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L’ombra di Gaza sull’operazione antiterrorismo: cooperazione efficace, stragi rimosse

Antiterrorismo sì, ipocrisia no: quando la lotta a Hamas diventa un alibi per ignorare la strage di Gaza

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Un’operazione antiterrorismo coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova ha portato all’esecuzione di misure cautelari personali e reali nei confronti di nove persone e tre associazioni, facendo emergere un presunto sistema di raccolta e trasferimento di fondi destinati a soggetti ritenuti contigui all’organizzazione terroristica Hamas. L’attività, condotta dalla DIGOS di Genova con il supporto della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e della Guardia di Finanza, ha comportato sequestri per oltre otto milioni di euro, disposti dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova.

Un’inchiesta complessa, fondata su accertamenti finanziari, intercettazioni e cooperazione internazionale che ha già prodotto arresti, sequestri e un forte impatto politico e mediatico.

Tra gli elementi emersi in queste ore vi è anche il contributo informativo fornito dalle autorità israeliane. Un contributo che, secondo quanto riportato da diverse fonti, si è rivelato efficace nel ricostruire i flussi finanziari e i collegamenti tra associazioni formalmente benefiche e strutture riconducibili a Hamas. Sul piano strettamente investigativo, si tratta di una collaborazione che rientra nei canoni della cooperazione internazionale in materia di antiterrorismo e che, al netto di ogni valutazione politica, ha inciso sull’avanzamento dell’indagine.

È tuttavia impossibile ignorare il contesto in cui questa cooperazione si inserisce. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu è lo stesso che, da mesi, conduce un’offensiva militare sulla Striscia di Gaza che ha provocato decine di migliaia di vittime civili, la distruzione sistematica di infrastrutture essenziali e una crisi umanitaria definita da numerose organizzazioni internazionali come senza precedenti. Un’operazione militare che molti osservatori qualificano come una vera e propria strage di massa, se non come una pulizia etnica in atto.

Eppure, proprio quegli ambienti politici che in Italia hanno sostenuto, giustificato o minimizzato l’azione del governo Netanyahu a Gaza sono stati tra i primi a esultare per l’esito dell’operazione antiterrorismo. Dichiarazioni trionfalistiche, richiami alla “fermezza contro il terrorismo” e rivendicazioni di una linea politica “senza ambiguità” si sono moltiplicate nelle ore successive agli arresti.

Una contraddizione evidente. Perché se è legittimo e doveroso contrastare ogni forma di finanziamento a organizzazioni terroristiche, lo è altrettanto pretendere coerenza da chi invoca la legalità internazionale a giorni alterni. Non si può applaudire l’efficacia informativa di un governo straniero quando serve a colpire un nemico comune e allo stesso tempo chiudere gli occhi davanti alle responsabilità politiche e militari di quello stesso governo nello sterminio di una popolazione civile.

Al momento, l’inchiesta è in fase preliminare. Sarà la magistratura a stabilire se vi siano gli estremi per il rinvio a giudizio o se, al contrario, alcune posizioni verranno archiviate. Noi riteniamo che vi siano elementi sufficienti perché le indagini proseguano, nel rispetto delle garanzie e del principio di presunzione di innocenza. I risultati, come sempre, si misureranno nel tempo, nei tribunali e non nelle dichiarazioni politiche.

Ma proprio perché l’inchiesta non è conclusa e proprio perché la cooperazione internazionale è stata determinante, si pone una questione politica che non può essere elusa. Chi oggi celebra l’operazione di Genova, chi rivendica la collaborazione con Israele come un successo, ha il dovere morale e politico di usare quello stesso canale di relazione per chiedere con forza la fine della strage in corso a Gaza. Non a parole, non con appelli generici, ma con atti concreti: pressione diplomatica, sospensione di accordi militari e, soprattutto, apertura dei corridoi umanitari per consentire il passaggio di viveri, medicinali e aiuti essenziali.

