Il caso Luigi Spera
La Cassazione e la Corte d’assise escludono l’aggravante terroristica per l’attivista palermitano. Resta la condanna, ma il caso riapre il dibattito sui limiti della repressione del dissenso
Palermo, marzo 2024. Luigi Spera, vigile del fuoco, padre di famiglia e attivista del movimento Antudo, finisce dietro le sbarre.
L’inchiesta nasce da un’azione dimostrativa del novembre 2022: una molotov lanciata nel cortile della sede palermitana di Leonardo SpA, il principale gruppo italiano della difesa. L’azione, messa in atto per protestare contro l’export di armi dell’azienda verso la Turchia, non provoca danni rilevanti ma per la Procura rientra nell’ambito del terrorismo. Spera viene sottoposto a custodia cautelare, trasferito nel carcere di alta sicurezza di San Michele, ad Alessandria, e detenuto per oltre otto mesi.
L’impianto accusatorio cambia quando interviene la Cassazione: non è più terrorismo ma semplice danneggiamento per protesta politica. Per i giudici di massimo grado, l’azione non era idonea a condizionare le decisioni dello Stato. Spera torna in libertà, con obbligo di firma e di dimora a Palermo.
Poi, il 27 maggio 2026, la Corte d’assise di Palermo esclude definitivamente l’aggravante terroristica ma condanna il vigile del fuoco a 4 anni e 9 mesi per porto e detenzione di ordigno micidiale e per getto pericoloso di cose.
Una storia che racconta la modulazione punitiva della giustizia e il rischio che la dissidenza venga trattata come una minaccia.
Oggi Luigi Spera per la giustizia italiana non è più un terrorista ma la domanda rimane: quanto spazio resta alla contestazione in questo clima clima sempre più refrattario al dissenso?