Voci e Volti

La memoria non è un museo. È una ferita che giudica il presente

Intervista a Bice Parodi, figlia di una sopravvissuta ad Auschwitz: «Da ebrea mi sento in dovere di alzare la voce per i palestinesi e contro la politica di Netanyahu»

Ci sono persone che non sono solo figlie dei loro genitori. Sono figlie della Storia. La loro biografia non comincia con la nascita, inizia prima. Inizia in un luogo dove l’umanità è stata sospesa. Nei campi di sterminio.
Essere figlie di una sopravvissuta ad Auschwitz non significa aver ereditato un racconto. Significa aver ereditato un impegno, quello di stare dalla parte dei più deboli, ogni giorno.

Bice Parodi è una di queste figlie.
«Mia madre da Auschwitz è tornata con la schiena distrutta. Ha fatto cinque anni di ospedale. Poi è tornata a Genova da sola. Nel campo aveva lasciato cinque fratelli e i suoi genitori». Lo dice così, senza enfasi. Ma ogni parola pesa come una pietra.

Il trauma non si trasmette solo con le storie. Si trasmette con l’aria che si respira in casa. «Noi cercavamo di non farla mai arrabbiare. Quando piangeva ci sentivamo in colpa anche se non piangeva per noi. Lei non ci ha mai fatto pesare il suo dolore. Cercava di non parlarne. Era mio padre che insisteva: dovete sapere, perché non deve succedere mai più. E invece…».

Invece continua a succedere.

«Quel dolore è entrato nel nostro DNA. Non per colpa sua. È che l’esperienza dei campi di sterminio distrugge qualsiasi anima umana. Eppure, mia mamma ha voluto ricostruire: una famiglia, due figlie, una vita».

C’è un episodio che più di ogni altro racconta chi fosse Piera Sonnino. Riguarda il giorno dell’arresto. «Tornava da fare la spesa. La sorella l’aspettava alla fermata dell’autobus perché i fascisti – non i tedeschi, i fascisti – avevano arrestato il loro papà. Erano tutti in casa. Mia mamma e mia zia avrebbero potuto scappare. Non ci hanno neanche pensato. “Se succede alla nostra famiglia, riguarda tutti noi”».
Aveva 22 anni. La sorella 24.
«Mio padre diceva: “Se vi salvavate, potevate essere utili, andare coi partigiani”. Ma loro non sapevano nemmeno che esistessero. Erano solo terrorizzati, sempre in fuga, sempre a cambiare casa. Vivevano nell’incubo di essere denunciati come ebrei. Quella scelta mi ha sempre fatto pensare. E mi ha fatto amare mia madre ancora di più».

In casa di Bice, si parlava poco di memoria ma la si praticava. «Nel 1960, durante gli scontri di Genova, arrestarono un operaio che abitava in Corso Sardegna. Lei andò a fare la spesa per la famiglia, mi diede la borsa e mi disse: “Posala davanti alla porta, bussa e scappa”. Perché chi fa beneficenza non deve avere volto».
La sua memoria era tutta lì, nei gesti. «Quello che è successo a me non deve succedere a nessuno. Nemmeno la fame, nemmeno la sete», ripeteva alle sue figlie.

Quando le chiedo cosa direbbe oggi sua madre davanti a Gaza, si ferma. «Mia madre rifiutò di andare in Israele. Disse: “Io sono italiana”. E non era nemmeno religiosa. Ma aveva il suo faro: lottare per la pace. Oggi sarebbe in grandissima difficoltà. Come me. Come mia sorella. Come tutti gli ebrei che pensano».

Poi la parola la dice. Senza girarci intorno. «Quello che c’è a Gaza è un genocidio. E non vedo una voce ebraica forte levarsi contro Netanyahu. Non contro gli ebrei. Contro la sua politica, appoggiata dall’Occidente».
Abbassa gli occhi. «Sono quasi contenta che mia madre non ci sia più. Non reggerebbe a vedere questa violenza. Lei stava male fisicamente quando vedeva la violenza».

