Necropolitica e sovranità: chi decide chi può vivere e chi deve morire
Chi decide chi può vivere e chi deve morire? Tra guerre contemporanee, crisi geopolitiche e sovranità armata, la politica torna a esercitare il suo potere più radicale: amministrare la morte
Nel dibattito contemporaneo di filosofia politica e teoria critica, l’idea che il potere possa organizzare la morte non solo come conseguenza ma come strumento politico strutturale è diventata un tema centrale. Il concetto emerge soprattutto nella riflessione su totalitarismo, colonialismo e guerre contemporanee, dove la distruzione di vite umane non appare più come un effetto collaterale ma come parte di una strategia di governo.
Una delle prime analisi sistematiche di questa dinamica si trova nell’opera di Hannah Arendt. Nel libro The Origins of Totalitarianism (1951), Arendt descrive i regimi totalitari come sistemi politici che trasformano l’eliminazione fisica di gruppi umani in una pratica amministrativa organizzata. I campi di concentramento nazisti rappresentano, in questa prospettiva, l’esempio più radicale: la violenza viene burocratizzata e resa impersonale, come dimostrato anche nel suo studio su Adolf Eichmann, dove la “banalità del male” indica la normalizzazione della distruzione umana all’interno dell’apparato statale.
Un passaggio teorico decisivo si produce con la riflessione di Michel Foucault. Nei corsi al Collège de France raccolti in Society Must Be Defended (1976) e nella prima parte della History of Sexuality, Foucault introduce il concetto di biopolitica: la modernità politica, secondo lui, non governa solo attraverso la legge o la sovranità, ma attraverso la gestione della vita delle popolazioni. Lo Stato moderno esercita un potere che “fa vivere e lascia morire”, organizzando salute, natalità e mortalità come questioni politiche.
Su questa base teorica si sviluppa la riflessione del filosofo camerunense Achille Mbembe. Nel saggio “Necropolitics”, pubblicato nel 2003 sulla rivista Public Culture, Mbembe propone di andare oltre il paradigma foucaultiano: il potere contemporaneo non si limita a gestire la vita, ma produce spazi in cui la morte diventa la condizione dominante dell’esistenza.
Secondo Mbembe, la sovranità si manifesta nella capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire, generando quelli che definisce “death worlds”, mondi della morte in cui intere popolazioni sono rese sacrificabili. Questa teoria è stata poi sviluppata nel volume Necropolitics (Duke University Press, 2019).
Nella prospettiva di Mbembe, colonialismo, apartheid e occupazioni militari rappresentano contesti privilegiati per osservare questo meccanismo. La politica non governa più soltanto attraverso istituzioni o diritti, ma attraverso la produzione sistemica della vulnerabilità alla morte.
La dimensione contemporanea: guerra, sicurezza e governance della morte
Nel dibattito internazionale sulla guerra nella Striscia di Gaza iniziata dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, diversi organismi internazionali hanno pubblicato stime e analisi sull’impatto umanitario del conflitto. Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute di Gaza, citati regolarmente da agenzie delle Nazioni Unite e da media internazionali, il numero dei morti palestinesi ha superato le 30.000 persone entro l’inizio del 2024, con una quota significativa di civili. Le Nazioni Unite hanno precisato che tali cifre non possono essere verificate indipendentemente in tempo reale, ma sono considerate generalmente affidabili sulla base delle metodologie utilizzate nei conflitti precedenti.
Rapporti pubblicati da organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno inoltre documentato le condizioni umanitarie nella Striscia. Nel dicembre 2023 Human Rights Watch ha accusato Israele di utilizzare il blocco di carburante, acqua e beni essenziali come strumento di pressione militare sulla popolazione civile, sostenendo che tali pratiche potrebbero configurare violazioni del diritto internazionale umanitario. Analisi simili sono state avanzate anche da Amnesty International, che in diversi report ha parlato di una crisi umanitaria aggravata dalla distruzione di infrastrutture civili e dalle restrizioni agli aiuti.
Nel piano politico internazionale, alcune proposte avanzate negli Stati Uniti durante il dibattito sulla ricostruzione della Striscia di Gaza hanno suscitato critiche da parte di giuristi e studiosi di diritto internazionale. In particolare, commentatori e accademici hanno discusso le ipotesi di trasferimento permanente della popolazione palestinese fuori dal territorio, considerate da numerosi esperti incompatibili con il divieto di trasferimento forzato di popolazioni civili, stabilito dalla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949.
