Non c’è trippa per gatti

 In Editoriale

 

L’ultima querelle, in una settimana degna di una qualche evidenza per le contrapposizioni fra tifosi, è stata quella sul numero dei partecipanti alla manifestazione in favore dei migranti organizzata dall’Arci. Meno di cinquemila per i detrattori, dai diecimila fino a ventimila per coloro che con entusiasmo e senso di giustizia hanno aderito.
Con qualche sparuto commento, fra il significato politico e  un certo senso di disagio, sul fatto che alla testa del corteo che è sfilato per le strade della città ci fosse un nutritissimo gruppo di boy scout con canzoni e slogan. Poi, oggi il giorno della memoria, che almeno virtualmente tutti dovrebbe mettere d’accordo.

Una settimana nata e dipanatasi sui social sull’ onda degli ultimi commenti, ormai a sfumare, sull’arresto del terrorista Cesare Battisti (quello che ha permesso al vicepremier Matteo Salvini e al guardasigilli  Alfonso Bonafede di esibirsi al suo arrivo in Italia indossando una qualsiasi divisa) a cui via via sono subentrati quelli sull’emergenza neve in citta’. Con contrapposizioni fra coloro che hanno segnalato, da destra a sinistra, l’assoluta mancanza di disagi, qualche inadeguatezza per un piano antineve che avrebbe dovuto essere ampiamente rodato, sino al blocco delle linee dei bus sulle linee collinari, o peggio la carenza di sale da spargere sulle strade cittadine per scongiurare la possibilità di pericolose gelate. Poi, a corollario lo stesso sindaco Marco Bucci, ha dovuto ammettere che qualche cosa non ha funzionato a dovere e che nel prosieguo occorrerà attrezzarsi meglio.

Con l’ultimo sussulto della rete per un lungo video autoprodotto dal consigliere comunale e capogruppo di Fratelli d’Italia Alberto Campanella catapultatosi, letteralmente, nel pieno di una gelida, e buia, e tempestosa notte invernale, all’interno del canile Monte Contessa, a Sestri Ponente, per rendersi personalmente conto dello stato di salute degli ospiti randagi. Il prode, e povero, avvocato Campanella, quasi assiderato, ha cercato di varcare legittimamente l’accesso del canile rivolgendosi al custode. Prima utilizzando il campanello all’ingresso e poi provando a rintracciare telefonicamente lo stesso custode, Che, in piena notte buia e tempestosa, deve essersi risolto a non rispondergli. Quindi, il capogruppo di Fratelli d’ Italia ha deciso di scavalcare le reti incorrendo, probabilmente, nel reato di violazione di domicilio, pur di poter controllare le condizioni degli animali. Attestando tutto con un lungo video che ha messo in rete. 

Come se non bastasse, ironia della sorte, nella serata di ieri una maligna e surreale realtà ha concesso una sorta di replica all’evento in cui è incorso Campanella, mettendo in una situazione analoga addirittura il sindaco Marco Bucci, non certo uno che poi le manda a dire. Bucci si è presentato alle porte del museo di palazzo Reale ma non è riuscito ad entrare nonostante all’interno vi fossero in visita numerose persone. Cosa è accaduto? Racconta GenovaQuotidiana “Cosa è successo? Il museo era chiuso perché, a causa del sotto organico (mancano 33 persone), c’era un solo custode, già impegnato a sorvegliare le sale in occasione di un corposo gruppo di turisti che aveva prenotato con molto anticipo. La direttrice Piccioni: <Siamo costernati. Ci scusiamo e invitiamo il Sindaco a una visita guidata approfondita quando lui lo desidera>”.

E a essere indispettito, per una volta, pare non sia il sindaco di cui si dice abbia un carattere sanguigno, ma la persona che nell’occasione lo accompagnava. Una sorta di rivincita a quel “sono il sindaco, veda un po’ lei” proferito proprio da Bucci nei confronti di una inviata televisiva che, in piazza De Ferrari, non riconoscendolo, lo aveva apostrofato come un genovese qualunque. E sul caso si stanno già scontrando le faide del tifo con chi argomenta che essendo il sindaco in visita privata andava lasciato fuori come un qualunque privato cittadino e chi al contrario sostiene che il sindaco abbia comunque un ruolo istituzionale e di rappresentanza e che comunque avrebbe comunque dovuto entrare. A me la querelle dell’ultima ora non appassiona particolarmente. Avrei preferito capire come mai il museo di palazzo Reale rimanga chiuso per motivi di carenza di organico e magari comprendere se al momento ci sia la possibilità di ovviare in qualche modo al malfunzionamento visto che Genova dovrebbe essere, almeno nelle aspirazioni, una città turistica.

