Gaza, la soluzione finale: cadaveri spinti in mare con le macerie
Dopo le bombe, il mercato. Mentre migliaia di corpi restano sotto le rovine di Gaza, l’Occidente discute di sviluppo e investimenti, normalizzando la distruzione e preparando una ricostruzione senza giustizia.
Ci siamo interrogati molto sulla ricostruzione di Gaza, a come sia stata liquidata la questione delle decine di migliaia di morti voluti dal governo Netanyahu, di come la comunità internazionale abbia liquidato i morti di Gaza come una inevitabile statistica. E ci siamo fermati a ragionare come questa civiltà del cinismo sia ormai affondata in una deriva disumanizzata che adesso non sussulta e non si indigna, o si vergogna del rischio che i cadaveri di Gaza finiscano in mare insieme alle macerie.
È una riflessione che riguarda anche noi. Noi occidentali, che ci siamo progressivamente adagiati sull’idea che le guerre siano sempre altrove, lontane abbastanza da non chiamarci in causa. Come se la distanza geografica fosse una forma di assoluzione morale. Come se non fossimo parte integrante di quei conflitti: politicamente, economicamente, materialmente. Vendiamo armi, garantiamo coperture diplomatiche, avalliamo strategie militari che producono distruzione di massa e poi ci stupiamo della devastazione. Gaza non è solo il risultato di una guerra: è anche il prodotto di una complicità strutturale.

Dentro questo vuoto etico prende forma il progetto GREAT. Un acronimo che suona rassicurante, Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation Trust, e che promette ricostruzione, sviluppo, futuro. Ma dietro il linguaggio levigato della pianificazione internazionale si intravede una verità più scomoda: GREAT non nasce per rispondere ai bisogni di Gaza e dei suoi abitanti, ma per ridefinire Gaza come spazio economico, come asset, come opportunità di investimento.
Il progetto immagina una lunga amministrazione fiduciaria internazionale, sottraendo di fatto il territorio a ogni reale autodeterminazione palestinese. Gaza viene trattata come una tabula rasa, un luogo da “bonificare” prima ancora che da ricostruire. Non c’è spazio, in questa visione, per il lutto, per la giustizia, per la memoria. C’è spazio per masterplan, resort, porti, smart city, distretti tecnologici. Il lessico è quello dell’immobiliare globale, non quello dei diritti umani.
Per rendere possibile questa trasformazione, GREAT introduce uno dei suoi elementi più controversi: la cosiddetta rilocalizzazione “volontaria” della popolazione. Incentivi economici per lasciare Gaza, sussidi per ricominciare altrove, promesse vaghe di un ritorno futuro. Chiamare volontaria una scelta compiuta sotto le macerie, senza case, senza lavoro, senza sicurezza, è una forzatura semantica che serve a mascherare uno spostamento forzato. È l’eleganza burocratica con cui si rende accettabile ciò che, in altri contesti, chiameremmo espulsione.
Poi ci sono le macerie. Decine di milioni di tonnellate di detriti, cemento polverizzato, edifici crollati. Macerie che non sono solo materiali da smaltire, ma contenitori di corpi, di storie, di prove. In alcuni dibattiti tecnici – riportati anche dalla stampa – emerge l’ipotesi di spingerle in mare per liberare spazio, accelerare la ricostruzione, creare nuova terra. Ma gettare le macerie in mare non è una soluzione tecnica: è una scelta politica. Significa accettare che insieme al cemento finiscano anche i resti umani, la memoria dei morti, le tracce di ciò che è accaduto.
In questa prospettiva, i cadaveri diventano un ingombro. Un ostacolo alla valorizzazione del territorio. Un problema da rimuovere in fretta per poter passare alla fase successiva: quella che genera profitto. È qui che il progetto GREAT rivela la sua natura più profonda. Non una ricostruzione, ma una rimozione. Non una rinascita, ma una normalizzazione della distruzione.
Tutto questo non avviene nel vuoto. Avviene dentro una cultura politica occidentale che ha imparato a gestire la guerra come una fase preliminare dello sviluppo, e a considerare accettabile qualsiasi esito purché avvenga lontano dai propri confini. Condanniamo a parole, ma nei fatti continuiamo a sostenere, armare, coprire. E quando il massacro diventa troppo evidente, spostiamo l’attenzione sul “dopo”, come se il futuro potesse cancellare il presente.
Il progetto GREAT non è solo un piano per Gaza. È uno specchio. Ci mostra cosa siamo diventati: una comunità politica che accetta la morte come dato collaterale, che chiama ricostruzione ciò che è cancellazione, che si prepara a investire sul futuro solo dopo aver deciso che il passato, con i suoi morti, può essere definitivamente sommerso. In mare, insieme alle macerie.