Creed 2 e il crepuscolo di Rocky Balboa

 In Cultura

Diciamocelo chiaramente. Rocky non è solo un’icona del cinema.
Il personaggio creato da Stallone nel 1976, giunto a varcare la soglia della Hall of Fame dei pugili veri senza essere mai esistito, è una leggenda senza tempo.
La sua è una storia di redenzione e debolezza in cui chiunque può identificarsi. Non è un caso che ogni giorno a Philadelphia, sui settantadue gradini della scalinata posta innanzi al Museum of Art, si osservino passanti e turisti di ogni età intenti a riprodurre la celeberrima scalata del primo film della saga.
Rocky, si diceva, è cuore e passione. Interpretato da Sylvester Stallone come nessun altro avrebbe mai potuto (Sly e Rocky sono in realtà la stessa persona), la sua saga, tra le più prolifiche e fruttuose mai apparse sul grande schermo, utilizza la boxe come metafora, il ring come ardimento. I montanti dati e ricevuti descrivono la dinamica del vivere e il campione è un essere umano come tutti gli altri, caduto mille volte al tappeto ma rialzatosi sempre, senza arrendersi mai. Se il primo Rocky andrebbe ciclicamente proiettato (e spiegato) nelle scuole, questo Creed 2 nulla aggiunge alla leggenda (e sarebbe obiettivamente impossibile farlo) e mostra anzi tracce di una stanchezza figlia del prevedibile e dell’ipercitazionismo pro domo sua. Passato nelle mani del giovane regista Stevan Caple Jr. su sceneggiatura di Stallone e Juel Taylor, il film è un lungo viatico di morale e ricongiungimenti famigliari, un assaporare la disperazione della disfatta per rintracciare l’ardire un nuovo combattimento, di un’altra rinascita.
Vale la pena vederlo malgrado tutto anche solo per ritrovare Rocky e Ivan Drago di nuovo opposti l’uno all’altro, con i vecchi Stallone e Lundgren splendidi e credibili nel dar vita ai loro intrecci di rancori e odio mai sopito. Nel futuro che si schiude davanti al figlio di Apollo Creed (l’ottimo Michael B. Jordan) sono pronte a stagliarsi le ombre lunghe di ferite mai sanate, di conflitti interiori che troveranno forma e sostanza nel materializzarsi della mastodontica figura del figlio di chi assassinò il padre, addestrato a sua volta per fare carne morta del giovane campione. La vita saprà colpire duro e solo il commovente Rocky salverà il suo pupillo dall’abisso, per passargli poi definitivamente il testimone.   

Enrico Pietra

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