Berlus(i)coni(co), la bandiera e Raffi e Sandokan

 In Editoriale

Chiedo scusa a tutti per questa excusatio, non petita… e, oltre tutto, fuori tempo massimo. Ma il destino ogni tanto presenta il conto. Oltre tutto in maniera beffarda. Rimestando nella galleria dei ricordi e disseppellendo sensi di colpa non completamente sopiti.

E quindi chiedo scusa per la mia excusatio, che poi non sarà altro che un ricordo postumo per rimetteremi a posto la coscienza. Almeno in parte. Ma tant’è sapevo che prima o poi ci sarei dovuto arrivare.

Avrei preteso di parlare, con un pizzico di cinismo – altro la politica di oggi, nella maggior parte dei casi, non è in grado di suggerirmi – del vecchio/nuovo Berlusconi che pretende di scendere in campo come se 20 anni nel campo della comunicazione politica non fossero passati affatto. Per le europee si affida nuovamente ai manifesti  sei metri per tre, quelli del “meno tasse per tutti”. Per carita’, lo slogan è cambiato e invita gli italiani ad aprire gli occhi e a svegliarsi. Anche perché oltre potrebbe esserci il baratro. Osserva comunque maliziosamente “il Giornale.it”: “L’invito però rischia di ritorcersi contro il leader di Forza Italia.
Se si prova ad aprire gli occhi un po’ meglio, infatti, si nota chiaramente che la foto scelta per il manifesto risale ad almeno 15-20 anni fa, all’epoca dei mitologici 6×3 con “meno tasse per tutti” che hanno segnato la storia della comunicazione politica. Che sia una scelta scaramantica? Nel dubbio, il tentativo è lecito”. Insomma il Cavaliere ha preteso di fornire una sensazione di eterna giovinezza, come se il filtro potesse essere una bandana qualunque o un qualunque un trattamento con Photoshop, oppure un semplice rimando vintage, utilizzando vecchie foto del tempo che fu, ad epoche di politica per lui maggiormente proficue.
Prima di inciampare nel Bunga-Bunga ed in altre varie sciocchezze.

Raffaele Niri

Ma, come dicevo, il destino talvolta ti presenta il conto. Così nel giorno di Pasqua, evidentemente quello del mio personale “ritorno al futuro”, mi sono imbattuto nel post di un collega genovese emigrato in Lombardia, Paolo Fizzarotti, più giovane di me di qualche stagione, ma proveniente come me da una fucina di giornalisti di valore, quelli de “Il Lavoro”,  quotidiano in cooperativa con redazione in salita di Negro poi trasformato in edizione genovese de “La Repubblica”.
Il post del collega risale giusto a quattro anni fa. Scritto d’impeto e con il cuore. Parla del decesso di un collega genovese, Raffaele Niri, con il quale ho avuto la fortuna di iniziare la mia carriera professionale. E nelle righe di Fizzarotti mi sono ritrovato anche io. Perché poi, magari accade che uno in età giovanile abbia la percezione di come vorrebbe realizzarsi nel campo lavorativo, ma alla fine tutto dipende da tante cose. Dalla determinazione, giusto. Dallo spirito di emulazione, probabilmente anche. Da quanto si è disposti a sacrificarsi per quell’ attività e dalla predisposizione. Indubbiamente si’. Pero’ poi sono importanti i compagni di strada e fra questi soprattutto i buoni maestri.

Avete presente quel film, quello delle porte della vettura del metro’? Si’, Sliding Doors: Helen arriva tardi in ufficio e viene licenziata. Decide di tornare in anticipo a casa ma arrivata alla metropolitana la storia si sdoppia: c’è Helen che perde il treno e che viene aggredita ma c’e’ anche la Helen che riesce a salire sulla metro. E’ il tema del destino. Bene per noi potenziali futuri aspiranti giornalisti di Salita di Negro, quella fu la nostra occasione.

