La pazzia nei processi di mafia: le trovate dei boss per sfuggire al carcere

 In Inchieste

“Le mafie usano la psichiatria per ottenere il controllo dei processi e per creare consenso sociale attraverso il meccanismo dei falsi invalidi”.

È una valutazione netta quella di Corrado De Rosa, psichiatra e scrittore, che ci permette un’incursione nel mondo torbido delle perizie psichiatriche contraffatte e ancora più giù, fino a sondare la catena di corruzione che avvelena questo Stato un po’ confuso, dove “la forza delle mafie sta fuori dalle mafie”.
Un argomento di cui non si parla molto, quello dei finti pazzi, ma che consente ai boss di fare welfare alternativo perché, ad esempio, con le pensioni di invalidità vengono pagati gli stipendi alle famiglie dei carcerati affiliati.

“Spesso si parla di come le mafie facciano desertificazione economica sui territori controllati” continua De Rosa che tiene a sottolineare come, al contrario, passi sottotraccia “il sottosviluppo psicologico che le mafie producono nelle terre in cui operano”. Un disagio mentale che deriva direttamente dalle attività del crimine organizzato e che tocca le vittime del racket del pizzo e le loro famiglie costrette a subire la paura in modo continuo, i giocatori d’azzardo patologici, chi è comandato da un caporale del lavoro. Per non parlare degli effetti psicotici delle droghe, uno dei più grandi business delle mafie.

Un discorso complesso questo della salute mentale legata alla fenomenologia mafiosa, che corre su due binari paralleli: il binario di chi è vittima dell’intimidazione e sviluppa un disagio reale, e il binario di chi approfitta del sistema per ottenere consenso sociale e benefici processuali.
“I giudici chiedono agli psichiatri di valutare quattro aspetti: la capacità di intendere e di volere, la pericolosità sociale, la compatibilità con il regime carcerario e la capacità di stare in giudizio” spiega De Rosa e poi chiarisce il tema chiave del discorso: “Da questo possono derivare il proscioglimento, la riduzione della pena, la sospensione del processo, la scarcerazione”.
In una parola? L’impunità.

Dai collaboratori di giustizia sappiamo che i boss mimano i sintomi della malattia mentale assumendo sostanze che li aiutano in questo spettacolino: l’intossicazione acuta da cocaina, per esempio, viene spacciata per disturbo bipolare.
Naturalmente tutto ciò è reso possibile grazie a medici compiacenti, “medici che sono la stessa faccia degli ingegneri che costruiscono i bunker per i boss”, scandisce De Rosa introducendo il grande tema dei professionisti che si prestano alla criminalità organizzata.

Quand’è che il sistema delle perizie raggiunge il suo apice?
Nel 1978, quando la Legge n.833 istituisce il Servizio Sanitario Nazionale e la Legge Basaglia (L.n.180/1978) sancisce definitivamente il principio per cui “chi non è psicologicamente responsabile di un suo atto, non ne risponde”.
Si aprono così le porte all’uso criminale della psichiatria.

Nel 1978 Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, scappa dall’ospedale psichiatrico carcerario di Aversa facendo saltare il muro di cinta. Era dentro con perizie false.
In questo stesso anno il direttore dell’OPG di Aversa si suicida, travolto dallo scandalo di una condanna in primo grado per favori ai boss.

Raffaele Cutolo. Credits: mafieitaliane.it

Il 1978 è anche l’anno del sequestro di Aldo Moro.
Nella convinzione che Moro, come tutti i sequestrati politici, non avrebbe riacquistato il proprio equilibrio se non con un trattamento di psicoterapia, si ipotizzarono due piani: il piano Mike, dove la M sta per “morto”, e il piano Victor, quello che interessa qui, dove V sta per “vivo” e che prevedeva il suo immediato internamento al Policlinico Gemelli.
“La psichiatria ha un ruolo importante all’interno del Comitato informativo di esperti che appoggia Francesco Cossiga”, racconta De Rosa, al punto che si arrivò “a strumentalizzare il principio della Sindrome di Stoccolma in modo che, nel caso Moro avesse fatto affermazioni compromettenti, chiunque avrebbe potuto dire che aveva parlato così perché era matto”.

