“Pubicità”, ovvero l’anima del commercio

 In Editoriale

Ho lasciato che trascorresse qualche giorno dalla celebrazione della giornata mondiale della libertà di stampa per maturare qualche ora di opportuno disincanto. L’articolo in questione che sancisce la libertà di stampa nella nostra  Costituzione  è il 21 che dice testualmente “Tutti hanno diritto dimanifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.» L’articolo 21 è l’articolo della Costituzione italiana dedicato alla libertà di manifestazione del pensiero.

Anche se  a tal proposito non posso fare a meno di ricordare che l’Italia nella classifica stilata da “Reporters sans frontieres” è appena al quarantatreesimo posto. Spiega Wired “La situazione nel nostro paese resta sempre molto critica. L’Italia guadagna 3 punti ma non riesce a superare la quarantatreesima posizione. Reporter Senza Frontiere giustifica la sua scelta citando la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di togliere la scorta a Roberto Saviano, gli attacchi dei politici del Movimento 5 stelle che hanno definito alcuni rappresentanti della categoria in modi poco lusinghieri, le continue minacce nei confronti di alcuni professionisti, soprattutto nel Sud Italia, e casi come quello di Paolo Borrometi.
Il giornalista siciliano, collaboratore di Agi e fondatore de La Spia vive sotto scorta 24 ore al giorno dal 2013.
L’unica buona notizia? Tutte queste persone secondo l’organizzazione continuano a svolgere il loro lavoro “con coraggio”. 


Ecco, comunque, tanto per mettere un po’ di carne sul fuoco: “Guai al paese in cui si vendono più facilmente i giornalisti dei giornali. (Nicolae Petrescu Redi).
Oppure… “Tutti i giornali che contano vivono grazie ai loro annunci pubblicitari, e gli inserzionisti esercitano una censura indiretta sulle notizie. (George Orwell)”. George Orwell, pseudonimo di Eric Artur  Blair, tanto per chiarire oltre che l’autore dell’allegoria de “La fattoria degli animali” e del distopico “1984” è stato uno scrittore, giornalista, saggista, attivista e critico letterario britannico, mentre Nicolae Petrescu Redi, è un romeno scrittore e docente universitario a Bucarest.

E, ironia della sorte, proprio il 3 maggio di quest’anno, giornata in cui dal 1994 si celebra il World press freedom day, una commemorazione istituita dalle nazioni unite il 17 dicembre del 1993, di contraddizioni ne ho viste parecchie. Tanto per avere testimonianza di quanto si sia ancora lontani dal concetto che si intende ricordare. Perché in fondo, non ci sono soltanto i colleghi morti a cui rendere merito e onore. Quelle sono le vittime che si sono immolate in nome di un loro preciso senso del dovere e a dimostrazione dello spirito di servizio al fine di testimoniare il loro senso di verita’. Ma le sfumature sul tema sono infinite ed hanno a che fare con il mondo dell’editoria, dell’informazione e della comunicazione. Realtà eterogenea che racchiude scrittori, giornalisti, comunicatori. Tutti in diretto e permanente contatto con la loro coscienza, più o meno professionale. Con cui fare irrevocabilmente i conti. Perfino con quell’assunto, che suona in questo periodo storico come una maledizione, attribuita a Voltaire, non a caso indicato come il padre dell’illuminismo e autore del “trattato sulla tolleranza “ e del “Candido”. E la frase  che mi piace ricordare in questa epoca di social e di odiatori seriali  è: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”.

