Se ti picchia non è amore. La storia di Barbara

 In Cronaca, Diritti

“Mi hanno chiesto di raccontare la mia storia, ma non so da dove partire. Sto cercando di raccogliere le idee per capire da dove iniziare a raccontare… Forse da quell’amore che mi sembrava così grande da superare qualsiasi ostacolo. E all’inizio sembrava così, un grande amore, un amore sincero, e sicuramente da parte mia lo era. Lo era così tanto da essere cieca e non vedere l’orrore dentro il quale stavo entrando”…

La storia di Barbara, il nome è di fantasia, non è diversa da quella delle 3.100 le donne uccise dal 2000 ad oggi.
Sono più di tre a settimana.
Nel 72% dei casi dalla mano robusta del marito, del convivente, di un ex. La coppia è il luogo di caccia preferito per la violenza di chi non ha nulla da offrire, oltre alla paura.

Ma la violenza non è una malattia. Bisogna che le donne lo imparino in fretta prima di andare ad aumentare ancora il numero doloroso delle statistiche.
Dalla violenza non si guarisce perché è una scelta.
Non esistono giustificazioni. 
Non è colpa di una gonna troppo corta. 

La violenza non consente di cercare parole diverse per comunicare. È il segnale di una relazione malridotta che ha smesso di essere paritaria e si esprime in un pugno, uno schiaffo, un insulto. Senza rimorsi.
È sempre qualcosa di più di un singolo episodio e trattiene con la forza sotto il controllo, il giudizio e il progetto di qualcun altro.
Non è facile uscirne. 

Questa intervista nasce dall’idea di dare una speranza a quelle donne che hanno perso il coraggio di ricostruire sé stesse e pensano che prendere un pugno in bocca, tutto sommato, sia accettabile. 

“Denunciate. Lo so che non è facile, ma vivere con quei mostri non è vita, e la vostra libertà, e quella dei vostri figli, vale qualsiasi sacrificio”.

Simona Tarzia

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