La lotta al terrorismo non può diventare un alibi per legittimare crimini su larga scala. E la cooperazione investigativa, per quanto efficace, non può essere separata da una valutazione complessiva delle responsabilità politiche. Se davvero si vuole difendere il diritto internazionale, lo si deve fare sempre, non solo quando conviene.

Resta infine un punto politico che non può essere rimosso con un’operazione di polizia, per quanto rilevante. Se questa inchiesta dovesse essere utilizzata come una foglia di fico per coprire o normalizzare le responsabilità del governo Netanyahu, l’effetto sarebbe inevitabilmente temporaneo. Benjamin Netanyahu non è soltanto il capo di un esecutivo responsabile di una guerra devastante: è un leader sotto accusa, un criminale comune secondo la sua stessa storia giudiziaria interna e un criminale di guerra secondo una parte crescente della comunità internazionale. Nessuna operazione antiterrorismo, nessun sequestro di fondi, nessuna conferenza stampa e nessun politico italiano di quarta fila,  potrà cancellare questo dato politico e morale.

Anche qualora i presunti fiancheggiatori di Hamas venissero processati e condannati, se e quando la loro colpevolezza sarà accertata, resterà un macigno sulla coscienza di coloro che oggi difendono Netanyahu senza condizioni. Perché, archiviata l’inchiesta o conclusi i processi, ciò che non potrà essere archiviato è il tappeto di morti innocenti lasciato a Gaza: bambini, donne, civili affamati e bombardati, privati persino dell’accesso ai viveri e ai soccorsi.

A quel punto la domanda non sarà più giudiziaria ma politica e storica: stiamo facendo i politici, assumendoci la responsabilità delle scelte e delle alleanze, o stiamo facendo gli imbianchini, impegnati a ridipingere di legalità e sicurezza ciò che resta, nei fatti, una politica stragista? È una domanda che non riguarda Hamas, né le indagini della magistratura italiana. Riguarda chi oggi applaude, chi oggi tace e chi domani dovrà spiegare da che parte stava mentre, sotto i riflettori della cooperazione internazionale, si consumava una tragedia umanitaria senza precedenti.

Per questo, prima di spargere fango sul movimento pro-Palestina, occorrerebbe fermarsi un istante e valutare il peso delle parole che si pronunciano, soprattutto quando lo si fa da una posizione istituzionale.
In Italia, quel movimento, con tutte le sue differenze interne, contraddizioni e limiti, è stato l’unico spazio pubblico organizzato che ha difeso con continuità i diritti dei civili palestinesi massacrati a Gaza, denunciando la sproporzione, la punizione collettiva e l’uso sistematico della fame come arma di guerra.

Ridurre quel fronte a una caricatura, assimilarlo automaticamente al terrorismo o trattarlo come un problema di ordine pubblico non è solo intellettualmente disonesto: è politicamente irresponsabile.

Significa rimuovere il dato essenziale e cioè che si sta parlando di decine di migliaia di morti civili, in larga parte donne e bambini, e di una popolazione privata di acqua, cure, cibo e futuro.

Chi ricopre un ruolo politico ha il dovere di sapere che le parole non sono neutre. Alimentare un linguaggio che disumanizza i palestinesi, che li riduce a massa indistinta o a colpa collettiva, contribuisce a creare un clima in cui tutto diventa giustificabile, persino l’idea, mai esplicitata ma spesso sottintesa, che un intero popolo possa essere sacrificato, espulso o cancellato senza conseguenze morali.

Non si chiede adesione ideologica, né uniformità di giudizio. Si chiede consapevolezza, rigore e onestà. Perché si può e si deve condannare Hamas senza assolvere Netanyahu, si può contrastare il terrorismo senza legittimare una guerra contro i civili, e si può discutere del movimento pro-Palestina senza criminalizzare chi semplicemente rifiuta di considerare accettabile lo sterminio quotidiano di innocenti.

Quando la politica rinuncia a questa distinzione, smette di governare il linguaggio e comincia a subirlo. E a quel punto, il rischio non è solo l’errore, è la complicità.

Fivedabliu.it

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