Inceneritore in Liguria: una scelta controversa
L’analisi dei dati mette in discussione la scelta dell’inceneritore come soluzione strutturale per la gestione dei rifiuti in Liguria, aprendo il confronto su alternative tecnologiche più flessibili e coerenti con l’economia circolare.
La Regione Liguria ha avviato un bando pubblico per la realizzazione di un impianto di termovalorizzazione dei rifiuti urbani, indicato come soluzione strutturale per la chiusura del ciclo regionale. L’impianto previsto avrebbe una capacità minima di trattamento pari a 220.000 tonnellate annue, con possibilità di estensione fino a 320.000. Una scelta che implica un investimento di lungo periodo e che, se analizzata attraverso i dati ufficiali, le caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti e gli obiettivi ambientali europei, solleva interrogativi rilevanti sul piano tecnico, economico e strategico.
Il Piano Regionale dei Rifiuti prevede, a regime, un sistema fondato su quattro impianti di trattamento meccanico-biologico. Il TMB è una tecnologia progettata per ridurre il rifiuto urbano residuo attraverso una combinazione di separazione fisica delle frazioni recuperabili e trattamento biologico della componente organica. In condizioni operative consolidate, la riduzione del rifiuto destinato allo smaltimento finale varia tra il 40 e il 60 per cento. Applicando tali coefficienti ai flussi regionali, il quantitativo di rifiuti effettivamente destinabile a smaltimento si colloca intorno alle 160.000 tonnellate annue.
Il dimensionamento dell’inceneritore previsto dal bando risulta quindi superiore al fabbisogno stimato dallo stesso Piano Regionale. Questo disallineamento non è marginale ma strutturale, poiché per garantire l’alimentazione minima dell’impianto sarebbe necessario ridurre l’efficacia dei TMB o limitarne l’operatività. Tale contraddizione assume un rilievo ancora maggiore considerando che in Liguria alcuni TMB sono già esistenti o in fase avanzata di realizzazione, come l’impianto di La Spezia, con una capacità di circa 65.000 tonnellate annue, e quello di Imperia, da circa 49.000 tonnellate annue.
I dati relativi alla produzione dei rifiuti urbani confermano un quadro che non appare emergenziale. Nel 2024 la Città Metropolitana di Genova ha prodotto 428.141 tonnellate di rifiuti urbani. La raccolta differenziata ha raggiunto il 56,19 per cento, pari a 240.593 tonnellate, mentre il rifiuto urbano residuo si è attestato a 187.548 tonnellate annue. Il Comune di Genova, con una raccolta differenziata del 50,57 per cento, si colloca al di sotto delle soglie normative ed è già stato soggetto a sanzioni economiche.
Per alimentare un inceneritore da 220.000 tonnellate annue sarebbe necessario conferire non solo l’intero rifiuto residuo della Città Metropolitana, ma anche una quota significativa dei rifiuti residui della provincia di Savona, che nel 2024 ammontavano complessivamente a 56.632 tonnellate annue nonostante una raccolta differenziata superiore al 63 per cento. Il sistema verrebbe quindi a dipendere in modo strutturale da flussi interprovinciali, legando la sostenibilità economica dell’impianto alla costante disponibilità di rifiuti provenienti da territori diversi.
Dal punto di vista energetico, il funzionamento dell’inceneritore si basa sull’assunzione di un potere calorifico inferiore medio del rifiuto pari a circa 2.200 kcal per chilogrammo. Questo valore, tuttavia, non è un dato fisso ma dipende fortemente dalla composizione del rifiuto residuo. All’aumentare della raccolta differenziata, in particolare della separazione delle frazioni secche ad alto contenuto energetico come plastica e carta, il PCI tende a diminuire. Un rifiuto più “pulito” dal punto di vista del riciclo è anche un rifiuto meno energetico, con ricadute dirette sull’efficienza dell’impianto e sulla produzione di energia elettrica. In questo senso, l’inceneritore presenta una contraddizione intrinseca: il miglioramento delle performance ambientali del sistema rifiuti riduce la sua efficienza energetica.
Sulla base di un funzionamento stimato di 8.000 ore annue e di un prezzo di vendita dell’energia elettrica pari a 108 euro per megawattora, i ricavi annui dell’inceneritore sono stimati tra i 15 e i 17 milioni di euro. A fronte di questi ricavi, l’impianto produrrebbe circa 72.600 tonnellate annue di residui solidi. Di queste, circa 66.000 tonnellate sarebbero costituite da ceneri pesanti classificate come rifiuti speciali, mentre circa 6.600 tonnellate sarebbero ceneri volanti, classificate come rifiuti pericolosi e soggette a vincoli stringenti di trattamento e smaltimento. La presenza di una quota significativa di rifiuti pericolosi rappresenta un elemento critico sia in termini ambientali sia di costi a lungo termine.