Aldo Moro. Credits: ANSA

Nel 1978 la Banda della Magliana cerca un patto con Aldo Semerari, psichiatra e criminologo, figura di cerniera tra l’eversione di destra e la criminalità organizzata. In cambio di perizie compiacenti avrebbe fatto cassa per il movimento eversivo di cui era teorico.
Ironia della sorte, Umberto Ammaturo, esecutore materiale dell’omicidio dello stesso Semerari, poteva godere di valutazioni psichiatriche che attestavano come parlasse con i muli, lui che faceva il consulente finanziario.

“La forza delle mafie sta anche qui, nel capire il momento storico per poi piegarlo ai propri interessi esclusivi” denuncia De Rosa che rileva come questo sistema criminale “purtroppo va a forzare il diritto alla salute sancito dalla Costituzione e gioca con l’uso della terapia e dei circuiti assistenziali strumentalizzando la malattia mentale”. Come si dice: fatta la legge, trovato l’inganno.
Questo accade nel 1978 e accade nel 1986.

Nel 1986, quando entra in vigore la Legge Gozzini (L.n.633/1986) che cambia il significato della pena e valorizza l’aspetto rieducativo della carcerazione, i boss abbandonano gli OPG e si rivolgono alle strutture pubbliche.

Ha tante storie da raccontare De Rosa, come quella di Beppe Pelle.
Pelle è un boss di Bovalino, in provincia di Reggio Calabria che, venuto a sapere del proprio arresto imminente, telefona al medico di fiducia per chiedere un certificato.
Il dialogo intercettato è paradossale e dimostra come il boss sapesse meglio del professionista che un certificato di una struttura pubblica ha un peso maggiore, processualmente, rispetto a quello di un privato e dunque chiede al medico di andare a visitarlo quando sarà in servizio.  Non solo, Pelle risulta ben conscio anche della diagnosi che gli serve per poter uscire dal carcere.

Giuseppe Pelle, detto Beppe

Ma c’è di più: l’ultima frontiera riguarda gli stati di procurata incompatibilità con il carcere e le relative diagnosi fasulle di anoressia
Pare sia stato anoressico persino Francesco Schiavone, capo del clan dei Casalesi
Un uomo. Eppure le statistiche parlano di “predominante incidenza nella popolazione femminile” . Sarà che fare il boss è un mestiere logorante.
“È chiaro – puntualizza De Rosa – che stando banalmente ai criteri diagnostici, nessuno di loro percepisce il proprio corpo diversamente da quello che è. E questo solleva la questione della riproducibilità della diagnosi all’interno dei setting peritali perché il dimagrimento patologico procurato è cosa ben diversa dall’anoressia”. 
“E poi perché proprio l’anoressia?” conclude De Rosa anticipando anche la risposta:“Perché la terapia è altamente specializzata e lunga”.

Francesco Schiavone, detto Sandokan. Credits: mafieitaliane.it

Infine, ancora due parole su quei professionisti che si mettono al servizio delle cosche.
In un’epoca triste, dove tutto è demandato alla deontologia personale, perché non si è pensato ad una legge sulla compatibilità delle attribuzioni di incarichi? “Oggi nessuno vieta a un medico di essere consulente d’ufficio per un giudice in un processo sul clan Santapaola e, insieme, consulente di parte di Totò Riinasottolinea De Rosa evidenziando il fatto che “il committente appetibile in queste situazioni non è lo Stato. I boss pagano venti volte di più, in contanti e subito“.

Salvatore Toto’ Riina, dopo l’arresto del 15 gennaio del 1993.
Credits: ANSA

Simona Tarzia

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