Nel nome della posa

 In Cultura

Confesso, mi pento e “penitentiagisco”.
Perché errare può apparire sintomo di debolezza  e quindi simpaticamente umano, ma perseverare può risultare addirittura prova di arroganza e perciò diabolico. E io nel giro di neanche un mese mi sono lasciato tentare per ben due volte dalla tv nazionalpopolare. Prima da quel “canagliesco” Sanremo. Festival figlio di Claudio Baglioni e di Satana, nelle vesti di Virginia Raffaele, con la partecipazione di un Claudio Bisio  che recentemente si è persino permesso di partecipare alla manifestazione contro il razzismo. Competizione canora vinta, addirittura, da un giovane dal nome etnicamente e scorrettamente esotico, figlio di un egiziano e di una sarda, con una canzone che banalmente evocava l’importanza dei soldi.

Lunedì sera, immemore dell’effluvio di polemiche seguite alla gara patrocinata da Baglioni, che probabilmente gli costeranno persino la prossima edizione, confesso e penitentiagisco di essermi seduto trepidante di fronte allo schermo televisivo collegato su RaiUno per assistere alla prima puntata della fiction Rai  “Il nome della rosa”, più o meno liberamente tratta dal capolavoro di Umberto Eco. Con curiosità e interesse. Dopo aver letto, molti anni fa il libro di Eco, e aver visto il film di JeanJacques Annaud con Sean Connery nella straordinaria interpretazione di Guglielmo di Baskerville. Del resto devo ammettere che la mia trasformazione in fortunato pensionato o in humarelles a caccia di cantieri solo per avere la straordinaria soddisfazione di mormorare, pur fra me e me “io l’avrei fatto meglio” è ormai quasi ultimata. Percio’ mi sta bene persino la tv nazionalpopolare, ad onta di quelli che si lasciano intrappolare per intere nottate a seguire tutte le puntate delle fiction su Netflix. Categorie dello spirito, oltre che della mente.

E naturalmente di fronte a qualche post intravisto su facebook, o a qualche commento acido, stamane ho sentito impellente e prepotente la necessità di pentirmi.


Inizio da colui che secondo me permane in cima ai miei pensieri, nonostante l’evidente disparità di vedute e di conoscenza.
Del resto il popfilosofo Simone Regazzoni, come un moderno Bernardo Gui, mi aveva già messo in guardia un mese fa dalla kermesse canora per antonomasia con un commento tranchante “Non partecipo a questo rito di autoespiazione collettiva chiamato Sanremo, non ne tollero la mediocrità”. Come poter sperare in un briciolo di solidarietà nel caso della fiction di Raiuno, strombazzata in lungo e in largo con spot seriali sui canali televisivi delle reti Rai? E in effetti, anche se non personalmente, sono stato castigato con un lapidario “Non so se riesco a sopportare tutta questa sciatteria da serie tv di infimo livello”. Percio’ indosso i panni dell’umile e commento “Non saprei dire mi inchino al tuo sapere”, ottenendo immediata risposta “Per me raccapricciante”. Gianni Sollazzo per esempio intinge i polpastrelli nel curaro “Terrorizzante… ante… ante. E Fazio ha appena detto che è un capolavoro. Mostruoso il tono terribilista che distrugge l’ironia di Eco. E che dire della pulzella con faretra che in corteo pronunzia frasi storiche, lei con un trucco perfetto circondata da zozzoni? E la caccia al facocero che sembra PUMBA. Alla fine ritroveranno il libro perduto di Aristotele sulla scemenza…”. Marco Alfano: “Un disastro…. complimenti a chi ha reso il libro di Eco una banalità indigesta in particolare a chi non l’ha ancora letto”. Il tutto virato verso una negatività quasi totale, da “Aiutooooo”, all’ammissione “Non ho seguito per istinto di sfiducia”. E al sepolcrale “Fà da sonniferò”, Marina d’Oria. Sino a qualche rara, rarissima concessione, ammette Barbara Barattani: “Un po’ lento ma non mi dispiace”. Si pone in maniera interlocutoria Marco Toma “Per ora preferisco anche io di gran lunga il film, però non la butterei questa serie, aspettiamo di vedere il resto. Certo che sulle ricostruzioni architettoniche avrebbero potuto fare di più”. Oppure Gianluca Miranda “Anche a livello di narrazione non aggiunge nulla di interessante. Pensavo che convertire un film in serie tv servisse a sviluppare la personalità di alcuni personaggi o ad approfondire certi temi storico filosofici. Nulla di questo finora. Turturro rimane un bravo attore, però”.


E siamo arrivati al punto.
La rilettura semplificata del romanzo di Eco e il carisma ironico di Sean Connery nella parte di Guglielmo da Barskerville nel film. Tema quest’ultimo molto sentito dal gentil sesso, ma non solo. Due aspetti che  nella fiction, nonostante l’impegno per trasporre i tre piani di Eco e l’interpretazione convincente di Turturro, che fra l’altro ha ammesso di non aver visto il film, non convincono. E comunque in tema  di bizzarrie Turturro e’ in buona compagnia. Eugenio Gargioni Chiosa “Eppure Aldo Grasso oggi i non è così caustico… racconta di come non sia mai riuscito a finire il libro…”.
Quando si dice la capacità di poter cambiare il titolo del romanzo da “Il nome della rosa” a…. “Nel nome della posa”. Come dire che Aldo Grasso come intellettuale non si discute, anzi e lui che mette in discussione Eco. Comunque un cult, piaccia o no. E anche la prima puntata della fiction va benissimo con sei milioni e mezzo di telespettatori pari al 27, 4 per cento sbaraglia l’Isola dei Famosi.

