Il libro verde del razzismo e del cambiamento

 In Cultura

Se non sono abbastanza nero, né abbastanza bianco, né abbastanza uomo, allora che cosa sono?
Se lo chiede con un moto di disperazione Don Shirley (Mahershala Ali) mentre attraversa gli Stati Uniti segregazionisti del profondo Sud tra 1962 e 1963. Sono gli anni di JFK e Martin Luther King, di un’America che non prova alcun rispetto per le minoranze.
Dov’è finita la dignità umana laddove una guida turistica, il Negro Motorist Green Bookindica alle persone di colore i luoghi ove poter soggiornare senza subire l’onta del diverso?
Eppure, negli anni ’60, Louisiana, Georgia, Mississippi, era indispensabile.

Sono questi i luoghi che ospitarono all’epoca le esibizioni concertistiche di uno dei più grandi pianisti del ‘900, accompagnato in tour dal fido Tony “Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen), rude buttafuori del Copacabana di New York assunto all’uopo come autista e bodyguard. Ne nasce un’amicizia che trascende pregiudizi e razzismo, sulla quale ci sarebbe forse molto da dire se è vero (com’è vero) che il fratello Maurice Shirley ha dichiaratamente parlato di falsità e menzogne nello svolgimento del racconto. Che si tratti di un abile espediente narrativo o come invece sostiene il co-sceneggiatore Nick Vallelonga (forte delle confessioni del pianista prima di morire) sia tutto vero, poco ci importa. Green Book di Peter Farrelly, candidato a cinque oscar tra cui miglior film, è una raffinata commedia dolceamara che scava in profondità, sia nella storia che nell’interiorità dei suoi personaggi. È la strada il teatro della palingenesi dei due protagonisti. Kerouac lo aveva capito già qualche anno prima (“la strada è vita” scrive in On The Road), perché solo il contraddittorio col mondo che nasce dal viaggiare può mutare ubbie e cattivi pensieri in una nuova umanità. Così accade ai protagonisti: l’uno bianco e profondamente razzista – al punto da cacciare nella mondezza due bicchieri di vetro a cui si sono abbeverati dei negri – l’altro colto ed estremamente raffinato – convinto che la sofferenza vissuta in prima persona possa cambiare il mondo – si riscopriranno alla fine del percorso uomini nuovi, disposti a comprendere e fare tesoro delle reciproche differenze.
Nota di merito per i due attori sulla scena, entrambi candidati all’oscar nei rispettivi ruoli, con Mortensen appesantito e trasfigurato in una parte degna de Il Padrino.     

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