“Forza Polizia, mettici la faccia”. Amnesty chiede i codici identificativi per gli agenti impegnati nelle operazioni di ordine pubblico

 In Diritti

Diciassette anni dopo il G8 di Genova del 2001, molti dei responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani commesse in quell’occasione sono sfuggiti alla giustizia, restando di fatto impuniti.
In parte, il motivo è legato all’impossibilità di identificare gli esecutori materiali da parte dell’autorità giudiziaria.

Negli anni successivi, altri casi di persone che hanno subito un uso sproporzionato della forza durante manifestazioni o assemblee pubbliche, chiamano in causa la responsabilità di appartenenti alle forze di polizia.

Per porre fine alle violazioni dei diritti umani che vedono un coinvolgimento delle forze di polizia e riaffermare il ruolo centrale di queste nella protezione dei diritti umani, è essenziale che le lacune esistenti vengano al più presto colmate.
Tra queste ci sono i codici o numeri identificativi individuali, elemento importante di accountability; il fatto che i singoli agenti e funzionari siano identificabili è un messaggio importante di trasparenza che mostrerebbe la volontà delle forze di polizia di rispondere delle proprie azioni e allo stesso tempo accrescerebbe la fiducia dei cittadini.

La richiesta è quella di esporre un codice identificativo alfanumerico sulle divise e sui caschi per gli agenti e i funzionari di polizia (senza distinzione di ordine e grado) impegnati in operazioni di ordine pubblico.
Ciò avrebbe un duplice effetto di trasparenza: verso i cittadini, che saprebbero chi hanno di fronte, e a garanzia di tutti gli agenti delle forze dell’ordine che svolgono correttamente il loro servizio.
I codici devono essere ben visibili a distanza, posizionati sui caschi protettivi utilizzati nel corso delle operazioni, sulle uniformi e, per quegli agenti esonerati dall’obbligo di indossare la divisa, sui dispositivi di riconoscimento da questi utilizzati. L’obiettivo è poter riconoscere l’identità degli agenti e dei funzionari di polizia durante l’intero arco di svolgimento delle loro funzioni di ordine pubblico.

È per questo che oggi, martedì 6 novembre 2018, Amnesty International Italia ha rivolto un appello al ministro dell’Interno Matteo Salvini e al capo della Polizia Franco Gabrielli, per lanciare la campagna affinché le forze di polizia siano dotate di codici identificativi alfanumerici individuali durante le operazioni di ordine pubblico.

Questa campagna non è ‘contro le forze di polizia’, che sono attori chiave nella protezione dei diritti umani. Affinché questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e incontri la piena fiducia di tutti, è però fondamentale che eventuali episodi di uso ingiustificato o eccessivo della forza siano riconosciuti e sanzionati adeguatamente, senza che si frappongano ostacoli all’accertamento delle responsabilità individuali”, ha sottolineato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. 

“L’introduzione di misure come i codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico rappresenta non solo una garanzia per il cittadino, ma anche una forma di tutela per gli stessi appartenenti alle forze di polizia: una misura che non dovrebbe essere temuta né avversata da chi svolge il proprio lavoro in maniera conforme alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani”, ha concluso Marchesi. 

Per firmare l’appello: https://www.amnesty.it/appelli/inserire-subito-i-codici-identificativi/

A COSA SERVONO I CODICI IDENTIFICATIVI?
In diversi casi, tra cui quello più noto del G8 di Genova nel 2001, nel corso di indagini tese a verificare le responsabilità individuali da parte della magistratura è risultato particolarmente difficile risalire all’identificazione degli agenti delle forze di polizia.
Dopo 17 anni, infatti, benché le violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani commesse in occasione di quell’evento siano state accerta¬te da sentenze emesse in primo grado e in appello e confermate sia dalla Corte di cassazione che dalla Corte europea dei diritti umani, molti fra gli appartenenti alle forze di polizia sono rimasti impuniti, in parte per effetto della prescrizione e in parte perché non fu possibile risalire all’identità di tutti gli agenti che presero parte alle violazioni dei diritti umani. L’identificazione fu resa impossibile, per molti degli agenti coinvolti nei fatti della scuola Diaz, dalla circostanza che avevano i volti coperti e dalla mancanza di elementi identificativi sui caschi.
La normativa vigente oggi non prevede che gli agenti siano identificabili, in particolar modo mentre svolgono attività di “servizio d’ordine” durante manifestazioni, proteste o assemblee. I codici identificativi rappresenterebbero invece un’importante salvaguardia contro l’uso illegale della forza da parte delle forze di polizia e contribuirebbero a garantire che coloro che agiscono in violazione degli standard internazionali non restino impuniti. Gli agenti dovrebbero essere chiaramente identificabili in ogni momento.