L’alternativa analizzata nel documento è un polo impiantistico integrato basato su trattamento meccanico-biologico, digestione anaerobica e biostabilizzazione. Dal punto di vista tecnologico, questo modello impiega sistemi avanzati di separazione del rifiuto che comprendono vagliatura dimensionale, triturazione, separazione magnetica e a correnti indotte per l’estrazione dei metalli, separatori balistici per la distinzione tra frazioni leggere e pesanti e sistemi ottici capaci di riconoscere e separare differenti tipologie di polimeri plastici. La frazione organica separata, comunemente definita sottovaglio, viene quindi avviata a trattamento biologico. In questo ambito, la digestione anaerobica rappresenta una scelta tecnologica finalizzata al recupero energetico, mentre la biostabilizzazione costituisce un passaggio obbligatorio previsto dalla normativa per la stabilizzazione del materiale prima dello smaltimento o del riutilizzo.
Per capacità impiantistiche superiori alle 20.000 tonnellate annue, l’integrazione della digestione anaerobica risulta inoltre economicamente vantaggiosa. Questo processo consente una produzione media di circa 100 metri cubi normali di biogas per tonnellata di rifiuto trattato, con un contenuto di biometano pari a circa il 60 per cento. Il biometano può essere immesso in rete e incentivato attraverso i Certificati di Immissione al Consumo, uno strumento nazionale che remunera l’energia rinnovabile destinata ai trasporti. Un CIC equivale a 5 gigacalorie di energia e ha un valore economico fissato per legge in circa 375 euro, garantendo un flusso di ricavi stabile e meno esposto alle oscillazioni del mercato elettrico.
Accanto alla produzione energetica, il polo impiantistico consente il recupero di materiali post-consumo attraverso i consorzi di filiera, con ricavi stimati in circa 3,9 milioni di euro annui. Il residuo finale destinato a discarica ammonterebbe a circa 118.000 tonnellate annue, ma con una differenza qualitativa rilevante rispetto all’incenerimento. Una parte significativa di questo residuo è costituita da frazione organica stabilizzata, biologicamente inattiva, che può essere utilizzata per ripristini ambientali e coperture di discarica, riducendo l’impatto complessivo dello smaltimento.
Dal punto di vista economico, il polo impiantistico richiederebbe un investimento complessivo di circa 125 milioni di euro, con tempi di realizzazione compresi tra 18 e 24 mesi. Si tratta di impianti pienamente coerenti con i criteri di finanziabilità della Banca Europea degli Investimenti, a differenza degli inceneritori, che sono esclusi dalle priorità europee già dal 2017. L’Unione Europea ha infatti fissato obiettivi vincolanti al 2030 che prevedono il raggiungimento del 65 per cento di riciclo dei rifiuti urbani, la riduzione del conferimento in discarica a un massimo del 10 per cento e il divieto di smaltimento in discarica dei rifiuti raccolti separatamente.
Un elemento centrale dell’analisi riguarda la flessibilità del sistema. Un inceneritore necessita di flussi costanti di rifiuti per un periodo di ammortamento compreso tra 25 e 30 anni. Questo vincolo economico crea una rigidità strutturale che può entrare in conflitto con politiche di prevenzione, riduzione e aumento della raccolta differenziata. I sistemi basati su TMB e digestione anaerobica, al contrario, sono adattabili: all’aumentare della raccolta differenziata, la quota di rifiuto residuo diminuisce e gli impianti possono progressivamente spostare il proprio focus sul trattamento della frazione organica da raccolta differenziata, aumentando la produzione di biogas e compost e riducendo ulteriormente il ricorso alla discarica.
Inoltre, i TMB di nuova generazione sono in grado di garantire una selezione molto spinta dei rifiuti, grazie all’impiego di tecnologie avanzate che combinano sistemi meccanici, ottici e digitali. Questo consente di separare in modo più efficiente le diverse frazioni, recuperando materiali riciclabili e riducendo sensibilmente la quantità di scarti destinati allo smaltimento finale. Un’evoluzione che migliora le performance ambientali degli impianti e rafforza il ruolo del trattamento meccanico-biologico all’interno di una gestione dei rifiuti più moderna e sostenibile.
Nel complesso, l’analisi tecnica mostra come la realizzazione di un inceneritore di grande taglia in Liguria non risponda a una necessità immediata legata ai volumi di rifiuti, ma rappresenti una scelta strutturale di lungo periodo, con effetti vincolanti sull’intero sistema regionale. Le alternative tecnologiche esistono, sono già ampiamente diffuse in ambito europeo, presentano costi inferiori, tempi di realizzazione più rapidi e una maggiore coerenza con gli obiettivi di economia circolare.
