porti contro i traffici di armi
Genova – Una partecipazione ampia e determinata ha caratterizzato l’assemblea organizzata dal CALP, Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, al Circolo CAP di Genova, convocata in vista della mobilitazione internazionale contro i traffici di armi nei porti. L’obiettivo è chiaro: fermare le catene della guerra e denunciare il ruolo decisivo che i porti svolgono nel trasporto di armamenti verso teatri di conflitto in tutto il Mediterraneo.
La data scelta è il 6 febbraio 2026, quando 21 porti italiani si fermeranno con uno sciopero coordinato di 24 ore. L’iniziativa nasce da un percorso lungo anni, fatto di mobilitazioni locali e di confronto internazionale, con un filo conduttore che unisce lavoratori portuali, attivisti e realtà sociali di diversi paesi.
Un messaggio chiaro: no ai traffici di armi
L’assemblea è iniziata con un momento di dolore: la comunità del CALP e del mondo del lavoro genovese si è stretta attorno alla memoria di Andrea Bolelli, lavoratore tragicamente scomparso in un incidente stradale mentre lavorava. Il ricordo ha assunto anche una dimensione politica: una morte sul lavoro che si somma a una logica di sfruttamento e di precarietà sempre più evidente.
Ma l’urgenza dell’incontro è stata la presentazione della mobilitazione del 6 febbraio. È emerso con forza un messaggio preciso: i portuali non vogliono essere complici dei traffici di armi, né del genocidio del popolo palestinese, né della guerra in generale.
Il coordinamento nazionale dei porti, promosso da USB, nasce anche per contrastare l’idea che lo sciopero locale sia inutile: “se la nave va altrove, perché scioperare?”, è la domanda che si è posto un pezzo di mondo del lavoro. La risposta è stata netta: serve una resistenza diffusa, coordinata, che impedisca il passaggio degli armamenti e rompa la logica della guerra come “normalità”.
Da Genova al Mediterraneo: un’azione coordinata e internazionale
L’assemblea ha ripercorso il percorso che ha portato alla scelta del 6 febbraio, iniziato con il confronto con i portuali del Pireo e poi esteso ad altre realtà portuali del Mediterraneo, come Livorno, Ancona, Trieste, e poi fino a porti spagnoli, marocchini e turchi.
Il messaggio è stato chiaro: la guerra non è un evento lontano, ma un sistema economico-politico che coinvolge anche il mondo del lavoro. A partire dalla riforma portuale italiana, che rischia di consegnare il controllo dei porti a privati e multinazionali, riducendo i diritti dei lavoratori e aumentando l’esposizione alle logiche militari.
In questo contesto, l’assemblea ha denunciato che 178 miliardi di euro (dati citati durante l’incontro) vengono gestiti dal sistema portuale italiano, e che la riforma prevede che il 40% di questi introiti finisca nelle tasche dei privati. Una scelta che, secondo il CALP, è strettamente collegata alla crescita dei traffici militari e alla compressione dei diritti sociali.
Un messaggio internazionale e un appello all’azione
Durante l’assemblea è stato annunciato che il 27 gennaio si terrà una webinar internazionale con i referenti dei porti coinvolti, per illustrare nel dettaglio le azioni previste nei diversi paesi. L’idea è di creare un fronte comune e di rendere la mobilitazione un momento di solidarietà concreta tra lavoratori portuali di diversi Stati.
Il 6 febbraio sarà anche un momento di presenza fisica: a Genova, l’appuntamento è alle 18.30 al Varco di San Benigno, con blocco del porto e manifestazione. L’invito è a partecipare e a sostenere i lavoratori portuali, che stanno mettendo in campo una scelta storica: rifiutare il lavoro al servizio della guerra.
Una posizione politica netta
Nel corso dell’incontro, Riccardo Petrarolo, rappresentante sindacale di USB del porto di Civitavecchia, ha denunciato la deriva politica del governo e l’ipocrisia di chi “fa il forte con i deboli” e poi si piega ai poteri forti della finanza e della speculazione. In particolare, è stato contestato il progetto di privatizzazione dei porti e la nascita di “Porti d’Italia S.p.A.”, vista come un’apertura a logiche di profitto e di controllo privato.
La mobilitazione del 6 febbraio è quindi anche una risposta alle politiche di compressione dei diritti: dall’età pensionabile dei portuali, ancora troppo alta, ai contratti rinnovati al ribasso, fino alle condizioni di sicurezza sui posti di lavoro.
Il Pireo e la solidarietà internazionale
Un passaggio centrale dell’assemblea è stato l’intervento di Marcos Bekris, presidente dell’Enedep, il sindacato dei portuali del Pireo, che ha ribadito la comune visione: la guerra è la continuazione dello sfruttamento con altri mezzi. L’esperienza del Pireo è stata citata come esempio di come la militarizzazione dei porti comporti un aumento della precarietà, della pressione sul lavoro e dei rischi per la sicurezza.
Il messaggio è stato netto: i lavoratori portuali non devono diventare “ingranaggi” dei piani della Nato, degli USA e dell’Unione Europea.
L’assemblea al Circolo CAP di Genova ha chiarito che lo sciopero del 6 febbraio non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Una scommessa politica e sociale, che vuole dimostrare che la solidarietà internazionale non è una “liturgia”, ma una necessità per fermare la guerra.
In un contesto di riarmo e militarizzazione, i porti possono diventare una barriera contro la guerra, oppure un corridoio per la morte. Il 6 febbraio, con 21 porti mobilitati, si sceglierà la prima strada.