Ricordo al riguardo un direttore storico dell’Ansa di Genova, si chiamava Gaetano Fusaroli, classe 1917 originario di Mezzolara di Budrio, e proprio a Genova aveva dato vita nel 1970 alla prima rete organica di corsi di giornalismo in Italia. Molti dei giovani giornalisti che “presidiarono” la redazione in cooperativa de “Il Lavoro” in quegli anni erano usciti da quei corsi. Emiliano e ormai anziano Fusaroli era solito arrivare in redazione chiedendo di poter usufruire dei bagni, annunciandosi ai fattorini e giustificandosi dicendo “Sono un aspirante minzionatore”.
Ci canzonava. Troppi di aspiranti, evidentemente ne aveva incontrati in vita sua. Buoni, cattivi, eccelsi o mediocri.

Raffaele Niri veniva dai suoi corsi e dalla sua scuola. Ironico, ma mai irridente, acuto, professionale, idealista, disponibile e sempre pronto al consiglio buono. Senza deridere, senza pavoneggiarsi. Per metterti in grado di capire che cosa fosse la professione.

Paolo Fizzarotti

E… slinding Doors, a me è capitato proprio così… come racconta bene nel suo post Paolo Fizzarotti: “Se non ci fosse stato Raffaele Niri, oggi sarei un insoddisfatto venditore di qualcosa, da qualche parte. Se non ci fosse stato Raffaele Niri, oggi non sarei in grado di intervistare il presidente di una banca o un pregiudicato albanese, con la stessa naturalezza e mettendo tutti a loro agio. Se non ci fosse stato Raffaele Niri, oggi non sarei in grado di cominciare ogni volta in modo diverso un pezzo che da trent’anni racconta la stessa storia. Se non ci fosse stato Raffaele Niri, non avrei mai visto negli occhi di una madre la disperazione di chi non sa cosa dare da mangiare ai propri figli. Se non ci fosse stato Raffaele Niri, non avrei mai realizzato il mio più grande scoop: un’intera nave gasiera scaricata sotto gli occhi di un’intera città, in barba a tutti i divieti. Se non ci fosse stato Raffaele Niri, non avrei firmato un pezzo in prima pagina, in compagnia di colleghi come Paolo Crecchi e Attilio Giordano, una settimana appena dopo essere stato assunto. Se non ci fosse stato Raffaele Niri non sarei stato per tre giorni fianco a fianco dei pompieri, che si infilavano in un tunnel sovrastato da una montagna di fiamme per recuperare i corpi dei loro compagni. E non avrei imparato a leggere nei loro occhi cos’è la paura quando si fonde con il coraggio. Se non ci fosse stato Raffaele Niri, oggi non saprei come si fa a scrivere dosando i registri della leggerezza e della gravità. Se non ci fosse stato Raffaele Niri, non sarei stato in grado di affrontare una tragedia come il crollo della Torre Civica, nel mio primo giorno di lavoro a Pavia. Se non ci fosse stato Raffaele Niri, non avrei imparato a scrivere delle cose che davvero sono importanti per la gente comune: la famiglia, la casa, il lavoro. Se non ci fosse stato Raffaele Niri, non avrei capito come si fa a scoprire quando è il momento di intervenire in difesa degli amici, e quando invece è meglio lasciare che affrontino da soli le difficoltà del lavoro e della vita: per rispetto nei loro confronti. Se non ci fosse stato Raffaele Niri, non avrei mai imparato a guardare il mondo con occhi ingenui e disincantati allo stesso tempo. Se non ci fosse stato Raffaele Niri non sarei in grado di sognare un mondo migliore e, allo stesso tempo, raccontare le brutture di questo. Non riesco a immaginare questo mestiere senza di te, Raffi. Mi mancherai, e ti ho voluto più bene di quanto ti ho mai detto. Che la terra ti sia lieve, Maestro”.