E allora la domanda diventa inevitabile: che fine ha fatto il “mai più”?
«Non ha mai funzionato. Dal ’45 in poi il mondo non ha mai smesso di essere in guerra. Sono caduti i valori che lo reggevano: solidarietà, cultura, politica. Ora ci sono solo soldi e manifestazioni di forza. E con questi due presupposti la guerra è inevitabile».

E Gaza, dice, è ancora peggio per quello che verrà. «Hanno distrutto una città. Ci vorranno 14 anni solo per togliere le macerie. E poi? La ricostruzione non sarà per i palestinesi. Sarà per i ricchi. Una Los Angeles del Mediterraneo. E loro? Dove vanno? Li cacciano? Li ammazzano? Li rendono schiavi?».

Il “mai più” è stato tradito.

Le chiedo quali sono le spie del nostro fallimento morale. Non ha dubbi: «Individualismo. Vivere di apparenza. Non sentirsi comunità. E poi c’è la politica che non è più servizio, è un palcoscenico dove a comandare sono i soldi. E quando comandano i soldi, la guerra diventa un affare».

Quando guarda le immagini di Gaza dice di sentire «una tristezza indicibile. Se avessi avuto una vera comunità ebraica intorno, sarei andata ai confini a protestare. Avrei provato a portare via dei bambini con le loro mamme. Avrei provato a fare qualcosa. Perché quando vedo queste immagini penso ai campi. E capisco che la storia insegna ma ha pochi alunni».
E la ferita più grande è questa, che il dolore del popolo ebraico viene usato per giustificare il dolore di un altro popolo.
Qui la rabbia non è più trattenuta. «Io sono arrabbiata con l’Europa. E con gli ebrei europei che non hanno alzato un dito. Ma come? Siete figli anche voi di chi è uscito dai campi. Non vi si stringe lo stomaco guardando Gaza? La Shoah non è uno scudo. Deve essere un trampolino morale».
Poi aggiunge: «La prima volta che sono andata in Palestina ci sono andata anche per dire che gli ebrei non sono tutti come gli israeliani. Io mi sento in debito con il popolo palestinese».

C’è poi la paura sottile dell’antisemitismo che riaffiora in Europa. «Quest’anno soltanto una scuola ci ha invitato per il Giorno della Memoria. Prima dovevamo scegliere. Ora il silenzio».
E racconta: «Una rappresentante di sinistra mi ha detto che Hitler doveva finire il lavoro. È stato come uno schiaffo in faccia a mia madre».

È davanti a frasi come questa che la memoria ti afferra per il collo, ti sbatte davanti ciò che siamo stati e ciò che rischiamo di diventare. «Quando i fantasmi del fascismo tornarono in strada, il 30 giugno del 1960, la paura di mia madre che vedeva il Movimento Sociale a Genova, a rivendicare gli spazi, si fece memoria concreta: parole scritte in un diario che sarebbe diventato un libro, “Questo è stato. Una famiglia italiana nei lager”».

E oggi, quando si vuole equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, lei non ci sta. «La proposta di Del Rio è una legge mostruosa, è la legge più antisemita che esista. Come si fa a mettere sullo stesso piano l’antisemitismo, che è un male europeo le cui conseguenze ce le portiamo ancora dentro, con l’antisionismo? Il sionismo è un progetto coloniale fatto di razzismo e di sopraffazione su un altro popolo. Se passa questa legge, io, ebrea, divento antisemita perché io starò sempre col popolo palestinese. E questo per me è essere un’ebrea che ha capito la propria storia».

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Simona Tarzia

Sono una giornalista con il pallino dell'ambiente e mi piace pensare che l'informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini. Il mio impegno nel giornalismo d'inchiesta mi è valso il “Premio Cronista 2023” del Gruppo Cronisti Liguri-FNSI per un mio articolo sul crollo di Ponte Morandi. Sono co-autrice di diversi reportage tra cui il docu “DigaVox” sull’edilizia sociale a Genova; il cortometraggio “Un altro mondo è possibile” sul sindaco di Riace, Mimmo Lucano; “Terra a perdere”, un’inchiesta sui poligoni NATO in Sardegna.

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