Christian Raimo

E  a questo punto torno alla cronaca di questi giorni con la querelle sul Salone del Libro di Torino, conclusasi, o forse no, con le dimissioni di Christian Raimo, uno dei membri del comitato editoriale del salone di Torino. Raimo, scrittore, traduttore e insegnante di Italiano, dal 2018 assessore alla cultura nel municipio lll di Roma, alle dipendenze del presidente Giovanni Caudo ex assessore al’urbanistica e ai lavori pubblici nella giunta di Ignazio Marino, è stato vittima più o meno inconsapevole, della classica “polpetta avvelenata” lasciandosi andare ad alcune considerazioni sul tema del momento:  il fascismo e l’antifascismo.
Post, quello di Raimo, forse vergato per eccesso di zelo nei confronti della presenza della casa editrice che ha editato il libro del vicepremier Matteo Salvini. La polemica era nata perché la casa editrice Altaforte aveva invitato il ministro Matteo Salvini, di cui ha curato un libro-intervista. Dagli organizzatori del Salone è arrivato il no, come per gli altri politici. Ma in molti hanno cominciato a criticare la presenza stessa di una casa editrice legata all’estrema destra tra gli stand. Ed è andata a finire con le dimissioni di Raimo che si è giustificato: “ Ho deciso di presentare le mie dimissioni dal gruppo dei consulenti per proteggere il Salone del Libro di Torino dalle polemiche che hanno fatto seguito a un mio post, pubblicato a titolo strettamente personale”. Il Salone del Libro di Torino è uno spazio di libertà, di dibattito e confronto di idee, di cultura e di apertura, di molteplicità e democrazia. Con queste dimissioni testimonio il mio sincero e profondo rammarico per una presa di posizione individuale che, ben al di là delle mie intenzioni, potrebbe, ma a nessun costo deve, risultare fuorviante rispetto a ciò che il Salone del Libro è da oltre trent’anni, e vuole essere oggi e in futuro”.

Insomma Raimo, oltre ad aver acceso la miccia su una questione che probabilmente sarebbe passata sotto traccia, causando qualche estemporanea defezione di case editrici e intellettuali “antifascisti” – dal collettivo Wu Ming allo storico Carlo Ginzburg che ha detto di non partecipare per motivi politici – ha avuto perlomeno il buon gusto di dimettersi, dopo aver sollevato un caso nazionale, tanto che sulla questione era intervenuta la sottosegretaria ai Beni culturali Lucia Borgonzoni (leghista ).
“Le accuse di fascismo e razzismo rivolte pubblicamente ad alcuni giornalisti italiani da parte del consulente del Salone del Libro di Torino, Christian Raimo, sono di una gravità inaudita. Esprimo loro la più totale solidarietà e vicinanza. Sto verificando in queste ore con il Ministero dei Beni culturali tutti i provvedimenti del caso, i vertici del Salone, a cui scriverò, facciano altrettanto prendendo innanzitutto le dovute distanze da Raimo. La sua lista di proscrizione – perché di questo si tratta – è una ferita alla democrazia, alla libertà e al pluralismo, oltre che all’immagine internazionale del Salone stesso. Certi radical-chic amano predicare tanto contro le censure da regime salvo poi scagliarsi a gamba tesa proprio contro chi si permette di non pensarla come loro”.

Ecco il quadro, se non fosse che la Lega si propone in questo caso come nume tutelare della democrazia e del pluralismo culturale nel nostro paese, è quasi completo. Consentendo all’editore di un’altra casa editoriale di destra i famosi cinque minuti di luci della ribalta. Dice Francesco Giubilei “La mia sensibilità politico-culturale ha determinato la pubblicazione di libri ascrivibili al mondo conservatore, liberale, sovranista, popolare ma non ha impedito che trovassero spazio nel nostro catalogo autori con idee di tutt’altro genere perché ritengo che la cultura sia confronto, discussione e scambio di opinioni. Rigetto con tutto me stesso la volontà di alcuni pseudo intellettuali di arrogarsi il diritto di rappresentare e avere il monopolio della cultura che invece, piaccia o no, è un patrimonio di tutti gli italiani a prescindere dalle loro idee politiche.

Oggi con grande rammarico leggo che Christian Raimo, che fa parte del comitato editoriale del Salone del libro di Torino ed ha perciò un ruolo istituzionale nella principale fiera del libro italiana sostenuta anche dal Ministero per i beni e le attività culturali e dovrebbe rappresentare tutti gli editori iscritti alla fiera, scrive: “Le idee neofasciste, sovraniste sono la base per l’ideologia della forza maggioritaria di governo. Alessandro Giuli, Francesco Borgonovo, Adriano Scianca, Francesco Giubilei, etc… tutti i giorni in tv, sui giornali, con i loro libri sostengono un razzismo esplicito”.