Wanda Valli

E, come dicevo a volte la sorte ti presenta il conto. Perché a me il post del mio omonimo collega è finito per capitarmi direttamente sotto il naso mentre digitavo alla ricerca di qualche informazione sul Berlus(i)coni(co).
Perché la vita è così e sul più bello ama stravolgerti i programmi. E farti riflettere spingendoti a contrapporre, o anche no, la caducità di chi a 83 anni pensa a darsi una rinfrescata per calcare ancora il palcoscenico e a chi a sessanta anni, magari anche dopo aver molto seminato, è stato costretto ad andarsene, salutando a malapena affetti e figli. Ed io ero in debito. In qualche modo mi sentivo in debito per essermi limitato a salutare Raffaele in un fugace incontro in sala mortuaria. Terribile. Ero scappato via come un ladro. Ma sapevo che qualche giorno dopo non avrei in alcun modo essere presente alla funzione funebre. Ne ho viste tante. Per lavoro e di colleghi più o meno recentemente scomparsi. Ma non mi è mai appartenuto e quando posso le diserto. Trovo che oltre al dolore ci sia anche, in qualche parte, una sorta di malcelato senso di ostentazione di chi resta. Ma nessuno se la prenda. È soltanto un problema mio. Probabilmente una sorta di complesso di colpa che cechero’ di superare.

E comunque sono andato a rileggermi il bell’articolo di Wanda Valli, collega de “Il Lavoro” e poi di “La Repubblica” di Raffaele Niri. Ed è servito un po’ a riconciliarmi con me stesso. Scrive Wanda “Servabo”, così Luigi Pintor aveva voluto intitolare un suo libro breve e perfetto che raccontava, a capitoli succinti, la sua vita. E da “Servabo” ,  durante il saluto, l’ultimo, a Raffaele Niri, è stato letto il capitolo che parlava del mestiere di giornalista. Non l’hanno sentito tutti, c’era tanta, tantissima gente. Davvero un mare di persone radunate lì, al Tempio laico del cimitero di Staglieno a salutare un padre, un compagno, un amico, un collega. O,semplicemente, una persona che stimavi. Che aveva imparato a amare, nelle diverse sfumature che ha questo sentimento. E lì in fondo al piccolo, severo Tempio, c’erano fiori rossi sopra Raffaele, c’era Beni, suo fratello, Virginia e Vanessa, le sue ragazze che non hanno ceduto mai. E poi Danila,  Luca, Paolino. Fuori sono rimasti in tantissimi e stupiva quasi vedere che continuava a arrivare gente: giornalisti, tanti, da Genova, Milano o Torino. E poi politici, da Gianni Plinio a  Mario Tullo, perché Raffi aveva idee forti  ma modi legati a una gentilezza trasversale a partiti e schieramenti. E ancora professionisti, manager, amici, Dopo “Servabo”, è arrivata a tutti l’eco di “Fischia il vento”, la canzone del partigiano, così come, alla fine, mentre la lunga processione  entrava, si metteva in coda per salutare Raffaele che se n’era andato e le sue ragazze,  faceva commuovere la voce di Faber, Fabrizio De Andrè, che cantava il suo “Amico fragile”. Come a volte si definiva Raffi. Non era fragile, e, purtroppo ha dovuto dimostrarlo. E’ stato un combattente in una battaglia disperata, dolorosa. Lui ha provato a vincerla, comunque.

 Per un amico che bene conosceva il valore della Costituzione nata dalla Resistenza, come Raffaele Niri, domani pomeriggio a Campo Ligure, ci sarà una dedica particolare. L’ha voluto Domenico “Megu” Chionetti, portavoce della Comunità di San Benedetto al Porto, nel giorno che hanno scelto per celebrare la Liberazione. A Campo Ligure si ricorderà don  Gallo con suo fratello Dino, comandante partigiano, Celebrerà la messa don Luigi Ciotti, parlerà’ Maurizio Landini”. Non so come il mio amico e tutore avrebbe commentato questi ultimi difficili quattro anni, Raffaele non è mai stato acritico ne’ opportunisticamente schierato. Aveva un modo sottile e ironico, ma diretto di dire la sua, con grande autonomia intellettuale. E per questo era molto apprezzato all’interno e all’esterno della redazione, fra i colleghi ma anche fra i lettori.