Inceneritore e alto tasso di riciclo: un’incompatibilità strutturale
La compatibilità tra un inceneritore di grande taglia, per l realtà ligure, infatti se ne trovano molto più grandi, e un sistema di gestione dei rifiuti ad alto tasso di riciclo rappresenta uno dei nodi più discussi nella letteratura tecnica e nella pianificazione ambientale europea degli ultimi vent’anni. La questione non è ideologica, ma strutturale, e riguarda il funzionamento stesso degli impianti di incenerimento, il loro modello economico e la dinamica dei flussi di rifiuti nel tempo.
Un inceneritore è un impianto industriale progettato per operare a carico pressoché costante. Dal punto di vista ingegneristico ed economico, la sua sostenibilità dipende dalla continuità dei flussi in ingresso. L’investimento iniziale, che per un impianto di grandi dimensioni supera frequentemente i 300 milioni di euro, viene ammortizzato su un periodo lungo, in genere compreso tra i 25 e i 30 anni. Per tutta la durata dell’ammortamento, l’impianto deve trattare ogni anno un quantitativo minimo di rifiuti, spesso garantito da contratti di conferimento o da obblighi impliciti nella pianificazione pubblica.
Questo modello entra in tensione con l’aumento della raccolta differenziata e del riciclo. Quando un territorio incrementa il riciclo, il rifiuto urbano residuo diminuisce non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi. Le frazioni che vengono sottratte per prime al rifiuto indifferenziato sono quelle a maggiore valore energetico, come plastiche, carta e materiali tessili. Il residuo che rimane è più umido, più ricco di frazione organica e meno adatto alla combustione.
Perché l’aumento dell’umido non “salva” l’inceneritore
L’aumento della raccolta dell’umido non risolve le criticità strutturali dell’incenerimento. La sottrazione della frazione organica dal rifiuto residuo comporta innanzitutto una riduzione significativa dei volumi complessivi disponibili per la combustione. Anche nei casi in cui il Potere Calorifico Inferiore medio del residuo possa stabilizzarsi o mostrare una lieve risalita, la quantità totale di rifiuto conferibile diminuisce in modo rilevante, mettendo in difficoltà impianti progettati per funzionare con flussi elevati e continui.
Inoltre, nei sistemi caratterizzati da alti livelli di raccolta differenziata, il rifiuto residuo tende a diventare più eterogeneo e meno prevedibile nella composizione. Il PCI non solo risulta mediamente inferiore rispetto a quello dei rifiuti urbani tradizionali, ma presenta anche oscillazioni più marcate nel tempo, che incidono negativamente sulla stabilità della combustione, sull’efficienza energetica e sulla gestione complessiva dell’impianto. Gli inceneritori, al contrario, sono concepiti per operare in condizioni di alimentazione relativamente costanti, con un combustibile il più possibile omogeneo.
A questo si aggiunge una dinamica di competizione tra filiere. La raccolta separata della frazione organica non è funzionale al miglioramento delle prestazioni dell’inceneritore, ma alimenta processi diversi, come la digestione anaerobica e il compostaggio, che consentono di recuperare energia sotto forma di biogas e di produrre ammendanti utili al suolo. In un modello di gestione coerente con gli obiettivi europei di economia circolare, il recupero energetico è quindi prioritariamente affidato ai processi biologici applicati all’umido, mentre la combustione del rifiuto residuo perde progressivamente centralità, spostando ulteriormente il baricentro del sistema lontano dall’incenerimento.
Il punto chiave: non il PCI in astratto, ma la rigidità del sistema
Il tema centrale, quindi, non è stabilire se oltre una certa soglia di raccolta differenziata il PCI “risalga” o meno, ma riconoscere che un sistema ad alta differenziata produce meno rifiuto residuo, più variabile e meno compatibile con impianti rigidi di grande taglia. Anche in presenza di un PCI tecnicamente sufficiente, il problema rimane economico, gestionale e sistemico.
Per questo motivo, nei contesti che puntano seriamente alla riduzione dei rifiuti e all’aumento del riciclo, gli inceneritori tendono comunque a entrare in competizione con le politiche virtuose, fino a richiedere integrazioni esterne di rifiuti per garantire la saturazione dell’impianto. Non è una questione di soglia percentuale, ma di coerenza tra infrastruttura e traiettoria di sviluppo del territorio.
La questione, quindi, non riguarda soltanto la gestione dei rifiuti, ma il modello di sviluppo ambientale che Regione Liguria intende adottare nei prossimi decenni. Una decisione che, per la sua portata, richiede un confronto pubblico fondato su dati, valutazioni scientifiche e trasparenza, più che su soluzioni apparentemente risolutive nel breve periodo.
“Desideriamo esprimere un sentito ringraziamento a Mauro Solari, la cui disponibilità e competenza sono state fondamentali per cercare di comprendere i complessi meccanismi che regolano il conferimento e lo smaltimento dei rifiuti. Grazie alle sue spiegazioni chiare e pazienti, è stato possibile affrontare temi spesso oscuri e tecnici con maggiore chiarezza, offrendo ai lettori una visione più completa e consapevole.”