Poi, a margine di tutto questo, devo confidarvi un certo senso di smarrimento sui social, legato proprio al fluire o alla scelta degli argomenti.

Proprio mentre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era in visita all’Italsider per ricordare il quarantennale della morte di Guido Rossa, l’operaio genovese giustiziato dalle Br, sono stato “bacchettato” per un post satirico per la malaugurata gestione dell’emergenza neve. E dire che, ricordando la generata levata di scudi nei confronti del terrorista appena incatenato Cesare Battisti, ho cercato qualche riscontro fra i mie amici social su quelle scritte inneggianti alle Br comparse proprio il giorno della cerimonia con Mattarella, nei pressi della lapide che ricorda l’assassinio del giudice Francesco Coco, trucidato nel maggio del 1976 in salita Santa Brigida da un commando delle Br insieme agli uomini della sua scorta Giovanni Saponara ed Antioco Deiana.
Scritte inquietanti, secondo me, in questo particolare periodo storico e non attribuibili a un mitomane qualsiasi visto che chi le ha tracciate conosce precisamente la storia e i personaggi delle “Nuove Br”.
Il riferimento a Gianfranco Zoja e a Timo Viel, oltre a quello di Mara Cagol non è casuale. Racconta “La Repubblica “: “Guido Rossa infame” è la scritta con vernice bianca comparsa sul muro di Salita Santa Brigida, in centro storico, a pochi passi dalla targa che ricorda Francesco Coco, magistrato ucciso dalle Br nel 1976  insieme ai due uomini della scorta, Giovanni Saponara e Antioco Deiana. Altre due scritte ricordano i terroristi “Mara Cagol, Tino Viel e Gianfranco Zoja vivono” e l’ultima contro il giornalista “Marco Peschiera, sciacallo”, autore di approfondimenti nei giorni scorsi sui tragici fatti di 40 anni fa”. Eppure nei discorsi ufficiali a quelle scritte non è stato dato peso. Solo il Governatore Toti si è limitato a esternare fuori copione con una frase in risposta all’intervistatore “All’infamia non c’è mai fine”. 

E mi rattrista personalmente aver dovuto constatare lo scarso senso della storia unito a quello istituzionale del nostro primo cittadino, solitamente tanto attento alla comunicazione, che forse volutamente ha preteso di non soffermarsi sull’episodio. Ma sui social, evidentemente l’argomento non avrebbe destato altrettanto interesse di una emergenza neve affrontata con qualche difficolta’. Quindi meglio parlare di quello. Eppero’, sempre a mio parere rappresenta un brutto segnale. Oltretutto fra i minacciati c’è anche un collega giornalista verso il quale, a dirla tutta, non mi capitato di incappare e di leggere in molti messaggi di solidarietà, oltre a quelli del suo comitato di redazione, dell’ordine dei giornalisti, dell’associazione e del gruppo cronisti. Dice il comunicato “Le parole non sono mai casuali. La memoria e l’impegno sono il miglior antidoto contro l’ignoranza. E la violenza. Anniversario Guido Rossa. Minacce a giornalista. Sciacallo. Definizione prima cara a esponenti del governo che hanno insultato i giornalisti. Oggi nel giorno del ricordo dell’assassinio di Guido Rossa da parte delle Br, celebrato con il presidente Mattarella utili idioti, o cosiddetti cultori della lotta armata e di anni dei quali poco o nulla conoscono hanno tracciato scritte inneggianti al terrorismo e contro un giornalista. Scritte comparse sul luogo teatro di un altro triplice omicidio, quello del procuratore Coco e della sua scorta. Marco Peschiera, già giornalista del Secolo XIX, è una delle memorie storiche di quell’epoca che ha ancora recentemente approfondito con il suo lavoro di ricerca e saggistica. Un lavoro prezioso per la memoria e il confronto. A Marco la solidarietà di tutti noi convintamente “sciacalli”, anche su questo fronte”. E il vuoto istituzionale per quanto riguarda la solidarietà al collega mi è apparso assordante. Passi quello del sindaco Marco Bucci, che nemmeno in qualità’ di primo cittadino se l’è sentita di esecrare pubblicamente quelle scritte idiote quanto pericolose. Bucci e’ personaggio naïf che pur in presenza di un ordine di evacuazione per un allarme bomba, vedi caso con un a telefonata inneggiante alle Br, ha preferito rimanere nel suo ufficio, testa a cuocere a lavorare. Ma il silenzio del Governatore, comunque anche in qualità di collega, lascia vieppiu’ sorpresi. E comunque così e’: “Non c’è trippa per gatti”, ove nel momento di crisi, in cui sembra indiscutibile che ci si debba tirare su le maniche, darsi da fare e badare alla sostanza- mica siamo qui a smacchiare i leopardi, direbbe nel suo linguaggio politico ormai arcaico Pierluigi Bersani – con quel ponte interrotto e i monconi perennemente sospesi, non sembrerebbero essere consentiti  indugi sulla comunicazione istituzionale. Quella un po’ più elevata dei meri interessi personalistici e di bottega .Che sia mettere in guardia contro il terrorismo, o la solidarietà a un collega “sciacallo” minacciato.

