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Ex Ilva, sciopero a Genova per un piano industriale che non convince

Ex Ilva, il piano del Governo mette a rischio 1000 posti di lavoro

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GENOVA – Lo sciopero di oggi all’Ex Ilva non è solo l’ennesima manifestazione di protesta, ma il sintomo più evidente di una trattativa ormai saltata tra Governo, commissari straordinari e sindacati. A Cornigliano, dove lo stabilimento rappresenta da decenni una colonna della siderurgia italiana, i lavoratori hanno bloccato le strade con i mezzi industriali e hanno allestito un presidio a oltranza. È la risposta a un piano industriale che, numeri alla mano, i sindacati definiscono «inaccettabile» e «sostanzialmente una chiusura mascherata».

Il nodo centrale sono gli esuberi. Secondo le stime dei sindacati, il nuovo assetto produttivo metterebbe in cassa integrazione circa 6.000 lavoratori a livello nazionale a partire dal prossimo anno. Per Genova significherebbe fino a 1.000 posti a rischio, praticamente l’intero perimetro occupazionale dello stabilimento di Cornigliano. «Con questi numeri non si parla di riorganizzazione, ma di smantellamento», sostengono Fiom, Fim e Uilm, che hanno proclamato lo sciopero di 24 ore.

Il Governo prova a rassicurare. Il ministro Adolfo Urso insiste sul fatto che non è previsto un aumento della cassa integrazione e che la priorità è la formazione del personale in vista della transizione verso impianti più moderni e meno inquinanti, basati sui forni elettrici. Ma per i lavoratori il piano presenta un problema tanto semplice quanto cruciale: i tempi non tornano. La transizione tecnologica richiederà investimenti e mesi, se non anni, di lavori. Nel frattempo, però, la produzione rischia di fermarsi, azzerando entrate e mettendo il sito in una spirale difficile da invertire.

Il peso economico per il territorio è evidente. Cornigliano non è solo una fabbrica: è un ecosistema che genera indotto per trasporti, manutenzioni, logistica e servizi. Un eventuale ridimensionamento potrebbe tradursi in un impatto negativo stimato tra lo 0,3 e lo 0,5% sul PIL cittadino, secondo calcoli non ufficiali fatti sulla base dell’occupazione diretta e dell’indotto. Numeri che spiegano perché lo sciopero di oggi sia stato così partecipato e perché il traffico cittadino sia rimasto paralizzato per ore.

E poi c’è l’aspetto simbolico. Ogni volta che l’Ex Ilva entra in crisi, si riapre la discussione sulla capacità dell’Italia di gestire la sua siderurgia – un settore che, pur attraversando una contrazione strutturale in Europa, rimane strategico per l’automotive, le costruzioni e la meccanica.

Nel futuro immediato si profilano possibilità diverse, che dipenderanno molto da quanto successo oggi e dalla capacità delle parti di ritrovare un terreno comune. La prima, e forse la più auspicabile dagli stessi lavoratori, è una riapertura del confronto politico: la forza dello sciopero e la paura di una protesta sempre più ampia potrebbero convincere governo e sindacati a tornare al tavolo già nelle prossime 48-72 ore, magari avviando una revisione del piano o almeno definendo una fase-ponte che garantisca gli attuali livelli occupazionali.

La seconda possibilità è quella di un protrarsi della tensione. Se le posizioni dovessero rimanere rigide, è facile immaginare una successione di nuovi scioperi e manifestazioni. In questo scenario Genova diventerebbe il baricentro più delicato della vertenza, con ripercussioni immediate sulla mobilità, sul clima politico locale e sulla percezione di sicurezza del territorio. Il problema principale, in questo caso, sarebbe il progressivo logoramento della produzione, che renderebbe ancor più complesso qualsiasi tentativo di rilancio industriale.

Copertina: immagine d’archivio ©fivedabliu

Fivedabliu.it

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