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Australia: il risveglio dopo l’attacco

La violenza irrompe in una festa religiosa e scuote un Paese che si credeva al sicuro, mentre l’odio antisemita e il terrorismo tornano al centro del dibattito globale.

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La festa si è trasformata in un massacro in pochi istanti. A Bondi Beach, icona dell’estate australiana, la sera di Hanukkah è stata squarciata dal suono degli spari. Famiglie, bambini, anziani: una folla riunita per celebrare è diventata il bersaglio del peggior attentato terroristico nella storia recente del Paese.

Le immagini diffuse sui social raccontano il caos meglio di qualsiasi parola: persone che corrono sulla sabbia, urla, corpi a terra, sirene. L’Australia, abituata a considerarsi al riparo dalla violenza di massa, si è risvegliata improvvisamente vulnerabile, costretta a fare i conti con l’odio antisemita e con falle inattese nel suo modello di sicurezza.

Secondo la polizia del Nuovo Galles del Sud, almeno due attentatori – padre e figlio – hanno aperto il fuoco contro la folla riunita per celebrare Hanukkah, la festa ebraica che ricorda la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme. Il padre è stato ucciso dalle forze dell’ordine, mentre il figlio è stato arrestato. Il bilancio è drammatico: 15 morti e 42 feriti, molti in condizioni critiche.

Tra le vittime figurano una bambina di dieci anni, due rabbini e un sopravvissuto all’Olocausto di 87 anni. È una delle più gravi stragi antisemite mai avvenute fuori da Israele.

Nel caos dei primi istanti, un uomo è intervenuto disarmando uno degli attentatori. La stampa internazionale lo definisce unanimemente un eroe. Si chiama Ahmed el Ahmed, fruttivendolo musulmano di origine siriana, padre di due figli. Colpito a una gamba durante l’intervento, non è in pericolo di vita. Il suo gesto, ripreso in un video diventato virale, avrebbe evitato un bilancio ancora più tragico.

«Il suo straordinario coraggio ha senza dubbio salvato molte vite», ha dichiarato il premier del Nuovo Galles del Sud, Chris Minns, dopo averlo incontrato in ospedale. «Senza il suo intervento, il numero delle vittime sarebbe stato molto più alto».

Antisemitismo in crescita

Sebbene le sparatorie di massa siano eventi rari in Australia, la comunità ebraica viveva già da tempo in uno stato di allerta. Negli ultimi due anni, infatti, gli episodi di antisemitismo sono aumentati in modo significativo. Il governo aveva introdotto misure di sicurezza rafforzate, giudicate però insufficienti dalle autorità israeliane.

All’indomani del peggior attentato della sua storia recente, il premier Anthony Albanese si è trovato così a gestire non solo il lutto e lo shock del Paese, ma anche un duro scontro politico internazionale. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato l’esecutivo australiano di aver «alimentato l’antisemitismo» con il recente riconoscimento dello Stato di Palestina.

«Il vostro governo non ha fatto nulla per fermare la diffusione dell’odio antisemita», ha dichiarato Netanyahu. «Avete permesso che una malattia crescesse all’interno del Paese, e il risultato sono gli attacchi orribili a cui assistiamo oggi».

Albanese ha respinto con fermezza ogni collegamento tra il riconoscimento della Palestina e la strage di Bondi Beach, ribadendo che «la soluzione dei due Stati è riconosciuta dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale come l’unica via percorribile in Medio Oriente».

Il quotidiano israeliano Ha’aretz osserva come queste accuse «evidenzino il contrasto tra la rapidità con cui il governo israeliano attribuisce responsabilità per il terrorismo all’estero e il suo persistente rifiuto di assumersi responsabilità per il massacro del 7 ottobre, a oltre due anni di distanza». Proprio in questi giorni è in discussione l’istituzione di una commissione d’inchiesta ufficiale su quell’attacco.

Troppe armi e troppi fanatici

L’attacco di Bondi Beach ha riaperto un dibattito che molti australiani consideravano chiuso: quello sul controllo delle armi da fuoco. Dopo la strage di Port Arthur del 1996, in cui morirono 35 persone, l’Australia ha adottato una delle legislazioni più severe al mondo, limitando drasticamente le armi semiautomatiche e inasprendo i requisiti per le licenze.

Eppure, qualcosa non ha funzionato. «Credevamo di avere una normativa rigorosa. Evidentemente non lo era abbastanza», ha ammesso Albanese. La polizia ha confermato che uno degli attentatori possedeva legalmente sei armi da fuoco ed era un detentore regolarmente registrato.

Tra gli esperti di sicurezza cresce la preoccupazione per nuove minacce: la diffusione di armi stampate in 3D, la facilità di reperimento sul mercato nero e il rafforzamento della lobby delle armi, che invita i possessori a mobilitarsi politicamente per difendere l’industria.

Ancora lo Stato Islamico?

Mentre il Paese si prepara a seppellire le vittime secondo la tradizione ebraica, il governo federale ha annunciato una serie di misure urgenti per contrastare la minaccia terroristica. Tra queste, l’istituzione di un registro nazionale delle armi da fuoco e lo stanziamento di 100 milioni di dollari australiani per stati e territori.

Sono previsti anche limiti al numero di armi che una singola persona può possedere e l’obbligo di cittadinanza australiana per l’acquisto di armi. «È necessaria un’azione forte, decisa e immediata sulla riforma delle leggi sulle armi», si legge in una nota ufficiale dell’esecutivo.

Il ministro dell’Interno Tony Burke ha confermato che il giovane attentatore era nato in Australia, mentre il padre era entrato nel Paese nel 1998 con un visto per studenti, poi convertito in residenza permanente. Secondo l’intelligence, entrambi avrebbero giurato fedeltà allo Stato Islamico: nella loro auto sono state trovate due bandiere dell’ISIS.

«Siamo al fianco degli ebrei australiani e ci opponiamo a ogni forma di odio e violenza», ha scritto Albanese su X. «L’antisemitismo è una piaga. E lo sradicheremo insieme».

Fivedabliu.it

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