Europa contro le mafie globali: all’Aia la nuova strategia per inseguire la ‘ndrangheta oltre i confini
Dalla cooperazione di polizia alla governance della sicurezza: il progetto I-CAN e la piattaforma EMPACT ridefiniscono il contrasto alle reti criminali più pericolose, tra dati, geopolitica e integrazione operativa.
Nella sede di Europol, all’Aia, il meeting di metà febbraio non è stato soltanto un appuntamento tecnico, ma un passaggio simbolico nella trasformazione della lotta alle mafie in una questione pienamente europea e globale. La presentazione dei risultati del progetto I-CAN, inserita nel lancio della nuova priorità EMPACT dedicata alle reti criminali più minacciose, ha restituito l’immagine di un sistema di sicurezza che cerca di tenere il passo con un crimine sempre più fluido e transnazionale.
Nel suo intervento, il dirigente della Polizia di Stato Simone Pioletti ha descritto la ‘Ndrangheta come una struttura ormai pienamente integrata nei meccanismi della globalizzazione. Non più soltanto organizzazione territoriale, ma piattaforma criminale capace di muoversi lungo le rotte del commercio internazionale, di stringere alleanze con gruppi stranieri e di sfruttare tecnologie emergenti per il riciclaggio e la gestione dei traffici. La mappa del potere mafioso, oggi, coincide sempre più con quella dei flussi finanziari e logistici globali, trasformando il fenomeno in un attore geopolitico informale che sfrutta le discontinuità tra sistemi giuridici e mercati.
I dati presentati al meeting rafforzano questa lettura. Dal 2020 il progetto ha consentito arresti e catture in decine di Paesi, mentre il Crime Analysis File sviluppato in ambito Interpol ha raggiunto una massa informativa tra le più rilevanti dell’organizzazione. La crescita del database non rappresenta solo un progresso tecnico, ma l’emersione di una rete relazionale sempre più complessa: contatti, flussi di denaro, nodi logistici e connessioni tra gruppi criminali che permettono di passare da un approccio reattivo a uno basato sull’analisi predittiva.
È su questo terreno che si inserisce la portata strategica del nuovo ciclo EMPACT, la piattaforma multidisciplinare coordinata dalla Commissione europea. L’integrazione con I-CAN punta a rendere strutturale lo scambio di intelligence, armonizzare procedure investigative e pianificare operazioni congiunte in modo sistemico. In sostanza, l’Unione prova a superare il modello della cooperazione episodica per costruire una vera architettura condivisa di contrasto, capace di ridurre le zone grigie tra giurisdizioni che le organizzazioni criminali hanno storicamente sfruttato.
In questo quadro, il ruolo italiano resta centrale. Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, con il coordinamento operativo della cooperazione internazionale di polizia e il sostegno del direttore centrale della Polizia criminale Raffaele Grassi, porta in dote un patrimonio investigativo maturato in decenni di contrasto alle mafie. Un know-how che diventa sempre più una risorsa strategica per l’intero spazio europeo, mentre l’allargamento dei Paesi coinvolti testimonia la percezione crescente della ‘ndrangheta come minaccia alla sicurezza collettiva.
Il meeting dell’Aia consegna dunque un messaggio che va oltre la cronaca operativa. Di fronte a organizzazioni che funzionano come reti globali adattive, anche la risposta istituzionale deve assumere la forma di un sistema integrato, in cui tecnologia, analisi e cooperazione politica si alimentano reciprocamente. La sfida non è soltanto arrestare o sequestrare, ma comprendere e anticipare le dinamiche di un crimine che evolve alla stessa velocità dei mercati e delle innovazioni.

La grafica prodotta nell’ambito del progetto I-CAN e con il marchio di Interpol è costruita con una logica comunicativa molto chiara: trasformare un fenomeno spesso percepito come “locale” in una rappresentazione visiva immediatamente globale.
Il primo elemento che colpisce è l’uso della mappa mondiale saturata in rosso, colore che tradizionalmente segnala allerta e rischio. La scelta cromatica non è neutra: serve a trasmettere l’idea di una presenza diffusa della ‘Ndrangheta e a rendere intuitivo il messaggio chiave, cioè che non si tratta più di una minaccia confinata a specifiche aree geografiche ma di una rete con ramificazioni transcontinentali. Il contrasto con le zone in azzurro, che suggeriscono aree di minore incidenza o non mappate, rafforza la percezione di un’espansione capillare.
Dal punto di vista informativo, la grafica utilizza due indicatori sintetici ma molto potenti: il numero di Paesi coinvolti e quello delle “unique locations”. Sono metriche tipiche della comunicazione di intelligence perché non descrivono solo presenza, ma densità operativa. Parlare di migliaia di localizzazioni implica un livello di granularità analitica elevato e suggerisce che la mappatura non riguarda solo Stati, ma nodi logistici, finanziari e relazionali. In termini narrativi, questo sposta il focus dalla dimensione simbolica della presenza alla concretezza dell’infrastruttura criminale.
Sul piano della retorica visiva, la grafica funziona anche come strumento di legittimazione istituzionale. L’accostamento dei loghi e il titolo “mapping all over the world” comunicano l’idea di un sapere strutturato e scientifico, quasi cartografico, che rafforza la percezione di controllo e capacità analitica delle agenzie coinvolte. È una modalità tipica delle organizzazioni di sicurezza: rendere visibile la complessità per giustificare la necessità di cooperazione internazionale.
Naturalmente, come tutte le mappe di fenomeni criminali, anche questa ha un limite intrinseco: rappresenta la presenza rilevata, non necessariamente l’intensità reale delle attività. Le aree meno evidenziate non indicano assenza, ma spesso minore capacità di rilevazione o minore disponibilità di dati. Tuttavia, proprio questa parzialità rende la grafica interessante dal punto di vista analitico, perché suggerisce dove si concentrano gli sforzi investigativi e dove la rete di cooperazione è più sviluppata.
Nel complesso, la forza della visualizzazione sta nella sua capacità di sintetizzare in un’unica immagine un concetto complesso: la trasformazione della ‘ndrangheta in una rete globale. Non è solo una mappa, ma una narrazione visiva che traduce anni di attività investigativa in un messaggio immediato e politicamente rilevante, la necessità di risposte altrettanto globali.
Se la globalizzazione ha offerto alle mafie nuove opportunità di espansione, la partita che si gioca oggi in Europa è quella di una globalizzazione della sicurezza. L’intreccio tra I-CAN ed EMPACT indica la direzione: meno iniziative isolate, più infrastrutture comuni di conoscenza e azione. È qui, nella capacità di trasformare la cooperazione in sistema, che si misurerà nei prossimi anni la reale efficacia dell’Europa nel contenere una delle minacce più silenziose ma pervasive del nostro tempo