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Il Rojava al crocevia: quando la geopolitica decide chi sopravvive

Il Rojava è stato utile finché ha combattuto l’Isis, ma ora che non serve più è stato consegnato al massacro: gli Stati Uniti ritirano la protezione, la Turchia vuole cancellarlo, Damasco reclama il controllo e Mosca applaude la restaurazione dello Stato.

Il nord-est della Siria non è una regione. È un laboratorio politico. È un’idea in guerra. È un pezzo di terra dove, per un decennio, si è sperimentato un modello di autogoverno che ha sfidato ogni logica statuale tradizionale: un mosaico di assemblee locali, donne in armi, una gestione della sicurezza basata su milizie e comunità, e una promessa, spesso più simbolica che concreta, di un futuro pluralista in un paese che non ha mai conosciuto il pluralismo.

Oggi quel laboratorio sta crollando. Non perché sia fallito per incapacità, ma perché è stato tradito dai numeri. E i numeri, in Siria, sono sempre stati più potenti delle parole: contano i pozzi, le strade, le rotte energetiche, i confini e, soprattutto, le alleanze. L’attacco al Rojava non è un’operazione militare isolata: è la conclusione di un disegno geopolitico in cui ciascun attore ha agito in modo cinico e razionale, secondo la logica del proprio interesse. E in questa partita, la parola “autonomia” è diventata un lusso che nessuno può permettersi.

Per anni, le Forze Democratiche Siriane sono state presentate dai media occidentali come l’alleato “utile”, l’ultimo argine contro l’Isis, la forza che ha permesso agli americani di restare in Siria senza dover schierare un esercito di terra massiccio. Eppure la verità è che Washington non ha mai considerato il Rojava un partner permanente. Gli Stati Uniti hanno sempre agito come se il Rojava fosse una pedina strategica, non un alleato politico.

Lo hanno sostenuto quando serviva, quando i miliziani curdi erano l’arma più efficace contro l’Isis, quando serviva mantenere un presidio nel nord-est siriano e contrapporsi a Russia e Iran. Ma la protezione americana è sempre stata condizionata da due fattori: la dipendenza dalla NATO e dall’alleanza con la Turchia, che ha sempre visto i curdi come un pericolo interno, e la tendenza al ritiro strategico, perché gli Stati Uniti non hanno alcun interesse a trasformare il Rojava in un protettorato permanente, che significherebbe impegnarsi in un processo di stato-nazione in un territorio che non è uno stato.

In altre parole, gli Stati Uniti hanno comprato tempo al Rojava, ma non hanno mai voluto pagare il prezzo della sua esistenza politica. Quando la situazione è diventata troppo costosa, diplomaticamente e militarmente, Washington ha scelto di lasciare che fossero altri a risolvere il problema. E qui entra in gioco la logica più amara: gli Stati Uniti non hanno tradito i curdi perché sono cattivi, ma perché non potevano permettersi di difenderli a tempo indeterminato. La politica estera americana funziona per priorità e calcoli di potenza, non per ideali.

Per Ankara, il Rojava non è una questione siriana. È una questione turca. È la paura che un’area curda autonoma sul confine possa dare forza e legittimità al movimento curdo interno, e che possa diventare un modello imitabile. In Turchia, il tema curdo è sempre stato gestito con la logica del problema da eliminare, non del conflitto da risolvere.

La Turchia ha dunque un obiettivo doppio: spingere i curdi fuori dalla Siria o ridurne drasticamente l’autonomia, e creare una zona cuscinetto che possa ospitare profughi siriani e consolidare un controllo strategico, riducendo la pressione interna e rafforzando la propria posizione geopolitica. Il risultato è che la Turchia non è solo un attore esterno che interviene in Siria, è il motore principale della destabilizzazione. Per Ankara, la stabilità della Siria non è un valore, è un mezzo. Un mezzo per rinegoziare equilibri e per evitare che la questione curda si trasformi in una sfida esistenziale interna.

E se questo significa spazzare via il Rojava, allora Ankara non ha alcuna esitazione. La Turchia non cerca un accordo con i curdi: cerca la loro dissoluzione politica.

Da parte sua, Damasco ha atteso il momento opportuno per riconquistare ciò che considera legittimamente suo: l’intero territorio siriano. Il regime ha sopportato la guerra, l’embargo, la frammentazione, la perdita di controllo su vaste aree del paese, e oggi può rivendicare un ritorno all’ordine. Il ritorno delle forze governative nel nord-est non è solo una conquista militare, è una mossa simbolica. Dimostra che l’unico stato legittimo in Siria è quello di Assad, e che qualsiasi esperienza di autogoverno è destinata a essere cancellata se non può essere assorbita o controllata.

E qui sta la tragedia del Rojava: non è stato distrutto da una sola potenza, ma da un sistema di poteri che lo ha usato fino a quando è stato conveniente, e poi lo ha lasciato solo davanti al peso della realtà.

Russia e Iran non hanno alcun interesse a un Rojava autonomo e indipendente. Per Mosca, la Siria deve essere un territorio dove lo Stato centrale è l’unico arbitro. Per Teheran, la Siria è una via di accesso strategica verso il Mediterraneo e una pedina fondamentale nella rete sciita regionale.

Quindi, mentre gli Stati Uniti giocavano la carta del contenimento dell’Isis, Russia e Iran giocavano quella del ritorno dello Stato. E quando il momento è arrivato, sono stati pronti a sostenere Damasco, perché in questo gioco la stabilità non è un valore morale, è un interesse geopolitico.

I media occidentali raccontano la crisi in modo spesso emotivo, ma anche parziale. Da un lato c’è la retorica della sconfitta del progetto democratico e del tradimento dei curdi. Dall’altro, la narrazione geopolitica è ridotta a una sequenza di eventi, senza mai spiegare che la sconfitta del Rojava era scritta nelle condizioni dell’alleanza. Il Rojava è stato l’oggetto di un accordo implicito: tu ci dai il tuo corpo contro l’Isis, noi ti diamo protezione e riconoscimento. Ma la protezione e il riconoscimento non sono mai arrivati in forma istituzionale. E senza un riconoscimento internazionale, l’autonomia non è altro che un castello costruito sulla sabbia.

Il nord-est siriano è oggi il luogo in cui si vede chiaramente la logica del potere: non esiste un alleato “per sempre”, esiste un interesse “fino a quando conviene”.

Il Rojava non è stato attaccato solo da un esercito. È stato attaccato da una combinazione di interessi: dagli Stati Uniti che hanno scelto di non pagare il prezzo politico della protezione, dalla Turchia che non tollera alcuna forma di autonomia curda, dal regime siriano che non accetta alcuna sfida alla sovranità statale, da Russia e Iran che sostengono la ricomposizione dello Stato come elemento di controllo regionale.

E in mezzo a tutto questo ci sono le persone. I civili. Le famiglie. I militanti. Le donne che hanno combattuto. I bambini che hanno imparato a riconoscere il rumore dei bombardamenti come un’unità di misura del tempo.

Il Rojava non muore per mancanza di coraggio o di ideali. Muore perché la geopolitica è più forte delle utopie, e perché chi avrebbe potuto trasformare quell’utopia in realtà ha scelto di non farlo. E questo è il vero senso della tragedia siriana: non è solo un conflitto tra eserciti, ma un conflitto tra mondi che non possono convivere, e tra potenze che, quando decidono, non esitano a cancellare chiunque ostacoli i loro piani.

Fivedabliu.it

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