Ponte Morandi, da non luogo a luogo identitario

 In Editoriale

 

Siamo o non siamo una città laboratorio? Dunque giusto che per Genova e per la sua smania di sperimentazione anche un non luogo classico come il ponte autostradale Morandi, additato a fine anni Sessanta come miracolo di tecnica e di arditezza, diventi un luogo simbolo. Dopo essere stato considerato per lunghissimo tempo dai genovesi non addetti ai lavori (e intendo architetti strutturisti   e ingegneri, oltre che ai tecnici della società autostrade) il non luogo per antonomasia. Per dire, ma non è l’unico esempio quello che vado a citare, anche se il più eclatante. Due tifoserie che spesso, anzi quasi sempre,  si guardano in cagnesco, esattamente come cani e gatti, in nome di quel ponte crollato si sono prodotte in un abbraccio virtuale che costituisce, vedi caso, il prolungamento del ponte Morandi che torna ad unire le due parti di Genova, ponente e levante. Diciamocelo, comunque che non è la prima volta. Perche’ fortunatamente la cultura dello sport riesce, spesso, a far mettere da parte, in pochi istanti, faziosita’ e tensioni cullate e rinfocolate per una vita. Non a caso era successo la stessa cosa anche per le ultime alluvioni, con una città realmente in ginocchio, e non solo ferita come avrebbe voluto il sindaco Marco Bucci. Ma quella è un’altra storia. Che ha a che fare con l’indole dei genovesi che hanno sempre dimostrato di preferire la franchezza all’indoramento della pillola. E’ sempre meglio avere di fronte subito l’amaro calice da trangugiare in un sorso solo, rispetto allo zuccherino che poi ti mette di fronte a sorprese ed imprevisti.

E ponte Morandi, con quelle ampie arcate, gli stralli a sostenerlo, le campate estreme sulle case e quelle centrali sul Polcevera e sulla zona industriale, costituiva il non luogo per antonomasia. Anche se qualcuno, ma non molti lo collegavano nell’immaginario al Ponte di Brooklyn, che comunque, come ha fatto osservare Gramellini bacchettando per la scarsa empatia della società’ Autostrade, che è la concessionaria del tratto, con i familiari delle vittime, e’ più lungo di oltre ottocento metri e pur avendo 135 anni si dimostra ben più longevo e duraturo del nostro Morandi. 

Il termine non luogo infatti definisce due concetti complementari ma distinti: da una parte quegli spazi costruiti per un fine ben specifico (solitamente di trasporto, transito, commercio, tempo libero e svago) e dall’altra il rapporto che viene a crearsi fra gli individui e quegli stessi spazi. Marc Auge’, l’antropologo francese che ha coniato il termine con un libro del 1992 “Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, tradotto in italiano nel 1996, con il titolo Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità. “definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei nonluoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), sia i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, gli outlet, i campi profughi, le sale d’aspetto, gli ascensori eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento (reale o simbolico). I nonluoghi sono prodotti della società della surmodernità, incapace di integrare in sé i luoghi storici confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate e circoscritte alla stregua di “curiosità” o di “oggetti interessanti”.

Crollo del Ponte Morandi sulla A10

 

E quindi sino alla vigilia di Ferragosto il viadotto crollato assumeva in se tutte le caratteristiche principali. Unici, probabilmente, a non pensare al Morandi come non luogo, gli abitanti delle case a cui le campate del ponte e la strada continuavano giorno dopo giorno a stazionare sulla testa. Eppero’ dalle 11,36 di quel tragico 14 agosto è iniziata la trasformazione da non luogo a luogo simbolo. Più forte della Lanterna che piange o con il fiocco nero listata a lutto. Le arcate monche sono state via via unite da un tracciato stradale fittizio che non esisteva più in rosso, prima ad evidenziare la parte mancante, poi sono diventate due monconi uniti da un cuore. 

Addirittura, nel drammatico momento in cui si estraevano i cadaveri e si sperava ancora di trovare qualche persona viva in mezzo si calcestruzzi e alle macerie le parti ancora in piedi sono state unite da un’unica parola “Silenzio”. Silenzio nel fragore delle polemiche montanti e incombenti, silenzio nel mezzo degli scambi di accuse, delle ricostruzioni storiche su chi e come ne abbia beneficiato di più. Silenzio sugli scivoloni dei nostri governanti, sul linciaggio mass mediatico nei confronti di chi non era stato previdente sulle infrastrutture, silenzio sugli ambientalisti e sui comitati, silenzio sul tifo e sulle faide politiche perennemente belligeranti. Mi associo, anche perché, oggi pur essendo iniziata la guerra delle carte bollate, è il giorno dei funerali di Stato, il giorno del dolore dei familiari di quei ragazzi e di quelle persone che al momento del crollo, e del sacrificio involontario per primi si sono accorti che quel non luogo si stava per tramutare per sempre e non solo per loro in luogo. Il luogo simbolo. Il luogo dove ancora qualcuno osserva il difficile lavoro dei soccorritori che cercano di estrarre gli ultimi corpi flagellati per restituirli ai loro cari. E l’immagine di quel posto di dolore a quegli sfortunati padri, madri, figli, cari rimarrà per sempre indelebile.