COSA DICE LA LEGGE ITALIANA
Diversi sono i disegni di legge presentati nelle passate legislature (ddl S.803 del 6 giugno 2013; ddl S.1307 del 13 febbraio 2014; ddl S.133726 febbraio 2014; ddl S.1412 del 25 marzo 2014) che perseguivano la finalità di dotare gli agenti delle forze di polizia di un codice identificativo, ai fini di una loro riconoscibilità e identificazione. L’ultima discussione in Commissione permanente (Affari costituzionali) si è tenuta nel maggio 2017, senza ulteriore calendarizzazione.
Nel febbraio 2017, inoltre, il tema è stato oggetto di una ipotesi di modifica del Decreto Minniti, a cui non fu dato seguito per ragioni tecniche . Infine, la proposta di introduzione di identificativi è stata avanzata diverse volte sotto forma di emendamento ad altre proposte di legge da diversi parlamentari (es. al ddl1079).

CHI CONTROLLA LA POLIZIA?
Ad esempio l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) https://www.osce.org/it/policing
In Italia al momento non abbiamo un’istituzione indipendente di controllo e monitoraggio del comportamento delle forze di polizia.

CHE TIPO DI CODICI IDENTIFICATIVI?
Il codice identificativo deve essere:
• individuale, cioè assegnato a ogni singolo agente e suo superiore;
• ben visibile da ogni lato: spesso vengono posti solo nella parte posteriore (ad esempio sul casco o sulla giacca) e ciò rappresenta un problema durante le manifestazioni nella misura in cui gli agenti solo visibili solo di fronte. Inoltre il codice non deve essere mai coperto dall’equipaggiamento;
• non deve essere modificabile né rimuovibile: se i numeri vengono modificati, ciò può portare a problemi di identificazione. Quindi, è necessario prevedere un meccanismo in cui sia possibile identificare ogni singolo agente di polizia sulla base del numero senza il rischio di confusione;
• sufficientemente grande e visibile anche da alcuni metri di distanza, anche per evitare che ci possano essere errori in una successiva identificazione;
• costituito da una stringa numerica o alfanumerica breve per poter essere memorizzato con facilità.

PERCHÉ UN CODICE INDIVIDUALE E NON DI REPARTO?
Perché la responsabilità penale è personale e perché chi commette violazioni dei diritti umani deve essere individuato e sanzionato personalmente. La violenza commessa da un singolo agente non può diventare responsabilità di un intero reparto, perché coinvolgerebbe anche gli agenti che non hanno commesso alcun’azione illegale, per il solo fatto di appartenere ad uno specifico reparto.

LA PRIMA CAMPAGNA DI AMNESTY PER I CODICI IDENTIFICATIVI, NEL DECIMO ANNIVERSARIO DEL G8 DI GENOVA
Non è la prima volta che Amnesty International Italia chiede l’utilizzo di codici identificativi ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico.
Già nel 2011, in occasione del 10° anniversario del G8 di Genova, l’organizzazione aveva promosso la campagna “Operazione trasparenza. Diritti umani e polizia in Italia” in cui si chiedeva al Governo di esprimere pubblicamente una condanna e delle scuse verso le vittime per le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia a Genova nel 2001 e di garantire indagini rapide e accurate e processi equi nei casi in cui c’era stata violazione dei diritti umani da parte delle forze di polizia. Fra le richieste più specifiche formulate a partire dai fatti di Genova, chiedemmo al capo della polizia di prevedere misure di identificazione per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. Da allora sono passati sette anni e in Europa sono già 14 i paesi che hanno adottato i codici identificativi.
Oltre a dare seguito alla richiesta contenuta nella Risoluzione del Parlamento europeo del 12 dicembre 2012 che, tra le altre cose esorta gli stati membri a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo (ma una risoluzione non è vincolante e ha semplice valore di raccomandazione), dopo l’elezione al Consiglio Onu dei diritti umani per il triennio 2019-2021, l’Italia ha un compito ancora più gravoso di dimostrare, a livello internazionale, il suo impegno nella prevenzione dalle violazioni dei diritti umani e questo impegno pretende anche coerenza interna e accountability e cioè dall’essere trasparente e rendere conto delle proprie azioni. Uno degli impegni che il nostro paese deve prendere, infatti, così come raccomandato dal Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di assemblea pacifica (A/HRC/31/66, 4 febbraio 2016) è di garantire l’accountability rispetto durante le assemblee e le riunioni pacifiche.

Alla campagna hanno aderito “A Buon Diritto”, “Antigone”, “Associazione Stefano Cucchi Onlus” e “Cittadinanzattiva”. 

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