Allo stesso tempo, il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu ha sostenuto che le operazioni militari nella Striscia di Gaza sono finalizzate esclusivamente alla distruzione delle capacità militari di Hamas anche prima degli attacchi del 7 ottobre 2023, rivendicando il diritto di Israele all’autodifesa contro un’organizzazione considerata terroristica da diversi paesi occidentali.
Questo contrasto tra giustificazioni strategiche, accuse di violazioni del diritto internazionale e conseguenze umanitarie ha alimentato un intenso dibattito accademico e politico. Alcuni studiosi interpretano tali dinamiche attraverso la lente teorica della necropolitica, concetto sviluppato da Achille Mbembe, secondo cui il potere contemporaneo si manifesta anche nella capacità di produrre spazi in cui intere popolazioni sono esposte sistematicamente alla morte o a condizioni di sopravvivenza estrema.
Un caso contemporaneo particolarmente emblematico riguarda l’Iran. La Repubblica islamica, nata dalla rivoluzione del 1979, è uno Stato teocratico nel quale il potere politico ultimo appartiene al clero sciita e al Supreme Leader, figura che sovrintende alle principali istituzioni politiche, militari e religiose. In questo sistema, il controllo religioso dello Stato ha spesso significato repressione del dissenso e limitazione del pensiero laico, come documentato da numerosi rapporti internazionali sui diritti umani.
Tuttavia, la critica a questo assetto non può ignorare una contraddizione che emerge nella politica internazionale recente. Dopo l’uccisione della guida suprema iraniana e l’apertura di una crisi di successione, il conflitto con Israele e Stati Uniti ha assunto anche una dimensione apertamente politica: non soltanto militare ma costituzionale, perché riguarda chi dovrebbe governare il Paese. Diversi leader occidentali hanno sostenuto che gli attacchi militari e la pressione internazionale possano aprire la strada a un cambiamento di regime.
Allo stesso tempo, dichiarazioni provenienti da ambienti politici statunitensi e israeliani hanno indicato la possibilità di influenzare o accelerare la trasformazione del sistema politico iraniano, mentre operazioni militari miravano direttamente alla leadership del Paese.
Qui emerge un nodo politico e morale difficilmente eludibile. Due potenze che si definiscono democratiche rivendicano implicitamente il diritto di intervenire non solo contro un regime autoritario, ma nel processo stesso di determinazione della futura leadership di uno Stato sovrano. La pretesa di “liberare” un popolo dall’esterno, attraverso bombardamenti o eliminazione mirata dei leader, ripropone un paradigma già visto in altri contesti mediorientali, dall’Iraq alla Libia, in cui l’idea di esportare la democrazia si è intrecciata con dinamiche di guerra e destabilizzazione.
Le contraddizioni sono evidenti: un sistema politico che reprime la libertà interna viene sfidato da attori esterni che, nel tentativo di rovesciarlo, si arrogano il potere di decidere l’architettura politica futura di quel Paese. In questo senso, la questione iraniana mostra come la necropolitica non sia soltanto il prodotto di regimi autoritari. Anche le democrazie, quando la guerra diventa lo strumento principale della loro strategia, possono contribuire a trasformare la vita e la morte di intere popolazioni in una variabile della politica globale.
La nozione di morte come progetto politico non implica necessariamente che i governi perseguano apertamente lo sterminio di popolazioni. Piuttosto, indica una trasformazione del potere moderno: la sovranità si manifesta sempre più nella capacità di definire la distribuzione della vulnerabilità alla morte.
Dai regimi totalitari studiati da Arendt alle teorie biopolitiche di Foucault, fino alla necropolitica di Mbembe, emerge un filo conduttore: la politica contemporanea non riguarda soltanto l’organizzazione della vita collettiva, ma anche la gestione dei limiti entro cui alcune vite possono essere sacrificate.
Le guerre del XXI secolo, le crisi umanitarie e le politiche di sicurezza globale mostrano quanto questo tema resti centrale. Comprendere la morte come dispositivo politico non significa soltanto analizzare il passato, ma interrogare il modo in cui il potere continua a ridefinire il valore delle vite umane nel presente.