Insomma c’è da interrogarsi, a questo punto, sull’ipotesi che una qualsiasi forma di censura preventiva sia modello utile a sconfiggere questa aria pesante che ci ritroviamo a respirare.
O se, al contrario, non servirebbe avere maggior contezza dei fatti e della storia, magari a prezzo di sacrifici per documentarsi prima di emettere un qualsiasi giudizio. E anche in questo caso voglio affidarmi a qualche aforisma.
Il primo è di Stanislaw Jerzi Lec, scrittore polacco di origini ebraiche: “Anche quando viene chiusa la bocca, la domanda resta aperta”. Ma è ancora meglio ciò che dice Norberto Bobbio, filosofo, politologo e senatore a vita “Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze.”
E così il post del popfilosofo e scrittore genovese Simone Regazzoni che anche nelle vesti di direttore di una casa editrice scrive : “La lotta ideologica che vuole la censura di libri, editori e autori è solo sintomo di pochezza intellettuale, scarso interesse per la vera cultura, paura del confronto anche conflittuale di idee. È miseria, la miseria della cultura.

Ci si chiede davvero quale formazione abbiano certi presunti intellettuali di sinistra, quali libri abbiano letto e soprattutto quale sia la loro idea di spazio democratico e di cultura quando invocano censure.

Lo spazio culturale non è il giardino irenico dove circolano solo piccole idee politicamente corrette o le fiabe riscritte per compiacere la minoranza di turno, per fortuna.

Alla letteratura, alla poesia, all’arte, al cinema, alla filosofia non dovrebbe importare nulla della miseria del politicamente corretto. Che cosa accade quando prevale l’ottuso moralismo censorio lo vediamo negli USA, dove Woody Allen non può più fare film e non trova un editore per la sua autobiografia. Lo spazio culturale è uno spazio conflittuale, radicalmente aperto, in cui c’è spazio per tutti, anche e soprattutto per ciò che non si concilia con le idee morali e politiche dominanti. La cultura è precisamente ciò che non si concilia. È questo che garantisce la qualità della cultura e l’importanza dei libri, non la retorica edificante sui loro presunti messaggi morali.

La mia solidarietà a Francesco Giubilei”.

Simone Regazzoni

In fondo Simone ha pagato sulla propria pelle l’aver partecipato ad un dibattito su un suo libro “Sfortunato il paese che non ha eroi: etica dell’eroismo” organizzato sette anni fa da CasaPound. E si è portato sulle spalle questa sorta di marchio infamante durante la campagna elettorale delle regionali, quando si ritrovò nei panni di spin doctor della candidata della sinistra Raffaella Paita e in seguito quando aspirava a candidarsi alle primarie del Pd come candidato sindaco nel 2017.

Ma come scrive Pasca Maurot, direttore di Fil info France, primo quotidiano indipendente e partecipato che non a caso ha deciso di non essere su Facebook “La censura è il bastone bianco dei ciechi del pensiero”.
Gia’, ecco la censura che ritorna, sotto varie forme, da quelle più’ cruente a quelle più sottili di azzerare il proprio avversario ideologico, magari scandagliando nella sua vita più intima o privata. Oppure ponendo dubbi più o meno legittimi sulla provenienza e finalità di certe inchieste. Persino sulla onesta’ professionale di chi le redige. O sulla collocazione del giornale che le pubblica. Senza confronto alcuno. Scrivevano i giornalisti di Charlie Hebdo dopo l’attentato, una forma estrema di censura, a ben pensarci “Continueremo a informare, a fare inchieste, a intervistare, a commentare, a pubblicare e a disegnare su tutti i soggetti che ci sembrano legittimi, in uno spirito di apertura, di arricchimento intellettuale e di dibattito democratico. Lo dobbiamo ai nostri lettori. Lo dobbiamo alla memoria di tutti i colleghi assassinati. Lo dobbiamo all’Europa. Lo dobbiamo alla democrazia. (editoriale comune di alcuni giornali europei dopo il sanguinoso attentato terroristico presso la redazione di Charlie Hebdo)”.