E comunque oggi c’è il giorno della memoria a mettere tutti d’accordo, con quella rievocazione del ricordo della tragedia della soluzione finale che per una settimana ha spadroneggiato sui canali tv e sui social. Scrive la mia amica social, artista ed mia ex professoressa di disegno, Luisella Carretta “Il Giorno della Memoria

E così vedo: 

occhiali rotti e interi

montagne di scarpe

montagne di spazzolini da denti

montagne di scatole di lucido da scarpe

montagne di capelli

vecchie valigie con nomi e indirizzi

protesi di gambe e braccia

scarpe di bambini

e i piccoli vestiti nelle vetrine

e le divise degli internati appese nel vuoto

come in un’orrenda processione di corpi assenti

frammento Auschwitz 5 maggio 1994 (dal mio diario)”. 

Tutto questo con l’urticante sensazione che archiviata anche la pratica della “Shoa” non sia consentito perdere tempo ulteriore nel soffermarsi in vuote ed effimere elucubrazioni sulla storia che il più delle volte ha il brutto vizio di tornare drammaticamente attuale. Tutti noi tutti completamente assorbiti nel problema di risolvere i problemi contingenti per soffermarci a pensare. “Non c’è trippa per gatti” per affrontare questioni al momento non  strettamente attuali anche se, prima o poi, rischiano di riproporsi.

Ps. La frase non c’è trippa per gatti sta a significare che, al fine di ottenere qualcosa, si deve lottare e ci si deve dar da fare in prima persona. In altre parole, in momenti di penuria o di difficoltà non si possono cercare soluzioni alternative, troppo comode, e non ci si può aspettare che le cose ci piovano addosso agevolmente, senza faticare, quali regali da parte di terze persone. Il proverbio popolare non si riferisce ovviamente solo al cibo (come la parola trippa potrebbe erroneamente far pensare), ma in linea generale a qualunque tipo di privilegio.

 Il primo ad utilizzare questa formula fu Ernesto Nathan, sindaco di Roma tra il 1907 e il 1913. Che per decisionismo ricorda tanto il nostro sindaco Bucci. Nato nel 1845 in Inghilterra, a Londra più precisamente, era un progressista massone e si assunse l’onere di riordinare le finanze romane. A tal fine, tra le altre cose, contrastò la speculazione edilizia e favorì l’istruzione scolastica laica. Le sue prese di posizione, pur non molto popolari, diedero i loro frutti: per questa ragione ottenne l’appellativo di “sindaco della modernità”. Ebbene, all’inizio del suo mandato, il bilancio comunale era in rosso ed Ernesto Nathan analizzò tutte le voci di spesa al fine di riuscire a migliorare la situazione capitolina. Un’uscita considerevole era rappresentata dal mantenimento dei gatti, incaricati di cacciare i topi che rosicavano i documenti presenti negli archivi e negli uffici del Campidoglio. Il sindaco dichiarò, quindi, che il comune non si poteva più permettere di sfamare i felini di Roma con la trippa, uno dei più prelibati piatti tipici italiani. E così, su un documento ufficiale, qualcuno scrisse l’espressione, poi passata alla storia, “Nun c’è trippa pe’ gatti”. Da quel momento i gatti avrebbero dovuto provvedere al proprio sostentamento autonomamente, mangiando proprio quei topipericolosi per gli atti e i certificati. Questa scelta fu assolutamente vincente e proficua, tanto che nei conti di Roma si videro dei benefici immediati. Ancora oggi si usa, con un certo orgoglio, la frase “non c’è trippa per gatti” per indicare che non c’è nessuna speranza che una determinata cosa venga concessa. Questa locuzione romanesca, ma usata ormai in tutta Italia, assume il significato di “non c’è scampo”, “non ce n’è per nessuno“. In altre parole, non c’è alcuna possibilità di ottenere qualcosa.

Paolo De Totero

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