Le mani sul ponte

 In Costume & Società

Ore11.36. Venerdì, 14 settembre. Sono in camera mia, alla scrivania. A raccogliere qualche concetto per scrivere. Silenzio, assoluto, rotto da qualche rumore di sottofondo di traffico e dalle campane della chiesa di fronte. E’ il momento del ricordo. Il momento di sedare liti, polemiche, tweet, le ragioni di e per.
Ci sono 43 vittime da ricordare e onorare. Il dolore dei loro familiari, le difficoltà degli sfollati, il lutto da elaborare. E la rabbia da sedare. Ci sono tante domande sul futuro. Più o meno prossimo. Mi ha aiutato nel mio personale percorso di avvicinamento Tiler, l’artista che cela la sua identità dietro alla maschera da scimmia. Mai scontato, con quel suo lavoro da piastrellista. Con le sue immagini surreali lasciate affisse sui muri per far riflettere i posteri. E stavolta il segno, solitamente copioso, incentrato su commistioni fra il mondo umano e quello animale – probabilmente a suggerire che non abbiamo mai abbandonato, nonostante tutto, beluinita’ bestiali – si è fatto scarno. Una sola piastrella coloratissima, divisa in quattro sezioni a sfondo giallo, verde, blu e fucsia, sulla quale ha tratteggiato in nero le campate e un segno orizzontale che le interrompe. E’ quel ponte Morandi che, in questo mese, abbiamo osservato da ogni possibile angolazione. E abbiamo visto, rivisto e postato. Interrotto, con quei due monconi incombenti e zoppi sulle case e sulle aziende. Con quell’immane cumulo di rottami, vite sfiorite e macerie ai loro piedi.  O, come una volta, ancora in piedi. Poi, in un filmato che desta commozione, compaiono uno scalpello e un martello. Un colpo e la piastrella si frantuma. Si divide in tre pezzi. Il commento musicale vaga tra “l’adagio al chiaro di luna” di Ludwig Wan Beethoven per virare, a colpo assestato, su “Un giorno” del pianista Ludovico Einaudi. Come a suggerire che un giorno, tutto questo può accadere, cambiandoti per sempre le prospettive di futuro. Con la devastazione, non solo interiore, di chi ha assistito inerme a tutto questo. Di chi ne verrà segnato per sempre, di chi in un attimo alle 11,36 ha perduto l’affetto dei familiari. Di chi ci ha rimesso la vita mentre stava correndo verso le vacanze. O mentre si recava a lavorare. Esistenze che si sono intersecate e mischiate. Come in un gigantesco, tragico, gioco di shangai che lascia lutti, macerie, pena e devastazione. Nella mente e nel cuore. Scalpello e martello perché la tragedia non può essere iscritta a fatalità ma è opera dell’uomo e della sua superficialità che genera distruzione.

E allora Tiler – che è artista anche nel suscitare emozioni, mai rilassanti e fini a se stesse – scrive, per suggerire riflessioni, affatto banali, a caratteri minuscoli sullo sfondo nero: “14/8/2018”. E subito dopo “Ponte Morandi”. Poi il gesto violento. Lo scalpello e la martellata. Trenta secondi con il commento di Beethoven. Il sottofondo musicale durante il quale le mani, guantate, compiono il disastro impugnando lo scalpello e assestando il colpo con il martello. E quel vagare fra il bianco e nero e il colore, a suggerire l’Ttimo In cui la vita si ferma e lascia il posto alla morte.

Poi compare il primo commento mentre scorre “il chiaro di luna”…. “. 25 secondi “La mano dell’uomo può questo”. Cambia il sottofondo musicale: “Un giorno”, di Ludovico Einaudi. Forse a sottolineare che in quella situazione poteva trovarsi ognuno di noi. Vittima di quell’appuntamento con il destino e con quella fatalita’.  Scrive Tiler “Altre mani sanno fare questo”. E la piastrella viene rimessa insieme. “E soprattutto sanno fare questo”. E compare un flacone di colla con cui le tre parti vengono riattaccate. 

Il finale è quella che una volta, nelle favole, si chiamava la morale “Le mani a questo mondo si somigliano un po’ tutte. Alcune nascono per fare del bene, altre per fare del male. Quel maledetto giorno che il ponte ha smesso di stringere i denti è stata colpa di chi le mani non le ha mai volute muovere”

Una morale che suona da sentenza. Con l’immagine di quel ponte che ha popolato per oltre cinquant’anni l’immaginario collettivo di genovesi e non solo… che stringeva i denti, con abnegazione. Ma poi non ce l’ha più fatta. 

Il resto è solo commento musicale su uno schermo, completamente nero, sul quale Tiler, dopo quasi due minuti di video, si premura di avvertire “Se hai continuato a guardare il video, anche se non c’erano più immagini vuol dire che ami la musica, ne sono felice…. chi ama la musica sa amare la vita e il mondo che ha intorno. grazie”. E poi è ancora e solo Einaudi. “Un mattino” per altri cinque minuti. Come musica da esequie. Già’. Un mattino in cui tutto è cambiato.

E quelle mani, buone o cattive, a seconda di chi le muova. Che suggeriscono gesti, misurati, di pace, violenti o inconsulti. Mani sporche, line de, oppure opportunisticamente lavate… come quelle di uno dei tanti Pilato che ha fatto tacere la propria coscienza. Mani che danno conforto o che vogliono arraffare. Quelle mani sul cuore. Quelle mani sul ponte.

Giona

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