Luigi Pintor

E mi è piaciuto quel volerlo ricordare attraverso la lettura di una parte di Servabo. Il libro del 1991 di un grande giornalista comunista, Luigi Pintor, prima all’Unita’ e poi al Manifesto, scomparso nel 2003.
Già Servabo, solo chi ha conosciuto bene Raffaele ha potuto accostarglielo. “Pochi resistono alla tentazione di voltarsi indietro nel desiderio di restituire alle cose una durata che di per sé non hanno”: sta all’inizio dell’epilogo e in quarta di copertina, a suggello di una rara forma di autobiografia, commovente quanto riservata, avarissima di indizi, pressoché priva di nomi e luoghi e date. E poi ci sono le ragioni per cui sceglie il PCI ““mi convinsi a prendere partito, non per grandi imprese che nessuno più si proponeva, ma per stare in compagnia della gente meno fortunata e sostenerne le buone ragioni”.

Ha chiarito lo stesso Pintor sul titolo: “Servabo scritta sotto il ritratto di un antenato mi colpì, quand’ero piccolissimo, una misteriosa parola latina: servabo.
Può voler dire conserverò, terrò in serbo, terrò fede, o anche servirò, sarò utile». Insomma, una sorta di “I care” italianizzato prima che Veltroni si ispirasse al reverendo King. Ed e’ quel saro’ utile che ci ha insegnato Raffaele nel corso delle frequentazioni lavorative. Non a caso incrociava la politica nazionale e locale con inchieste sui prezzi dei generi al consumo. Un modo come un altro per suggerirci che il giornalista che racconta il palazzo deve conoscere da vicino i problemi di chi andra’ alle urne. Non a caso in “Servabo” lo stesso Pintor rifacendosi al modo in cui un tempo si lavorava all’Unita’ e al vecchio pastone politico, quasi si trattasse di un testo sacro ne prende in qualche modo le distanze e osserva “era solo un giornale ma per noi era molto di più, ed entrarci non era una scelta di mestiere ma un arruolamento volontario….. Per anni ho applicato alla scrittura le tecniche meticolose che si usano su una tastiera. Ritagliavo e limavo i miei scritti stampati sul giornale, interminabili resoconti di discorsi altrui e timide prove personali, scoprendo che c’è sempre una riga su tre di troppo e arrivando alla conclusione che due pagine (come ancora sostengo) bastano ad esaurire qualsiasi argomento”.

Raffaele arriva dopo in Salita di Negro, quando Pintor ha già lasciato il PCI  e l’Unita’ per poi lanciarsi nell’avventura de “Il Manifesto”. Ma a legare Pintor e Niri c’è quella refrattarietà a far riferimento alle categorie della politica. Scrivono di Pintor “Compie un viaggio nel paese che ha fatto la rivoluzione: “più di altri cattivi segnali, che imputavo alla durezza della storia, mi colpì che nelle strade di quelle città le prostitute su scaldassero al fuoco come nelle nostre periferie. Non mi meravigliò che la gente fosse rimasta in povertà ma che avesse dimenticato la fraternità”. Con grandissimo ritardo, comprende che le categorie di interpretazione sono ormai deboli e antiquate, lo scenario sta mutando con una velocità imprevista. “Lungo un quarto di secolo era mutato il rumore delle strade, il linguaggio delle persone, il valore delle cose, l’umore dei giovani, il passo delle donne, non solo nei grandi continenti ma nella stanza accanto, tra le pareti di casa. Era cambiato tutto meno la cosa che decide di ogni altra, l’inimicizia come spirito del mondo”.


È l’anticamera di quello che Pintor chiama “l’esilio”, la cacciata dal Partito: “non immaginavo che i severi maestri d’un tempo fossero così gelosi di se stessi, così abituati a identificarsi col vero e col giusto, da non saper più insegnare né imparare”.