Qualcuno tempo fa quei non luoghi così a contatto delle case, aveva cercato di tramutarli non solo in luoghi della memoria, come se si trattasse di cimiteri, nei quali c’era forse una premonizione di sepoltura, ma in immagini simbolo. Racconta Michele Guyot Bourg in un post a cui ha allegato una dozzina di foto che attestano la vita difficile di chi abita a ridosso di autostrade e viadotti, facendo l’abitudine al timore che un auto o un autotreno ti piombi in salotto”

Nel 2012 ho pubblicato parte di una mia ricerca fotografica effettuata negli anni 80 sull’incidenza negativa dell’autostrada sul quotidiano vivere accanto e sotto questa opera e l’avevo intitolata “VIVERE SOTTO UNA CUPA MINACCIA”. Allora mi era costata circa quattro anni di ricerca tra Nervi e Voltri e nelle vallate Bisagno e Polcevera. All’epoca ha avuto un grande successo in molte città italiane e Circoli privati tranne che a Genova che alle istituzioni non era piaciuta. Chissà perchè! Ne ripubblico una parte in questa purtroppo tragica circostanza per ricordare che alla fine dopo quasi quaranta anni non è cambiato niente”. Straordinaria percezione quella di Guyot Bourg che con le sue foto in bianco e nero aveva già inteso che quei non luoghi avrebbero potuto essere elevati, purtroppo solo da una disgrazia, a luoghi identitari. Sorprendente anche l’atteggiamento delle istituzioni rigidamente coese nel non creare troppo allarmismo. Del resto l’Italia, non solo Genova, sono pieni di contraddizioni urbanistiche di questo tipo, con autostrade che corrono lungo e sulle case, aziende inquinanti a diretto contatto, stabilimenti che sono vere e proprie bombe chimiche, banchine del porto che risultano ampiamente inquinanti. Ed e’ vero, come osserva Bourg che in quarant’anni nulla è cambiato. Anche se la cultura della salvaguardia ambientale e del territorio ha fatto passi da gigante. Ma fa quadrare il teorema del progresso e del profitto con la salvaguardia ambientale e della collettività risulta da sempre quanto mai impegnativo. E chi ha provato in questi anni a elaborare il tema, in questi momenti e’ stato sottoposto alla gogna mediatica.

E poi ci sono post che, pur in poche righe, come si trattasse di un lampo, illuminano in lungo e in largo tutta la vicenda. E riescono a raccontarti interamente quello che è stato e come andrà a finire. Per questo, parlando di questa tragica vicenda non potrò mai più fare a meno di citare il buon Giulietto Chiesa, giornalista, collega, politico, inviato, come ho già fatto nel mio ultimo articolo. Spiega Chiesa a poche ore dal disastro con tutta l’angoscia di chi ne ha viste tante in vita e professionalmente, ma nonostante tutto ancora sbigottito di fronte a quello che potrebbe sembrare uno scherzo crudele del destino “Io ci sono passato centinaia di volte, quando abitavo a Sampierdarena. Come tutti i genovesi. E ogni volta non ero tranquillo. Premonizione ? Ma non ero l’unico a provare angoscia. Adesso mentre guardo le immagini televisive, penso che Genova era, a quei tempi, una città importante, per l’economia del paese, per le sue industrie, per il suo porto, per la sua universita’, per la cultura. Adesso va giu’, come un castello di carte, il suo ponte più importante. Sembra un avvertimento, a chi non ha ancora capito”. Qualcuno ci ha giocato sopra a quell’avvertimento – e chissà che cosa Giulietto abbia voluto intendere – e ha calcato la mano “Più che un avvertimento una sentenza”. Al momento inappellabile per la mia città. Inappellabile, ad onta del sindaco Bucci che sottilizza fra la città ferita e la città in ginocchio. E ho sempre accusato il sindaco di avere sempre una visione scarsamente prospettica. E lo ha dimostrato a maggior ragione in questa occasione. Perche’ quell’avvertimento, o quella sentenza, sono poi risultati un preludio a tutto quello che regolarmente sta succedendo. Al di la’ delle polemiche politiche, quelle ci sono sempre, ma il crollo del ponte e’ diventato simbolo di una città che se intende uscire dall’empasse già presente, in cui, forse, ci avevano cacciati anni di controllo e di perpetuazione gattopardesca del potere dei soliti noti e della sinistra, deve trovare coesione e fare quadrato. Non ci voleva uno stratega a pronosticare le funeste previsioni di una città divisa in due, di una viabilità bloccata, di un transito su gomma fortemente indebolito per i mezzi diretti in porto e che dal porto devono ripartire, di altre aziende messe a dura prova dalla assoluta mancanza o dai collegamenti sempre più deficitari. Di uno scontento già diffuso da parte degli abitanti del ponente ancora più emarginato e da sempre terreno di conquista degli insediamenti industriali, che in mancanza di solleciti e risolutivi aggiustamenti avrebbe deviato sull’ira. Perché in questo caso non si sarebbe trattato di red carpet o di ombrellini, tantomeno di comparsate tra i fiori, ma si visione e progettazione. I genovesi sono persone concrete e non possono bastare quattro slogan a riportarli alla calma.

