Oltre la notizia

“Se il mio Paese entrasse in guerra”: il questionario dell’Agia che interroga gli adolescenti italiani

32 domande per capire se gli adolescenti sarebbero pronti ad arruolarsi?

Nel 2025, le scuole italiane hanno ricevuto un questionario dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia). Titolo: Guerra e conflitti. Destinatari: studenti tra i 14 e i 18 anni.  L’obiettivo dichiarato è ascoltare e comprendere ansie, emozioni e percezioni dei giovani. Ma scorrendo le domande, emergono tensioni, ambiguità e spunti che difficilmente possono restare confinati a un semplice esercizio di riflessione civica.

I risultati dell’indagine li conosceremo solo dopo il 19 dicembre, data di chiusura della rilevazione. Tuttavia, già leggendo le domande, si possono intuire le intenzioni di chi ha costruito il questionario: sondare il terreno sul senso del dovere militare proprio mentre il mondo corre verso il riarmo.


Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei?

Uno dei punti più controversi dell’indagine dell’Agia è questa domanda: “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa affermazione”. Non è retorica: trasferisce ai ragazzi concetti di responsabilità militare e senso del dovere propri dell’età adulta. In parallelo, “Nel caso una guerra coinvolgesse il tuo Paese cosa ti preoccuperebbe di più?” mette sul piatto morte, separazione dagli affetti, sacrifici economici e compromissione dei piani futuri.
Domande come queste non sondano solo emozioni: introducono un concetto di guerra concreto e diretto, educando implicitamente i giovani a immaginarsi in prima linea.

La questione diventa più delicata se si considera il dibattito politico in corso sulla reintroduzione della leva obbligatoria: pur senza alcun collegamento formale, il questionario interroga gli adolescenti sul senso del dovere militare, in un contesto in cui la cronaca politica e le dichiarazioni dei ministri sul tema alimentano il dibattito pubblico. È un segnale di educazione alla responsabilità civica o un messaggio simbolico che normalizza la guerra?

Piccole guerre quotidiane

Il questionario accosta conflitti globali e piccoli battibecchi quotidiani: “Ti capita di entrare in conflitto con qualcuno (amici, genitori, parenti etc…)?”, “Ti è mai capitato di pensare che un litigio possa essere una piccola guerra?” e “Quando litighi con qualcuno, di solito riesci a fare pace?”. Sono tre domande che esplorano rabbia, paura, delusione e capacità di mediazione.
Il problema è che questo parallelismo continuo tra guerra globale e dissidi domestici o scolastici rischia di creare una lente cognitiva permanente: il conflitto diventa onnipresente e inevitabile. La guerra si insinua come modello interpretativo della realtà quotidiana.

Contraddizioni tra pace e dovere

Alcune domande evidenziano, poi, delle contraddizioni interne al questionario: “Secondo te la tua generazione può contribuire a costruire un futuro di pace?”. È un invito alla riflessione positiva, alla responsabilità civica. Ma subito dopo è inserita la citazione latina “Si vis pacem, para bellum. Sei d’accordo?” Che spinge verso un concetto adulto di dovere bellico. La pace come obiettivo educativo diventa così subordinata alla preparazione alla guerra. Il messaggio è ambiguo: si tratta di responsabilizzazione civica o di una socializzazione implicita alla logica del conflitto?

In conclusione, si legge sul sito dell’Agia che lo «scopo dell’iniziativa è dare voce ai giovani anche al fine di offrire alle istituzioni elementi di riflessione e approfondimento». Eppure, l’analisi delle domande svela un’operazione più complessa del semplice ascolto. Attraverso l’ipotesi di arruolamento e l’uso costante di metafore belliche, l’indagine sembra innescare un processo di normalizzazione della guerra come destino ineluttabile e come modello interpretativo della realtà quotidiana. E resta il dubbio fondamentale: l’Agia sta agendo da Garante dei diritti dei ragazzi o sta fornendo al dibattito politico uno strumento per sondare il terreno sul senso del dovere militare prima di tornare alla discussione sulla leva obbligatoria?

ST

Simona Tarzia

Sono una giornalista con il pallino dell'ambiente e mi piace pensare che l'informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini. Il mio impegno nel giornalismo d'inchiesta mi è valso il “Premio Cronista 2023” del Gruppo Cronisti Liguri-FNSI per un mio articolo sul crollo di Ponte Morandi. Sono co-autrice di diversi reportage tra cui il docu “DigaVox” sull’edilizia sociale a Genova; il cortometraggio “Un altro mondo è possibile” sul sindaco di Riace, Mimmo Lucano; “Terra a perdere”, un’inchiesta sui poligoni NATO in Sardegna.

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