Perché, poi anche questo è un dato da tenere in considerazione. Insomma il dato del telespettatore medio non è da sottovalutare. E come sui social anche per quanto riguarda le recensioni il dato è altalenante. Lo boccia senza mezzi termini “Il fatto quotidiano”: “Il nome della rosa, ecco perché la fiction di Raiuno rende impossibile e imbarazzante il paragone con il film”. Tranciante anche il giudizio di Alessandra Comazzi, giornalista e critica televisiva, su  “Il Secolo XIX” che titola: “Il fascino perduto de “Il nome della rosa””. Lo promuove, viceversa, Huffingtonpost “Il nome della rosa scatena i social nel confronto Connery/Turturro” e poi getta li’ “Usare la conoscenza per migliorare l’umanità è l’insegnamento della serie di Rai uno”.


Ed in effetti la frase con cui Guglielmo da Baskerville ha a aperto la puntata “Esiste un solo modo per combattere l’odio: usare la conoscenza per migliorare la razza umana” ha suggestionato sin dall’inizio i commenti. Con variazioni sul tema sociale e politico, dal medioevo oscurantista ai giorni nostri. “Chissà se lo sentono quelli che oggi vorrebbero risprofondarci nell’ignoranza” si domanda un telespettatore, oppure “Quand’è che si è inceppato il meccanismo?”. E ancora “Sovrani ciechi che conducono popoli ciechi alla rovina”. Umberto Eco sapeva già tutto molti anni fa”. Anche se qualcuno che non ha approfondito le pagine del libro confessa candidamente di essersi perso il divertissement di Eco con i riferimenti a Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes e della letteratura gialla.


Insomma la forza di preveggenza di Eco non poteva passare sotto silenzio. Come quando,controcorrente, avverti’ tutti e con largo anticipo volle erigersi  a scudo mettendosi in connessione con il mondo social affermando durante il conferimento della laurea honoris causa in comunicazione e cultura dei media: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. 

E mi sarebbe piaciuto avere un suo parere proprio sulla fiction di Rai Uno. Ascoltare le sue parole da intellettuale ironico sulla necessità della cultura originata dal basso e comprensibile universalmente.


In palese mancanza mi limito ancora ad osservare alcuni fattori marginali. Come la produzione della fiction Rai sia stata affidata alla Palomar, la stessa casa di produzione del Montalbano di Luca Zingaretti, fratello del Nicolò, appena eletto segretario del Pd. Casualità’ senza dubbio. Come il fatto che le critiche più aspre siano state riservate a Stefano Fresi, interprete dell’eretico Salvatore, il monaco, precedentemente giullare di corte, “salvato” da  frate Remigio da Varagine (Fabrizio Bentivoglio), che si esprime in occitano. Lontano dall’interpretazione del Rod Perlman del film di Annaud. A sua parziale giustificazione vanno comunque citate le oltre 4 ore di trucco a cui si è dovuto sottoporre per interpretare la parte. Proprio Stefano Fresi, comunque, è il protagonista del film  “ C’è tempo” di Walter Veltroni, altro ex segretario Pd per un anno e mezzo dal 2007 al 2009, ex vicepresidente del consiglio e ministro per i beni culturali e ambientali con Romano Prodi.
Giornalista, scrittore e regista, sindaco di Roma nel 2001 e nel 2008. Probabili casualità per il povero Stefano Fresi. Anche se il mondo social e non solo vive delle ondate lunghe degli odiatiori seriali. Così è se vi pare. Dal mio modesto pulpito di osservatore in procinto di trasformarsi nell’humarell del “ si poteva fare meglio”, e in attesa delle prossime puntate mi sento di salvare oltre all’ambientazione storica della fiction, quella affermazione di frate Guglielmo da Baskerville/ Umberto Eco che ha fatto da monito della della fiction di lunedì “Esiste un solo modo per combattere l’odio: usare la conoscenza per migliorare la razza umana”. l’insegnamento citato da Huffingtonpost. Tutto il libro di Umberto Eco vive su questa ricerca. Che tradotta ai giorni nostri fa il paio con: “Sovrani ciechi che conducono popoli ciechi alla rovina”. E qualcuno li avrà vissuti come chiara allusione. Del resto, dai social sino alla politica dei giorni nostri, l’autore ha sempre dimostrato doti di straordinaria preveggenza. Moniti che sono un atto di coraggio e messaggi da non sottovalutare per i posteri in questa era di confusione oscurantista. Non a caso in contrapposizione con i messaggi ormai banalmente digeriti de”L’isola dei famosi” emblema dell’audience della tv generalista.

Paolo De Totero

Recent Posts

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Start typing and press Enter to search