Per questo quel ponte caduto, ma soprattutto quelle macerie e quei monconi che qualcuno ha inteso unire chi con le braccia, le stesse che hanno scavato fra il fango delle alluvioni, altri con parole o immagini simbolo nel simbolo, di colpo, in pochi minuti luogo identitario di tutti i genovesi. Come ho già detto il destino ti presenta il conto. il destino a volte ti viene a cercare. Beffardo, cinico, terribile. Ingiusto, crudele e cieco. Come solo il destino se essere. E non pretendo che il ponte Morandi possa diventare simbolo anche per i non genovesi. Loro continueranno a ricordarlo come non luogo, ponte fra la casa e le vacanze, o le gite fuori porta. Al contrario per noi dovrebbe diventare un monito di quello che avrebbe potuto essere e che non è stato. Dei calcoli politici, dei veti incrociati, degli imprenditori che hanno lanciato avvertimenti e poi hanno ritratto la mano, continuando indefessamente con il gioco conosciuto e più rassicurante del maniman. Insieme a quel ponte è collassata una parte, bella e brutta, della storia della nostra città’. Più dei quaranta anni a cui alludeva Michele Guyot Bourg. E’ passata ed è crollata l’esaltazione degli anni Sessanta Settanta, quando Genova aspirava ad essere il quarto polo della rinascita industriale Italiana, sono passati gli opportunismi della politica, i veti e i no dei comitati, le occasioni perse di diversificare con progetti addirittura finanziati, poi rispediti al mittente, e infine ripensati, le miserie dei partiti politici che hanno tradito la collettività per continuare a pensare soltanto in termini di voti e di possibili poltrone, le rare voci della coscienza di chi avvertiva che sarebbe bastato poco per causare il collasso. E che occorreva guardare oltre al proprio naso e ai calcoli egoistici. In quel ponte crollato c’è forse un avvertimento, come dice ottimisticamente Chiesa, sulla via di diventare sentenza inappellabile se non si ritroveranno in tempi brevissimi – già da domani, dunque- lucidità e coesione di intenti . E se non verranno messe da parte le sabbie mobili delle liti di bottega su cui sembra essersi indirizzata anche la politica nei suoi più alti esponenti.

Mi sarebbe piaciuto, per esempio, che il Sindaco, lo stesso sindaco che si è presentato come interprete dell’unità di tutti i genovesi, avesse chiamato nel comitato convocato d’urgenza per risolvere il problema delle comunicazioni, esperti come l’ex ministro dei trasporti e Governatore Claudio Burlando e l’ex assessore al traffico Arcangelo Merella, che da parte sua si è già messo a disposizione indicando in un post possibili soluzioni. Affiancandoli al professor Enrico Musso, altro ex parlamentare esperto nel settore e saggio della giunta di centrodestra. Perché l’emergenza è emergenza ed è giusto che i migliori  cervelli genovesi vengano chiamati in causa.

Da parte nostra non rimane che fare affidamento, come del resto è sempre accaduto, alla nostra indole di popolo avvezzo a tirarsi su le maniche per rispondere una volta di più alle avversità del destino.

Lasciando da parte le faziosita’delle fazioni. Come hanno dimostrato di saper fare i i tifosi di Genoa e Samp e come esorta a fare mettendoci la faccia Mario Tullo “Domani Genova e il Paese piangeranno i morti del crollo del ponte Morandi, mentre gli straordinari uomini del soccorso, a partire dai Vigili del Fuoco, continueranno a scavare per restituire altri corpi, per rimuovere i detriti. Ho passato altri Ferragosto in città, ma mai la città mi era sembrata “ovattata” come Venezia. C’è la consapevolezza del dramma delle famiglie delle vittime, delle centinaia di sfollati e del futuro della città che non sarà semplice.

Sarebbe necessaria , prima di tutto, UNITÀ. Dinanzi a grandi tragedie del passato le forze politiche, che si combattevano quotidianamente, si fermavano,  affrontavano le emergenze, organizzavano insieme gli aiuti umanitari.

Oggi non è più’ così, e questo produce divisioni profonde anche fra le persone. I tempi delle “dirette” dei social, delle connessioni permanenti, sono strumenti che hanno modificato anche il modo di fare politica, francamente, credo, in peggio.

Si dovrà lavorare molto per ricostruire. La magistratura accerterà le responsabilità. Non ho oggi ruoli pubblici, ma continuò a fare politica, proverò a dare il mio contributo con quello spirito antico di umiltà, spirito di servizio e provando ad unire una comunità ferita”.

Paolo De Totero

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