Altro passaggio cruciale, fare un nuovo giornale: “l’avamposto nel deserto dei tartari”. Dopo trent’anni, l’esperienza di un giornale eretico dove “maestro involontario questa volta sono io… Un inconveniente dell’età è di vedere in anticipo gli errori che ciascuno ripete nel rincorrersi delle generazioni, secondo una legge che si direbbe naturale. Così ho visto anche questa replica inciampare negli stessi ostacoli, la fantasia cedere il passo agli schemi che imprigionano la mente, le nuove intuizioni scivolare nelle vecchie credenze, l’amicizia rovesciata nella competizione, i mezzi e i fini dissociarsi tra loro come immancabilmente accade”.E le ultime cinque righe dedicate al direttore de “Il Manifesto” potrebbero rappresentare tante di quelle cose che ho visto io durante il mio percorso e di cui mi raccontava Raffaele.

Infine c’è quell’ultima parte che costituisce un legame forte e impressionante “L’ultimo capitolo è riservato alla terribile malattia della moglie, un’agonia lunga nove anni. È in questa occasione che Pintor arriva a comprendere che la malattia “mostra più di ogni altra cosa che il mondo è diviso in due… Il denaro, le relazioni, l’intraprendenza, il sapere, i rapporti di forza acquistano allora un’enorme importanza. Si capisce meglio perché nel corso dell’esistenza tutti cerchino di accumulare queste armi in forme esasperate per potersene servire contro l’accerchiamento finale”. Alle sofferenze del corpo, la medicina sa dare qualche sollievo, ma se si è immersi in una malattia incurabile quel che conta è dare valore alle cose quotidiane: “mettere ordine, progettare, distrarre, frequentare persone, luoghi e stagioni, e poi accompagnare e sorreggere quando le forze sono venute meno… Non c’è in un’intera vita cosa più importante che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi”.

Ed è forse questo, l’insegnamento che a distanza di cinque anni mi piace ricordare di Raffaele.

Ah, la cerimonia funebre si è svolta al tempio laico di Staglieno quattro anni fa, il 23 aprile. Proprio il giorno in cui il nostro sindaco Marco Bucci ha deciso di festeggiare la bandiera di Genova. Raffaele ha sempre amato Genova, onorato la sua medaglia d’oro al valor militare e la Costituzione. Non a caso quattro anni fa come spiegava Wanda Valli concludendo il suo articolo: “A Campo Ligure, ci sarà una dedica particolare. L’ha voluto Domenico “Megu” Chionetti, portavoce della Comunità di San Benedetto al Porto, nel giorno che hanno scelto per celebrare la Liberazione. A Campo Ligure si ricorderà don Gallo con suo fratello Dino, comandante partigiano. Celebrerà la messa don Luigi Ciotti, parlerà’ Maurizio Landini”. Ecco mi piacerebbe che il sindaco Marco Bucci oltre a celebrare la bandiera, prima o poi spendesse due parole anche per il mio amico e collega. Sono sicuro che i genovesi capirebbero il segnale inclusivo e non di mera propaganda. E comunque che il sonno ti sia lieve, maestro.


E poi c’è il suggerimento del mio amico e collega Mauro Boccaccio a lungo capoufficio stampa prima in Provincia e poi in Regione, fedele collaboratore di Rinaldo Magnani e poi di altri, da Sandro Biasotti a Claudio Burlando. Che nell’imminenza del 25 aprile, e della festa della bandiera consiglia al sindaco anche altri modi per esaltare la “genovesita’”. E lo fa con un post nella sua rubrica “Le Moleskine”: “…. E IO ERO SANDOKAN . Capolavoro di Armando Trovaioli, colonna sonora di “C’eravamo tanto amati”, altro film capolavoro di Scola, con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli.
La Genova di Gassman, nato a Struppa, la scelga per una cerimonia del 25 aprile”.

 


Paolo De Totero

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