A Gaza si muore di freddo. E non è un incidente.
Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra: le sue scelte politiche, fondate sull’assedio totale e sul blocco degli aiuti, stanno trasformando Gaza in un luogo di morte lenta, dove anche un neonato può morire di freddo per decisione deliberata di chi governa Israele.
Un neonato di 29 giorni è morto di ipotermia all’ospedale Nasser, nel sud della Striscia di Gaza. Era arrivato in reparto già in condizioni critiche, il corpo gelido, i parametri vitali al limite. Medici Senza Frontiere lo ha assistito per due ore, inutilmente. Il ministero della Salute di Gaza ha certificato la causa del decesso: freddo. Nel 2025, nel cuore del Mediterraneo, un bambino è morto perché non aveva una coperta, una casa, un sistema sanitario funzionante. È difficile chiamarla fatalità. È più corretto chiamarla conseguenza.
L’inverno è arrivato su Gaza come una sentenza definitiva. Piogge torrenziali, vento, temperature rigide si abbattono su una popolazione già ridotta allo stremo da oltre due anni di bombardamenti, assedio e distruzione sistematica. Più del novanta per cento delle abitazioni della Striscia risulta distrutto o gravemente danneggiato; oltre un milione e mezzo di persone vive in tende improvvisate, spesso costruite con teli di plastica, senza isolamento termico, senza pavimentazione, senza elettricità stabile. Quando piove, le tende si allagano. Quando la temperatura scende, il freddo entra nelle ossa, soprattutto in quelle dei bambini.
I numeri raccontano una tragedia che non ha nulla di naturale. Dall’inizio dell’offensiva israeliana, il bilancio dei morti a Gaza ha superato le settantamila vittime, con oltre centosettantamila feriti. Quasi il quaranta per cento dei morti sono bambini. Migliaia di neonati sono nati in condizioni di emergenza assoluta, senza incubatrici, senza riscaldamento, spesso senza latte artificiale. Secondo le agenzie ONU, almeno settantunomila bambini sotto i cinque anni sono oggi a rischio di malnutrizione grave e oltre quattrocentosettantamila persone vivono in condizioni di fame estrema. In questo contesto, il freddo non è un semplice fattore climatico: è un moltiplicatore di morte.
Negli ospedali ancora in piedi, come il Nasser, i medici parlano di un aumento costante delle infezioni respiratorie acute. Neonati e bambini arrivano con polmoniti, bronchiti, febbri che un corpo malnutrito non riesce a combattere. L’ipotermia diventa l’ultimo anello di una catena di privazioni: poco cibo, acqua contaminata, nessun riparo, nessuna possibilità di riscaldarsi. Anche quando le cure esistono, spesso mancano il carburante per i generatori, le medicine di base, le coperte termiche. Salvare una vita diventa una lotteria.
Tutto questo accade mentre l’ingresso degli aiuti umanitari continua a essere rigidamente controllato e drasticamente insufficiente. Camion carichi di tende invernali, materiali isolanti, medicinali e carburante restano bloccati ai valichi per settimane, a volte per mesi. Le organizzazioni umanitarie parlano apertamente di una capacità di risposta ridotta a meno del trenta per cento del necessario. Non è una carenza logistica: è una scelta politica. Le restrizioni imposte da Israele, sotto il governo di Benjamin Netanyahu, colpiscono direttamente la sopravvivenza della popolazione civile.
Ed è qui che la responsabilità diventa chiara. Netanyahu e il suo governo continuano a presentare il controllo totale su Gaza come una misura di sicurezza, ma i fatti raccontano altro. Quando impedisci l’ingresso di coperte, quando limiti il carburante per gli ospedali, quando rendi impossibile la ricostruzione di rifugi adeguati, stai colpendo deliberatamente la vita dei civili. Quando un neonato muore di freddo, non è una vittima collaterale: è il risultato di una politica che usa la sofferenza come strumento.
Parlare di “guerra finita”, come fanno alcuni leader internazionali, suona oggi come una beffa. La guerra continua nei corpi dei bambini che non resistono all’inverno, nelle madri che partoriscono al gelo, negli ospedali che scelgono chi curare e chi no perché le risorse non bastano. La strategia di Netanyahu, basata sull’assedio permanente e sulla punizione collettiva, sta producendo effetti che molti osservatori internazionali non esitano più a definire sterminio lento, amministrato, burocratico.
La morte di questo neonato non è un episodio isolato. È un segnale. Un allarme che dice che a Gaza non si muore solo sotto le bombe, ma anche per freddo, fame e abbandono. E ogni giorno in cui questa politica resta impunita, ogni giorno in cui il blocco continua, il conto delle vittime aumenta. In silenzio. Con il freddo che entra nei polmoni. E con responsabilità politiche che non possono più essere nascoste dietro la parola “sicurezza”.