Mind the Gap
Nel cuore verde del Brasile, la COP 30 segna un nuovo capitolo della politica ambientale globale e mette Lula di fronte alle sue promesse.
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“Mind the gap”. A Londra, questa voce risuona milioni di volte al giorno nelle stazioni della metropolitana, ricordando ai passeggeri di fare attenzione allo spazio tra il treno e la banchina. È un messaggio semplice, ma capace di attraversare i contesti: un invito a non ignorare il vuoto che separa ciò che è da ciò che dovrebbe essere.
Oggi, mentre i leader mondiali si riuniscono a Belém per la COP 30, quelle tre parole sembrano rivolgersi anche a loro – e a tutti noi. Il “gap” non è più solo fisico, ma politico, economico e morale: la distanza crescente tra gli impegni per salvare il pianeta e le azioni realmente intraprese.
Nell’Amazzonia, dove il respiro della Terra si fa più corto ogni anno, mind the gap diventa un monito collettivo: non possiamo più inciampare tra le promesse e la realtà.
Belém do Pará, alle porte della foresta, è in questi giorni il cuore pulsante del pianeta. Qui si svolge la trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, un appuntamento che ambisce a segnare un punto di svolta per la politica ambientale mondiale.
Per la prima volta, il vertice sul clima si tiene nel cuore simbolico dell’Amazzonia, luogo cruciale per l’equilibrio del sistema terrestre e oggi epicentro della crisi ecologica. Capi di Stato, scienziati, attivisti e rappresentanti dei popoli indigeni discutono come mantenere viva la promessa dell’Accordo di Parigi — a dieci anni dalla sua firma — e trasformare gli impegni in azioni concrete.
Sul tavolo, questioni decisive: la transizione verde nei paesi in via di sviluppo, la protezione delle foreste tropicali, la riduzione dei combustibili fossili e la giustizia climatica per le popolazioni più esposte.
Per il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva, la COP 30 è insieme vetrina internazionale e prova politica: il Paese che ospita la più grande foresta del mondo può davvero guidare la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile?
Tra speranze e tensioni, il vertice di Belém mostra quanto il futuro del clima – e dell’umanità – dipenda dalle decisioni prese qui, nel cuore verde del pianeta.
Lula e la COP della verità
Lula da Silva è tornato a fare ciò che lo distingue: trasformare la politica in racconto. Davanti a 153 delegazioni, ha parlato non solo da capo di Stato, ma da interprete di un Paese che tenta, ancora una volta, di reinventarsi.
“Accelerare la transizione energetica e salvaguardare la natura sono i due modi più efficaci per frenare il riscaldamento globale”, ha detto. Poi ha aggiunto: “Nonostante le nostre sfide e contraddizioni, dobbiamo costruire tabelle di marcia che ci consentano di invertire la deforestazione e superare la dipendenza dai combustibili fossili.”
Quel “nonostante” racchiude l’essenza del suo discorso. Lula sa che il Brasile vive una contraddizione permanente: da un lato l’immagine di potenza verde, custode della più grande foresta tropicale del pianeta; dall’altro, un’economia che ancora si regge su petrolio, soia e allevamenti intensivi.
La conferenza si è aperta con l’annuncio del Tropical Forest Forever Facility (TFFF), un fondo internazionale per la tutela delle foreste tropicali. L’obiettivo è ambizioso: mobilitare fino a 125 miliardi di dollari, pubblici e privati, per remunerare i paesi che conservano la copertura forestale. Almeno il 20% dei fondi sarà destinato direttamente alle comunità indigene e locali, riconosciute come custodi della biodiversità.
Per Lula, che già nei suoi precedenti mandati aveva fatto dell’Amazzonia un tema identitario, il TFFF rappresenta un modo concreto per riportare il Sud del mondo al centro delle decisioni globali. “Per la prima volta nella storia — ha detto — i Paesi del Sud assumeranno un ruolo guida in un’agenda di riforestazione.” È una dichiarazione che suona come riscatto e insieme come rivendicazione: il diritto dei paesi tropicali di essere protagonisti, non semplici destinatari, delle politiche climatiche.
Accanto a Lula, il Brasile si presenta plurale: Marina Silva, ministra dell’Ambiente e simbolo storico dell’ambientalismo; Sonia Guajajara, ministra per i Popoli Indigeni, che ricorda come la protezione delle foreste passi dal riconoscimento dei saperi ancestrali; e Janja Lula da Silva, impegnata nella rete Voci dei Biomi, che ha raccolto le richieste di centinaia di comunità locali. Insieme, rappresentano un modello politico che tenta di unire istituzioni e territorio, strategia e ascolto.
Le contraddizioni
Eppure, le contraddizioni restano. Il Brasile di Lula è una potenza ambientale che continua a esportare carne e petrolio. La transizione energetica procede, ma più lentamente di quanto i discorsi lascino intendere. È qui che mind the gap, l’avviso che accompagna ogni corsa della metropolitana di Londra, torna a risuonare: attenzione al vuoto. Il divario tra le parole e i fatti, tra la foresta celebrata nei vertici e quella che ancora brucia.
Lula sembra consapevole di questa distanza. Per questo parla di una “COP della verità”. Una verità che non si misura nelle dichiarazioni finali, ma nella capacità di guardare ai propri limiti senza mascherarli. “La crisi climatica – ha detto– può essere affrontata solo con cooperazione e multilateralismo.” È un concetto già noto, ma a Belém assume una tonalità diversa: quella di chi sa che, questa volta, non ci sarà un’altra occasione per colmare il vuoto.
Photo: Alex Ferro/COP30