E concludo passando dalla caratura internazionale a quella più semplice della cronaca locale, parlando di un fatto accaduto a Genova, appena sabato, il giorno dopo della celebrazione della giornata mondiale della liberta’ di stampa, con un post preso dalla pagina di un mio amico facebook, un genovese che lavora a Singapore, probabilmente più lontano distaccato e lungimirante rispetto alla falsa euforia interventista del momento: “Provo a scriverlo con calma e linearità, sperando che chi legge voglia avere il buongusto di capire ed eventualmente discutere con argomenti e non con slogan. Oggi Genova ha vissuto una brutta pagina di antidemocrazia. Grazie alle gesta di sedicenti “antifascisti”. Sedicenti e tra virgolette, sia ben chiaro.

Oggi era in programma la commemorazione di un operaio, padre di famiglia, morto ammazzato dalla violenza politica in un’Italia che pretendeva, ancora nel 1970, di regolare con la forza e con i reati commessi in nome di un’ideologia, la differenza di vedute. Sì, Ugo Venturini era missino e aveva la “colpa” di essere presente a un comizio di Giorgio Almirante. Per quello ricevette una mattonata in testa, lanciata da “nemici” politici. Cioè da gente di sinistra che considerava giusto uccidere chiunque la pensasse diversamente”.

Giorgio Almirante

Ma e’ l’analisi dei fatti a rendere difficilmente confutabile il permesso accordato di svolgere la manifestazione. Fatti storici che l’articolista prende in considerazione e riporta a una domanda che si ripropone da anni: L’Msi era partito dell’arco costituzionale e quindi non avrebbe potuto essere fascista perche’ la Costituzione non lo permetterebbe. CasaPound non può essere fascista per lo stesso motivo avendo partecipato alle ultime elezioni politiche. Insomma la colpa e’ dei nostri politici e delle istituzioni che lo hanno permesso. Comunque per i pronipoti di Giorgio Almirante c’è stata nel 1995 la svolta di Fiuggi. Rimane da appurare se quell’impegno sia andato oltre una generica promessa di revisionismo o se le idee siamo rimaste quelle di allora. Insomma mettere insieme l’articolo 21 e l’articolo XII delle disposizioni transitorie e finali della Costituzione stessa non sempre risulta agevole.

Comunque tornando al post in questione: “Giova rapidamente ricordare che:

– il Msi era un partito legittimamente riconosciuto dallo Stato, dalle leggi e dalla magistratura italiana; democraticamente rappresentato in Parlamento e addirittura sostenitore (seppur dall’esterno) di un governo di coalizione

– Giorgio Almirante era un fiero avversario politico di Enrico Berlinguer. Ma quando il leader comunista morì, Almirante andò a via delle Botteghe Oscure a rendergli omaggio e venne accompagnato alla camera ardente dai maggiorenti del Pci, che apprezzarono il gesto. Tanto che alla morte di Almirante furono Nilde Iotti e Giancarlo Pajetta a rendere omaggio alla camera ardente dell’avversario

– La memoria di Ugo Venturini come vittima della violenza politica è stata riconosciuta e omaggiata con una targa apposta sul luogo del vile e squadrista agguato dal Comune di Genova all’epoca (2012) guidato dal sindaco Pd, Marta Vincenzi.

La commemorazione di questa mattina, organizzata ovviamente da gruppi di destra, non solo era autorizzata, ma non ha fatto altro che osservare un minuto di raccoglimento, ricordare la vittima e deporre una corona di fiori sotto la targa. Senza inni fascisti, immagini del Duce, saluti romani. Senza violare alcuna legge.

