Captain Marvel

 In Cultura

Le peculiarità di certa critica (non solo) cinematografica che mediamente sfrangono le gonadi sono le piroette concettuali che inducono il disgraziato lettore a ricercare rilevanze sottaciute laddove ciò che appare in realtà è esattamente ciò che è. Asserire ad esempio che questo Captain Marvel sia film profondamente femminista e dalla valenza politica, è come dire che con Van de Korput alle calcagna oggi Ronaldo non toccherebbe palla. Ventunesimo film del media franchise MCU, il primo ad avere una protagonista femminile, Captain Marvelè giusto quello che deve essere: la trasposizione cinematografica delle imprese fumettistiche di Carol Danvers, qui colta nel percorso narrativo che la porterà a trasformarsi nella supereroina opposta al mostruoso Thanos nel successivo Avengers: Endgame. Siamo nel 1995 (non potrebbe essere altrimenti visti i computer preistorici e la colonna sonora nineties), all’alba di ogni avventura Marvel vista finora. Il nostro pianeta è guarda caso nel bel mezzo di una battaglia intergalattica tra gli Skrull e i Kree, ma buoni e cattivi non saranno così facilmente identificabili come le apparenze ci inducono a pensare. Per dar credibilità alla storia vengono chiamati all’appello dei signori attori: la pluricandidata all’Oscar Annette Bening, Samuel L.Jacksone Clark Gregg(entrambi ringiovaniti da una tecnologia digitale talmente avanzata da aprire sinistre prospettive cinematografiche future), il sempre eccellente e spesso sottovalutato Jude Law (perfetto per i ruoli torbidi) e ovviamente la premio Oscar Brie Larson nella parte della protagonista, convincente e col physique du role. Con tanto ben di dio, i dialoghi rimangono fermi al pelo dell’acqua, come si conviene a un blockbuster da popcorn e zucchero filato. Il resto è un caleidoscopio di citazioni – da Star Warse Terminator fino a Top Gun-, humour mitigante, ritmo incessante, perfezione esecutiva, effetti speciali proteiformi e prove di forza posticce. Questa è Marvel, prendere o lasciare: intrattenimento che sfocia nel miracolismo tecnologico. Chi non gradisce alla fine più che ai pugni sparalaser della bionda eroina finirà per affezionarsi a Goose, la gatta domestica di Carol Danvers, la cui silenziosa dolcezza s’intramezza con agio allo sfoggio prodigioso di fauci tentacolari trangugia-cose. Anche il felino però è un alieno e il nostro pianeta non merita di meglio dell’epiteto di letamaio: l’universo, si sa, non obbedisce affatto all’amore.

Enrico Pietra

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