La Prefettura chiude agli operai e la Polizia lancia i lacrimogeni
Magni (CGIL): “Una cosa scellerata che non vedevamo qui a Genova dai tempi del G8”
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Genova – Quello che oggi sarebbe dovuto essere uno sciopero generale dei metalmeccanici, centrato sulla vertenza ex Ilva e sulle preoccupazioni per il futuro industriale della città, si è trasformato in un caso politico e istituzionale. La responsabilità di quanto accaduto – secondo sindacati, partecipanti e osservatori – ricade in gran parte sulla gestione dell’ordine pubblico da parte della Prefettura e della polizia, che hanno scelto una strategia di contenimento definita da molti “incomprensibile e provocatoria”.
Una militarizzazione che ricorda il G8
Il corteo, composto da circa cinquemila persone, è partito in maniera ordinata da Cornigliano. Solo all’arrivo in Prefettura i lavoratori hanno trovato un dispositivo di blindati giudicato sproporzionato: venti mezzi schierati a chiudere l’accesso alla sede del governo territoriale, come se non si trattasse di operai in sciopero, ma di un’emergenza di ordine pubblico su larga scala.
Una scelta che ha immediatamente riportato alla memoria il G8 del 2001, non solo per la quantità di mezzi dispiegati, ma per l’atteggiamento percepito come ostile, volto a impedire qualunque interlocuzione.
Lacrimogeni a distanza ravvicinata: “atto gravissimo”
Quando parte del corteo ha tentato di avvicinarsi alla Prefettura per chiedere un confronto, la risposta è stata il lancio di lacrimogeni. Non solo in aria, come da protocollo, ma – secondo numerose testimonianze e riprese video – colpendo lavoratori, delegati sindacali e alcuni fotoreporter.
Un’escalation difficilmente giustificabile, soprattutto perché gli operai stavano protestando per difendere i propri posti di lavoro e per ottenere risposte dal governo.
Una pioggia di gas in pieno centro, tra fumo, urla e confusione, che ha provocato feriti e una tensione che poteva essere evitata.
Il sindacato: “Deriva reazionaria e cortocircuito istituzionale”
Durissima la reazione della CGIL, che ha parlato senza mezzi termini di “deriva reazionaria del Governo” e ha chiesto alla Prefetta di Genova di spiegare quali ordini siano stati impartiti e perché sia stato impedito l’accesso pacifico alla sede istituzionale.
Il comunicato è netto:
È gravissimo esacerbare gli animi in un momento così critico per il lavoro. Vogliamo sapere chi ha autorizzato il lancio di lacrimogeni sui lavoratori e perché la Prefettura è stata blindata come ai tempi del G8.”
Secondo il sindacato, non si può costruire nessun dialogo sul futuro dell’industria con un approccio improntato alla repressione.
Una gestione che alimenta tensioni invece di ridurle
La domanda che molti si pongono riguarda la necessità – o l’opportunità – di schierare un dispositivo tanto massiccio per una manifestazione annunciata, condivisa con la città, alla quale partecipavano operai, cittadini e persino la sindaca di Genova, Silvia Salis.
Di fronte a persone che chiedono risposte sul proprio futuro lavorativo, l’uso di lacrimogeni come strumento di controllo appare come un fallimento istituzionale prima ancora che operativo.
Una scelta che ha trasformato un corteo sindacale in uno scontro evitabile, infiammando una situazione già tesa.
Il precedente pericoloso: è questo il modello di gestione del dissenso?
Molti temono che la giornata di oggi sia un segnale politico più ampio su come il governo intenda affrontare nei prossimi mesi vertenze industriali, proteste sindacali e tensioni sociali legate alla deindustrializzazione.
L’idea che il dissenso possa essere affrontato con blindati e gas lacrimogeni invece che con tavoli di confronto apre un fronte preoccupante:
se a Genova è successo oggi, dove potrebbe succedere domani?
Solidarietà ai cronisti colpiti dai lacrimogeni
Tra le persone raggiunte dai lacrimogeni risultano diversi lavoratori e alcuni giornalisti che stavano documentando la manifestazione.
Un attacco al diritto di informare e di essere informati, aggravato dal fatto che la stampa segue da settimane la vertenza ex Ilva, spesso in condizioni difficili.
La risposta degli operai non si ferma
I metalmeccanici hanno già annunciato che la mobilitazione continuerà.
La violenza subita oggi – sostengono – non arresterà la richiesta di un piano industriale serio per la siderurgia italiana.
E anzi, dopo questa giornata, una cosa appare più chiara che mai: la vertenza ex Ilva non è più solo una questione di lavoro, ma una questione democratica.