Associazioni che si dicono democratiche, addirittura combattenti e depositari di valori di libertà e antifascismo, hanno chiamato a raccolta centinaia di persone con il dichiarato intento di impedire questa commemorazione. E già questo sarebbe sufficientemente grave in un Paese che si dice democratico e ancor più ad opera di sedicenti “antifascisti”. Il fatto è che alla fine della commemorazione, nonostante la presenza della polizia, gli “antifascisti” hanno divelto la corona, l’hanno gettata in un vespasiano ricoprendola di escrementi, poi hanno dato la “caccia ai fascisti”, assaltando e sfasciando l’auto su cui si trovavano due ragazze e distruggendo a cinghiate il lunotto di un’altra macchina. Poi l’intervento della polizia ha evitato che la violenza di questi sedicenti democratici facessi danni peggiori.

Il peggior oltraggio fatto innanzitutto ai danni di quella Resistenza e di quei principi di libertà e antifascismo che questi squadristi dicono di rappresentare.

Gli stessi che ritengono legittimo impedire comizi di partiti a loro avversi (la Lega a Genova ne sa qualcosa), di poter decidere chi ha diritto di parola e di pensiero, quali leggi si possano rispettare e quali no, quando sia ammesso sfasciare vetrine e pestare gente. Cioè l’intero repertorio di quei metodi che le leggi Scelba e Mancino, vigenti in Italia e tante volte evocate, prevedono di punire con la massima severità

Proprio per evitare che l’Italia cada in nuove derive dittatoriali.

Vorrei fosse chiaro un concetto. E lo dico ancora a chi sicuramente sarà tentato di rispondere (e magari lo farà) con i soliti slogan (non pertinenti in questo caso) sul fascismo. Impedire con la violenza il pensiero altrui lo si può chiamare come si vuole, ma da destra o da sinistra è sempre la stessa vergogna anti democratica e chi si macchia di simili crimini va perseguito con la massima forza e condannato da tutti.

Purtroppo oggi alla testa dell’Anpi, della Cgil, del Partito Comunista e di tante altre sigle che hanno chiamato alla manifestazione antifascista non ci sono più grandi comunisti e grandi uomini (e donne) come Berlinguer, Iotti, Pajetta.

Il rispetto dell’avversario, da combattere con tutte le forze democratiche a disposizione, non è più un dovere e men che meno un valore. Figurarsi il rispetto della memoria di una vittima della violenza politica.

Prendere le distanze da qualsiasi estremismo politico, dalla violenza senza se e senza ma, dovrebbe essere una cosa naturale in una città che si gloria di aver ricevuto la medaglia d’oro al valor militare per i meriti durante la guerra di liberazione. Invece si scopre che il rischio di una deriva “fascista” oggi viene dagli “antifascisti”.
L’articolo e’ di Diego Pistacchi, collega de “”Il Giornale”.


Insomma, a fare la differenza dovrebbe essere l’onesta’ intellettuale di chi, giornalista o no, comunicatore o libero cittadino, autore o scrittore scrive e trasmette le sue idee, articoli, post, libri…Onesta’ intellettuale che comprende, o almeno dovrebbe,  anche la deontologia professionale. Ma soprattutto a fare la differenza dovrebbero essere la capacità e il desiderio di confrontarsi e persino di confutare chi ha diverse opinioni.
Nel paese in cui uno degli slogan più abusati è, “siamo tutti giornalisti. In una realta’ di fatto in cui il passaggio da osservatori imparziali risulterebbe più o meno una mera illusione – come l’imparzialità della scienza o dell’arte, visto che l’osservazione è per forza soggettiva – e ci ha portato ad una eccessiva mania di protagonismo. Da perfetto egoriferiti con la tendenza ad essere sempre comunque personaggi. Una sorta di selfie senza interruzione di sorta. E nella rincorsa a rendere autorevoli i nostri pensieri ci dimentichiamo di ascoltare e prendere in considerazione le ragioni degli altri.
Con la mania dell’autopubicita’ – cioe’ la dannata tentazione di riprendersi sempre l’ombelico, o giù di li’ – che è fine a se stessa, o forse no,  e invece e’ l’anima del commercio di se stessi.
Con in mano quell’asta per scattare il selfie, un prolungamento di se stessi, e quel bastone bianco dei ciechi del pensiero.

Paolo De Totero

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